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Legna e carbone

Scritto da Massimo Palazzo il 1 maggio 2012
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Uno degli oggetti che ricordo molto volentieri nella  casa dove passai l’infanzia, era la stufa tedesca di colore nero  posizionata in tinello  che scaldava la maggior parte delle stanze. Mamma  lasciava a me il compito di caricarla  con legna e  carbone ,  per poterlo fare dovevo salire sullo sgabellino e aprire lo sportello  nella parte alta. Mi piaceva  vedere il fuoco, sentire  il calore che emanava, passare le  serate  vicino a giocare, a parlare tra noi e con i vicini, riscaldarci, sentire il rumore della legna bruciare. La maggior parte delle case erano riscaldate con stufe  come la nostra, noi  avevamo anche la  economica a legna  per cucinare e per scaldare l’acqua, sostituita in seguito  dal fornello alimentato dalla bombola del gas.
La  tedesca  restò al suo posto per parecchi anni poi  venne rimpiazzata con una a kerosene che, era moderna, ne parlavano bene, ma non dava lo stesso calore affettivo della precedente.  Legna, carbone e in seguito le taniche di kerosene  abitando all’ultimo piano le depositavamo in solaio, la bombola del gas veniva sostituita ogni volta che terminava. Per l’ acquisto  ci si rivolgeva a  Dante  Marco e Riccardo che avevano un grande deposito poco distante da casa pieno all’inverosimile  di  legna che tagliavano  sul posto,  carbone, tutto  trasportato a destinazione con  motocarri Moto  Guzzi . Il maggiore dei tre, Dante, era il capo, parlava  poco con tutti  fratelli compresi, quando lo incontravo e  lo salutavo mi rispondeva con un sorriso, mai una volta con un ciao nè da piccolo, nè da grande, superavano tutti e tre  i due metri di altezza ed erano appassionati di basket. Quando consegnava  la legna o il gas, Dante diceva a malapena quanto costava, Marco non andava oltre i convenevoli, Riccardo  era l’opposto, socievole, parlava, buono, sempre contento, i fratelli ordinavano lui eseguiva . Di fianco al cancello d’ingresso del loro deposito  tenevano un  cane lupo nero sempre in gabbia e legato, pelo corto  lucido, arrabbiato e molto cattivo con tutti  poverino, oltrepassato questo ci si trovava in un contesto  con montagne  di legna e carbone, bombole del gas, taniche di kerosene, macchinari, furgoni, motocarri ,  era un po’ difficile orientarsi, capire la collocazione delle  varie abitazioni e talvolta trovare qualcuno di loro . Quando non si riusciva  li si  chiamava  tramite un  campanello posizionato all’esterno di un piccolo ufficio, udibile nonostante i rumori dei macchinari. In una piccola parte del labirinto abitavano i tre fratelli  e  due  anziani zii in pensione che, al contrario dei nipoti  erano molto piccoli di statura. Di uno ho pochi ricordi poiché morì che ero ancora piccolo, l’altro si chiamava Vittorio, Vittorino per tutti. Passava spesso a trovarci, si fermava da noi e con tutti i vicini a parlare poiché   si allontanava raramente da casa.Aveva  un modo molto strano di camminare,  avanzava a fatica dondolando, portava sempre camicioni  lunghi per coprire una crescita spropositata del sacco dei testicoli dovuta da un’orchite mal curata in giovane età che aveva compromesso una vita normale. Quando ordinavamo legna e carbone  venivano tutti e tre i fratelli a portarla, caricavano le ceste sulle spalle e facevano le cinque rampe di scale fino alla soffitta senza parlare, senza sbuffare, quando   chiamavamo perché era finita la bombola del gas veniva  sempre Dante. Suonava il campanello, andavo  ad aprire e mi trovavo davanti questo omone  con la bombola appoggiata sulla spalla che si doveva abbassare per entrare,  faceva il solito sorriso a me e alla mamma, la  sostituiva incassava e  se ne andava. Il loro modo di relazionarsi era uguale con tutti gli abitanti del quartiere, c’erano, erano utili per l’approvvigionamento dei materiali che vendevano ma erano quasi invisibili, nessuno ne parlava, frequentavano  poco i bar vicini, avevano pochi amici e passavano il loro tempo al lavoro e con le famiglie. Con il passare degli anni, dopo la scomparsa della madre  e degli zii ristrutturarono tutto, il  villaggetto  prese una forma  normale, si riuscivano ad individuare meglio le abitazioni.  Dante fu il primo a sposarsi  con  Eugenia amica d’infanzia di mamma che gli diede  due figli, Michela e Davide, Marco si sposò più tardi, la moglie  molto educata parlava ancora meno del marito, dalla loro relazione nacque una figlia, Riccardo  visse  con la mamma fino alla sua scomparsa e non si sposò. Tutto procedeva nella normalità  fino a quando la sfortuna entrò nella casa di Dante. Il figlio più piccolo Davide, causa  un sasso tirato da un compagno mentre stava giocando  perse un occhio. Fu un colpo durissimo per la famiglia e per lui condizionato  da una menomazione che incise molto  nella crescita e nel carattere. Non passò una bella infanzia, crescendo  incappò in  cattive compagnie  che lo portarono  in un brutta via da dove, nonostante i  tanti  aiuti ricevuti dalla famiglia, dagli amici, dagli addetti ai lavori,  non riuscì ad uscirne. Con il passare degli anni  lo si vide  ritornare sempre meno a casa, causa la chiusura  dei genitori con gli esterni non si avevano notizie, quando raramente capitava di incontrarlo  provavamo tutti un grosso dispiacere perché era rimasto il bravo ragazzo di sempre e sembrava impossibile la sua trasformazione.  La madre una donna forte fino a quel punto rimase molto colpita dall’incidente e dal comportamento del figlio, cominciò  ad isolarsi, ad uscire sempre meno, non accettava  consigli e conforto da nessuno e  il suo dispiacere annegò nel fondo del bicchiere e mori’ ancora giovane. L’altra figlia aveva un carattere splendido,  il suo lavoro di impiegata in un agenzia di viaggi che svolgeva molto bene la teneva occupata e le dava soddisfazioni, sempre  allegra, gentile un cuore veramente grande con tutti, una vita normale nonostante  i fatti accaduti ma, la sfortuna era  in agguato anche con lei. Cominciò ad andarle tutto storto, perse il lavoro improvvisamente  e da quel momento  la vita iniziò ad essere con lei troppo dura. Cercò in tutti i modi di contrastare gli eventi, si adattò a fare qualsiasi lavoro pur di mantenere la propria indipendenza, purtroppo nei momenti di sconforto si  avvicinò ad un vizio già vissuto in famiglia  e  i problemi aumentarono. Nel frattempo la maggior parte dei magazzini in passato pieni di legna e carbone si svuotarono, alcuni restarono vuoti altri vennero  adibiti a garage e affittati . Quando  arrivò la pensione  Dante e Marco,  stanchi,  con  poca voglia e poco lavoro  chiusero l’attività.  Dante, dopo una vita di duro lavoro e grossi dispiaceri si mise a disposizione dei figli per qualsiasi aiuto. Si mantenne in forma praticando sport, cominciò a frequentare le amicizie, era leggermente più socievole e, se ci si fermava a parlare risultava anche simpatico. Marco  non ebbe  problemi, assistette sereno alla crescita della figlia, al  matrimonio e alla gioia di  diventare nonno. Di Riccardo non ho  notizie, essendo molto più giovane dei fratelli presumo abbia continuato  a lavorare, il suo carattere di sicuro avrà senz’altro agevolato una vita tranquilla e serena.


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