www.faronotizie.it - Anno XVI - n. 181 - Maggio

Tra fatti e pensieri

Scritto da Don Giuseppe Oliva il 1 ottobre 2012
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I
Dico subito che se il precedente scritto (settembre 2012) era stato provocato da letture, questo è provocato da avvenimenti. Cittadini o nazionali che siano, essi sono nient’altro che cronaca contemporanea. Quando su questi avvenimenti io rifletto, sono, per così dire, preso e catapultato spesso nel passato in ricordi di scuola, di studi e di letture. E avviene che poi osservo il presente con un certo distacco, che non è disinteresse, anche con una certa pacata comprensione e, qualche volta, con rispettoso umorismo.

Con Ugo Foscolo
Nei giorni di commenti sul taglio di alberi nel cimitero di Mormanno mi è tornato in mente Ugo Foscolo (1778-1827) per il suo carme I Sepolcri, pubblicato nel  1807 e occasionato, si può dire, dall’estensione  in Italia del decreto napoleonico di Saint-Cloud (1804) riguardante la regolamentazione delle sepolture. Aggiungo che ho anche rivisitato la vita travagliata e passionale del poeta e il suo pensiero, noto soprattutto attraverso il suo Jacopo Ortis e le liriche. Ne è scaturita una forma di confronto a tutto campo (Foscolo è un grande, ma è anche un irrequieto, un disordinato, un debole…). E su due punti gli ho dato torto: il primo è quello riguardante…i sepolcri..., il secondo, su altra lunghezza d’onda, è quello riguardante la vita dopo morte come illusione.
1) Contro il decreto napoleonico Foscolo scrive ne I Sepolcri
Pur nuova legge impone oggi i sepolcri
fuor de’ guardi pietosi, e il nome ai morti
contende (vv 51 – 53)

Questa impennata foscoliana è una forma reattiva comprensibile, atteso il temperamento del poeta e quel clima di opinabilità e di critica che segue ogni legge, ma Napoleone non sbagliava nel ritenere  ormai insostenibile il diritto  e la prassi di seppellire i morti in luoghi e modi “a discrezione”. Ragioni di convivenza e di igiene ormai si imponevano come istanze logiche dovute  all’estendersi degli agglomerati urbani e al dovere di considerare il fenomeno “morte” non più come un fatto  solamente privato ma anche sociologico e politico da gestire con leggi esatte. Nascevano i cimiteri, luoghi fuori l’abitato, con precise norme, alcune discutibili e sbagliate;  ma che aprissero a un nuovo modo di trattare la morte e di stare con i morti era evidente anche a prescindere dai tempi e dai modi di attuare tutta la normativa.
Così questi luoghi riservati alle sepolture hanno assunto dimensioni e significati in sintonia con la morte, con la memoria, con gli affetti familiari e con quanto la vita di una persona ha espresso e realizzato e lasciato come segno.
Il nome stesso di cimitero ha significato un modo di intendere la morte, un modo chiaramente religioso, anzi cristiano, perchè esso significa dormitorio, luogo del sonno, del dormire, in attesa o in vista del risveglio. La morte può anche essere intesa laicamente come sonno, come lo stesso Foscolo la intende all’inizio del suo carme, ma è …un prestito della religione o della fede, perchè se non c’è sopravvivenza parlare di sonno della morte è improprio. Lo stesso Foscolo, difatti, nel carme sosterrà che è la illusione a mantenere viva la persona amata ed è la poesia  che potrà vincere il silenzio dei secoli: insomma la sopravvivenza, o immortalità, è un espediente del di qua non una realtà del di là.
2) In merito il poeta scrive
Ma perchè pria del tempo a sé il mortale
invidierà l’illusion che spento
pur lo soffermi al limitar di Dite?  (vv. 23 – 25)

Si è discusso molto sul termine illusione concedendo al poeta ogni licenza o libertà lessicale, ma, onestamente, bisogna ammettere che la illusione non è una figura retorica; è quel che significa, cioè è qualcosa di non reale , di immaginario, di artefatto, di ingannevole, quindi, nel caso nostro, nella filosofia e nella poetica foscoliana significa il possesso immaginario affettivo di quel che non è più, indica una consolazione che si vorrebbe ma non si ha diversamente, esprime la disdetta o il disappunto per la perdita di una persona che, per una forza misteriosa, la natura umana ritiene sopravvivente, ma che la nostra filosofia invece ritiene definitivamente estinta.
Ora nei nostri cimiteri le croci, le scritte respingono la illusione e proclamano non solo la sopravvivenza ma anche la risurrezione. Proprio in quest’ultima parola, la risurrezione, la parola cimitero acquista il suo significato pieno. Perchè dal sonno della morte la creatura umana è svegliata propriamente dalla potenza divina che chiama i corpi a ricongiungersi alle anime; o meglio, il corpo dopo la morte, inattivo, anzi in decomposizione – quindi in assenza o in incapacità operativa – sarà svegliato, cioè ricomposto per ricomporre l’unità esistenziale – corpo e anima – allo scopo di essere come all’inizio dell’esistenza e come è stato durante l’esistenza: uscire dal sonno – che è assenza di coscienza – e svegliarsi per essere nella compiutezza equivale a dire che la morte fisica è come il sonno che non è una condizione definitiva, ma provvisoria.

Il suo sepolcro
Tornando a Ugo Foscolo, uomo e poeta, mi viene da riflettere su quel che, con linguaggio un po’ criptico, viene chiamato gioco, astuzia, nemesi (vendetta) della Storia: egli muore nel 1827 nei dintorni di Londra, in miseria e in abbandono, all’età di 49 anni. Nel 1871, 44 anni dopo, le sue ossa saranno traslate in Italia e tumulate nella chiesa di Santa Croce a Firenze, un luogo come si sa, sacro alla fede cattolica, per la quale la sopravvivenza non è riducibile a una illusione e l’approccio a una tomba ordinariamente avviene nella fede del Cristo Risorto. Quel nulla eterno – come aveva scritto nel sonetto Alla sera – non era voce che sotto quelle volte potesse risuonare a conferma di quella illusione egregiamente cantata ne I Sepolcri. Quella chiesa  al mortoUgo uomo ed al vivo Foscolo poeta avrebbe detto, in chiara discontinuità, che la illusione, per quanto poeticamente suggestiva, è poca cosa al confronto della verità dell’uomo e al confronto della stessa drammatica vita del poeta, apparentemente staccata da Dio ma misteriosamente niente affatto da lui disgiunta.

Molti anni fa visitando quella chiesa di Santa Croce cercai subito la tomba di Ugo Foscolo per una specie di attrazione istintiva: stetti a guardare e a pensare per un buon quarto d’ora. Oggi posso dire quel che pensai: ben si addice a Foscolo questo luogo, questa cornice, questa atmosfera di immortalità, di eternità. Qui si decanta quella illusione, qui si sussurra, si declama e si canta che la creatura umana, per quanto si smarrisca, si dibatta nel dubbio, cerchi surrogati alla obiettiva immortalità o sopravvivenza, non è fatta per immaginare il suo spirito errare tra il compiantodei templi acherontei ma ricovrarsi sotto le grandi ali del perdono d’iddio (I Sepolcri vv.43 – 44).

 II

Onestà politica e personale
1) Politica enunciata
Mi meraviglio, o muro,  che tu non sia crollato sotto il peso di tanti proclami elettorali. E’ una scritta apparsa su un muro di una casa dell’antica Pompei durante una campagna elettorale: anche a quei tempi la cosiddetta letteratura  delle elezioni politiche e amministrative non godeva fama di onestà propositiva.
Mi son tornate in mente queste parole durante le notizie, i dibattiti televisivi e i vari commenti giornalistici riguardante la regione Lazio e altre faccende simili nazionali nelle quali nasce automaticamente la delusione per quanto la politica produce  in contrasto o in contraddizione con quanto promette e con quanto, per sua natura, è chiamata a fare. Ma commetterebbe un grave errore  chi si fermasse alla semplice sorpresa per quel che avviene di negativo, anzi commetterebbe una ingenuità che, in politica, equivale a scarsa intelligenza dell’oggetto. Ciò perchè in politica il soggetto operante resta sempre l’uomo in sé, il quale, anche quando è collocato in una struttura o in un sistema, è in grado – quando e se può – di far prevalere la sua parte peggiore, cioè la sua passionalità. La intelligenza politica, quella cioè che ha come oggetto il bene pubblico, può rimanere inattiva quando il soggetto è inetto o non è educato alla politica: si può essere cattivi politici per scarsa-attitudine personale o per coscienza immorale. Quando, perciò, si verificano fatti politicamente immorali, può andar bene, si, l’indignazione, la protesta, la condanna morale…ma questo solo…è troppo poco.

2) Buon senso e giustizia elementare
Sia detto en passant, che qui far politica si intende quel che il senso comune, il buon senso intende e che equivale all’elementare bene comune progettato e promosso da leggi palesemente interpretative della giustizia più evidente…perchè è noto che ogni sistema politico ha la sua giustizia…e qui…bisogna fermarsi, perchè…non si finirebbe…ma…per fare un esempio…non è assolutamente necessario essere sociologi o politologi o statisti per dire che è immorale una politica che nel distribuire o nell’assegnare fondi alle varie gestioni…abbondi nell’assicurare le attività di partiti  e si neghi ad assicurare convenientemente la vita di disabili, di menoabbienti, di precari ecc.
Per tornare alla scritta sul muro di una casa di Pompei…i programmi o le promesse elettorali hanno fama di non essere tutte e sempre credibili per la semplice ragione che dietro il politico promettente ci può essere l’uomo inosservante anzi contro-operante. Il sottinteso è che la legge non sempre riesce a pilotare tutto e che l’uomo politico può anche fare leggi  (dico legge nel senso più largo possibile) che non interpretano esattamente il bene comune, anzi che sono di parte.
Il lettore -lettrice benevolmente mi comprenda se mi sono avventurato in uno spazio senza confini. Sappia tuttavia che in questo spazio di intelligenza e di elaborazione politica – che è sempre immenso – sta l’uomo, la persona, la dignità umana….E’ su queste ultime parole che bisognerebbe riflettere di più e meglio…almeno per non sbagliare troppo…e per non essere arroganti.

3) Legge e onestà personale
Che si deve fare per impedire la corruzione personale, almeno quella più incidente nella convivenza, quella più sboccata o deridente la pregiudiziale fiducia dell’elettore e del cittadino? Si deve fare quel che si sa che si deve fare: si deve impedire che  la disonestà prevalga sull’onestà…e, perchè questo non risulti un vaniloquio , oso aggiungere  che bisogna che vi sia una mentalità o cultura politica e giuridica dell’onestà e dell’ordine prima di attendere che sia certificata una mentalità o cultura  morale personale: se la legge interpreta bene il bene comune, deve essere la stessa legge a garantire l’applicazione. Supporre l’onestà della persona e confidare solo in essa è un errore o un difetto legale, sperare e operare che l’onestà personale ci sia è un dovere…ma la società si regge prima per legge e poi per fiducia. L’ideale è che sperino insieme, ma l’ideale non è il reale. Certo, una mentalità o cultura morale personale, se non può essere data per scontata in una società democratica essa deve essere vista  come un progetto o come un traguardo costantemente perseguito perchè anche la legge ha bisogno di avere la sua facilità di accoglienza e di osservanza. Per questa ragione si dice che il diritto formale  o la legge risente in certo qual modo della maturità di un popolo  o di una società, e ciò sia nel senso attivo (fare le leggi, il diritto) sia in senso passivo (osservare le leggi, il diritto).
Ma mi accorgo di essere andato oltre e lascio al lettore-lettrice il resto….

Democrazia…
La parola è di grande e costante attualità. Essa indica e conferma un modo di governare assolutamente necessario, atteso lo sviluppo della società.  Sulla sua storia e sulla sua ragionevolezza di scelta non mancano pregevoli studi, anzi…abbondano. Quel che forse spesso non è evidente, quando se ne discorre, è il non dire chiaramente che la democrazia-governo del popolo – non è la parola né la forma di governo che risolve tutto, subito e facilmente: bisognerebbe dirlo più chiaramente, perchè la democrazia è confronto, fatica, pazienza, intelligenza, prudenza ecc..e queste virtù o qualità umane non sono presupposti assicurati, ma, spesso, sono fattori (chiamiamoli così) da creare o da affinare o da collaudare nell’esercizio stesso della democrazia.  Dal momento che essa è nata come fiducia nell’uomo, come convinzione che la società (= l’uomo in relazione con l’altro) ha in sé una capacità di autoevoluzione e che la verità  stesso sul nostro essere e sul nostro operare dev’essere captata nel divenire e non in essere immutabile…avviene che la democrazia  è una democrazia su misura di come si è e di come si pensa. Non dovrebbe sorprendere molto, quindi, che aggettivi vari definiscano – a ragione o a torto – la democrazia. Ultimamente, dopo Marx, abbiamo avuto le democrazie popolari per dire che erano di vero interesse del popolo, mentre le altre non lo erano. Si era partiti dalla dittatura del proletariato…per arrivare alla democrazia popolare identificando due termini contrari – dittatura e democrazia – in forza di un contenuto politico (=il bene del popolo) classisticamente inteso  (=i lavoratori). Bisogna riconoscere che dietro questa apparente contraddizione c’era un pensiero politico, o meglio una ideologia, il comunismo, che interpretava, o cercava di interpretare, un trapasso storico di immane complessità…ma che poi è risultato inidoneo, inadeguato perchè aveva in sé altre più complesse contraddizioni e, per certi aspetti, scarso senso storico, almeno fino a quando in Europa è ufficialmente finito, come ideologia governante. Ma ha lasciato il segno: per gli altri, perchè venga meglio inteso e perseguito il bene del popolo; per lo stesso comunismo, perchè non si confonda il popolo con una nomenclatura di persone e di organismi che non sono e non possono essere il prodotto raffinato del genere umano.
Conviene dire che la democrazia va continuamente formata e conservata, non trascurando l’attenzione al pericolo che all’interno di essa operi la dittatura di pochi all’ombra o dentro le norme che la democrazia garantisce. In definitiva è sempre l’uomo in sé che è protagonista, anche se condizionato: certo è che quando l’uomo in sé può far leva  sull’arbitrio, sul potere, sulla passionalità…colora di se anche la democrazia. La quale anche se – come si diceva ed è in parte vero – ha nella sua natura gli anticorpi  per contrastare i fattori nocivi… nulla impedisce che possa vivacchiare in fastidiosa malattia.