www.faronotizie.it - Anno XVI - n. 181 - Maggio

Come la mela di Newton, da letture occasionali a grandi temi

Scritto da Don Giuseppe Oliva il 1 settembre 2012
facebooktwitterfacebooktwitter

Non è poi tanto sensazionale il fatto che, leggendo un giornale o un libro, ti possa sentir provocato a consultare un trattato o una enciclopedia per quel che hai letto. A me non è capitato proprio questo, ma che mi sia sentito piacevolmente interessato ad alcuni argomenti…questo si. Ed è quel che cercherò di dire qui di seguito…avvisando il lettore che il riferimento a Newton è veramente quel che può accadere, in formato piccolo, semplicemente pensando o…leggendo.

I

Quel “più in là” di Montale…
Corriere della Sera del 20 agosto 2012 – Claudio Magris, giornalista e uomo di cultura, interviene sul tema del Meeting di Rimini La natura dell’uomo è rapporto con l’infinito e, da laico non credente, descrive questo infinito come quel di più che ci manca e che tende a realizzarsi qui ed ora, nelle cose e nella vita. Cita Eugenio Montale (1896-1981): Tutte le immagini portano scritto: più in là, come per dire che nessuna cosa si presenta nella sua completezza, nessuna realtà o fenomeno ha in sé il senso totale, tutto porta in se il marchio del finito, del limitato. Mi son tornati in mente i versi di un altro poeta, Clemente Rebora (1885-1957) che è simile a Montale in questo argomento, ma diverso da lui soprattutto per la ispirazione religiosa (so che si conoscevano e si stimavano): Qualunque cosa tu dica o faccia – c’è un grido dentro: – non è per questo, non è per questo. – e così tutto rimanda – a una segreta domanda: – l’atto è un pretesto.

E’ una questione importante
Questo “più in là” di Montale e questo “non è per questo” di Rebora segnano la nostra vita definendola, per così dire, autocoscienza  di un limite e di un oltre limite. Chi ha letto Montale sa bene che in lui c’è un bisogno, un’attesa di qualcos’altro, di una novità che irrompa nella piatta quotidianità la quale porta in sé la insoddisfazione per quel che è e per quel che può offrire. Si direbbe che l’uomo è più di quel che gli viene offerto, desidera qualcosa che sta oltre, attende quel che non vede chiaramente in nessun progetto. E’ quel che chiamiamo …infinito? Per Montale è questo, sì. In Rebora, invece, il rapporto con l’altro, col più in la è definito dalla  fede, ma anche da una umanità  che si dichiara capace di avvertire  questo più in la come una esigenza interiore , come una verità scritta nelle cose e che viene percepita dalla nostra intelligenza o sensibilità come consonante con la nostra natura stessa. La fede dice che la creatura umana è aperta  all’incontro con Dio, in questa vita con l’esperienza religiosa e nell’altra vita con la visione di Dio: il di là quindi è quel che ci è stato rivelato e promesso, anche se nel mistero, ma è qui e oltre.
Magris percepisce  questo più in là solo in un’orbita di tempo, perchè non ritiene che possa esserci un’orbita di trascendenza, di religiosità, di fede. Per lui sforare l’orbita del solo umano, sfuggire alla forza gravitazionale della natura è impossibile. Col filosofo Horkheimer, della scuola di Francoforte, ritiene che il mondo finito è l’unico e interessante, perchè è l’unico del quale possiamo avere conoscenza, anche se esso mondo finito rimanda a un irriducibilmente Altro (Hokheimer) del quale non si può negare la presenza dentro gli orizzonti di questo stesso mondo finito: si chiami Dio o diversamente…è una vana fatica occuparsene!!…. Così tutto è chiuso nel tempo e il di là e l’oltre sono qui e ora. Come si vede, questo oltre, o Altro, o più in là, cacciato dalla porta rientra dalla finestra e, negato come verità che ci trascende, è accettato come esigenza immanente, come completamento  al nostro limite, alla nostra insufficienza.

Tra Montale e Rebora…
Ma se vogliamo  essenzializzare il tema o il problema, rispettando l’intelligenza e concedendo qualcosa a chi oltre l’intelligenza sente la legittimità del mistero, dobbiamo ammettere che non si compie alcuno scippo alla dignità umana se a Montale si preferisce il cattolico Rebora e a Magris il credente Messori. Perchè se abbondano gli argomenti in favore dell’infinito spalmato orizzontalmente nel tempo e nella vita non sono meno toccanti e gratificanti – proprio sul piano umano – quelli in favore di un infinito che si chiama Dio e che nella sua verticalità (=trascendenza) non si nega alla orizzontalità (=immanenza) e che in Cristo si è comunicato come Presenza vicina ad ogni esistenza umana, anzi in essa operante come salvezza e come esperienza dell’oltre, dell’Altro, del più in là. Resta, indubbiamente, la questione del come questa verticalità venga percepita e accettata e del come possa essere sperimentata e vissuta come certezza (pensiero) e come moralità (ubbidienza). Ma non è una questione paralizzante…se il discorso s’imposta bene.

                                                                                II

T
ra devozione e…Teologia: Luciano de Crescenzio e l’ateo = credenza
Corriere della sera del 19 luglio 2012.
Ricordo che al tempo dei miei studi ginnasiali e liceali si riteneva importante la conoscenza  del linguaggio figurato o delle figure retoriche (la metafora, l’allegoria, l’iperbole,  la sinaddoche…)così come anche dei generi letterari (narrativo, lirico, drammatico…con le non poche distinzioni), perchè con questa conoscenza si potevano meglio capire e studiare gli autori e i loro scritti. Perciò, quando mi sono imbattuto nelle pagine del Corriere della sera con un Mistico De Crescenzio, non ho avuto difficoltà a intendere bene quel…mistico...che non aveva nulla a che vedere con la mistica di S.Teresa d’Avila o di San Giovanni della Croce. La parola indicava la nota estrosità di Luciano, la sua attitudine a stupire con arguzia e intelligenza, la sua a volte spiazzante discorsività briosa…perchè è….uomo di penna…come si diceva una volta.
Ma, letta attentamente l’intervista, ho constatato che il caro e brillante scrittore  De Crescenzio…in fatto di fede, di teologia e di devozione…è veramente…mistico, cioè si muove per conto suo, indubbiamente con onestà intellettuale, cioè secondo le sue regole di logica…ed è avvenuto che alla sua legittima autonomia e disinvoltura…ha fatto riscontro la mia legittima censura e…diciamolo pure…competenza.

Riguardo a Gesù
Luciano dice chiaro e tondo: “In passato ho amato definirmi non credente ma sperante. Ultimamente, invece,  mi sento un ateo- cristiano, perchè, pur non credendo nell’esistenza  di Dio, cerco di ispirare la mia vita  al modello predicato da Gesù” – Un complimento  a Gesù? Certamente, e anche sincero, credo. Ma il difetto o l’errore sta nella riduzione di Gesù  a un moralista, accanto ad altri pensatori  e filosofi, che Luciano conosce bene (scrive di storia e filosofia) . Come moralista Gesù non merita né attenzione, né stima, perchè è un bestemmiatore  (si è fatto Dio), è un arrogante (perchè si propone come insindacabile ) neppure la sua tragica fine lo riscatta , perchè quella morte , se non è dell’uomo-Dio, non ha senso. Il vero Gesù rifiuta di essere accettato a mezzadria  d’uso e consumo. D’altronde è l’errore nel quale cadono molti che, di fronte alla radicalità del vangelo, cercano di conciliare l’ammirazione per Gesù e il non facile governo della propria natura.

Riguardo alla Madonna
E’ evidente che Luciano, ateo-cristiano e scrittore, se scrive della Madonna (su di lei ha scritto due libri) ne parla per quanto essa è sentita e venerata dalla gente e per quanto la figura e il culto di lei, donna e madre di Gesù, hanno suscitato in fatto di popolarità e di devozione. Lui stesso dice di essere attratto  da quella figura così singolare. Là dove lo scrittore fa cilecca è dove dice:…”io, da buon napoletano, non potevo non renderle omaggio, e per ringraziarla  di tutto l’aiuto che mi ha dato nel corso di questi anni, ho deciso di dedicare  un intero libro a lei”. Che un ateo-cristiano ritenga e dica di essere stato aiutato dalla Madonna…sorprende un poco. Viene da pensare che abbia sbagliato quando si è definito ateo-cristiano o che sbagli ora parlando di aiuto. Ma forse la verità è altrove; è nel fatto che a un buon napoletano, quale si ritiene ed è Luciano, può capitare che l’immaginario popolare, cioè il sentimento religioso, o meglio la devozione mariana, sia più forte e più umana dell’ateo=credenza – che è un ibrido logico di scarso valore – tanto da imporsi come risposta  più persuasiva ai problemi della condizione umana. Capita infatti che là dove la ragione, un po’ o molto pretendente e dissacrante, ritiene di aver rimosso ogni altra presenza…eterogenea si accorge che certe cose sono rimaste e che non sono facilmente eliminabili…e capita che queste cose non rimosse costituiscano una presenza non solo non fastidiosa ma perfino cara e apprezzabile.

III

Un saggio critico su “La Civiltà Cattolica”.
La Civiltà cattolica, rivista quindicinale dei gesuiti italiani 07 luglio 2012 – quaderno 3889 – Il critico letterario P. Ferdinando Cartelli presenta il romanzo di Giuseppe Conte Ero un’adultera (Milano-Longanesi, 2008.288, € 16,00) in circa sette pagine dal contenuto molto interessante. L’autore Conte ricostruisce in chiave fantastica la storia evangelica dell’adultera che Cristo salva dalla lapidazione (Gv. 8, 3-11). Romanzo ricco di episodi , ben costruito, di piacevole e interessante lettura. In esso l’autore affronta problemi gravi e universali: la drammaticità della condizione umana che si dibatte fra il bene e il male, nella affannosa ricerca della felicità”. In contemporanea  con la lettura di questo articolo ho avuto tra le mani un libro nel quale lo stesso argomento, amore-sesso, è trattato in chiave naturalistica, al di fuori, anzi contro ogni prospettiva di riscatto , per cui un certo confronto con relativi giudizi è sorto in me spontaneamente, insieme a una carrellata su quanto gli anni di scuola e poi gli studi  e le letture personali mi hanno offerto in conoscenza e in analisi critica.

Alessandro Manzoni
Di fronte a tanta pornografia e alla banalizzazione dell’amore e del sesso ho pensato ad Alessandro Manzoni dei Promessi Sposi: roba d’altri tempi, dirà qualcuno, con tono di sufficienza…e io dirò: sì, d’altri tempi, ma senza il tono di sufficienza, aggiungendo che quella sobrietà di narrazione non era tacitazione o negazione del male oggettivo ma ragionevole scelta di un dosaggio contenutistico  sufficiente alla economia narrativa e stilistica del suo romanzo. Il lettore, se ha letto o studiato I Promessi Sposi può ricordare con me…”…(siamo a Lecco) dove c’è …una stabile guarnizione di soldati spagnoli, che insegnavan la modestia alle fanciulle e alle donne del paese, accarezzavan di tempo in tempo le spalle a qualche marito, a qualche padre….”(cap. I). Riguardo alla Monaca di Monza, della quale il dramma umano è evidente come è evidente la società corrotta , cattiva e ipocrita, al Manzoni basta scrivere  “La sventurata rispose” (cap. X) per sottolineare quel che la presenza del personaggio Egidio provocherà.. Anche per l’Innominato non manca la pennellata su misura: ha lasciato Lucia, che implora la liberazione, con la vecchia ed è agitato, insicuro…”Partito, o quasi scappato da Lucia, dato l’ordine per la cena di lei, fatta una consueta visita a certi posti del castello...il signore s’era andato a cucciare in  camera….(cap. XXI).
So bene che l’arte, la narrativa, la mentalità, il costume cambiano e che non c’è un solo modo di approccio al reale. Ritengo però che quando si eccede per volontà o esigenza trasgressiva, antimoralistica ad ogni costo…il discorso cambia. So bene che sul comune senso del pudore anche i giuristi non si muovono in acque tranquille, come anche i politici, ma la questione resta sempre di umana attualità.In conclusione. Se il romanzo di Conte  Ero un’adultera ha potuto ricevere l’apprezzamento del critico di Civiltà Cattolica vuol dire che l’argomento amore-sesso è trattabile anche correttamente . Con ciò non intendo affermare che in materia tutto sia facile: dico soltanto che sottovalutare o vanificare il problema è un grave errore. La sessualità è una dimensione umana e sociale, che sta insieme ad altre umane e sociali tutte di grande valore, dignità e finalità. Ma è una dimensione che, se non è vista in una sana antropologia, rischia la banalizzazione con conseguenze anche drammatiche, tra le quali c’è la contaminazione dell’amore.