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“L’erba verde dei tuoi occhi” – raccolta di poesie-

Scritto da Don Giuseppe Oliva il 1 luglio 2012
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Ho sempre cercato la compagnia dei poeti. Mi è molto piaciuto conoscere la loro vita e le loro opere, leggere i versi e ritenerne a memoria il maggior numero possibile.
Quando nei primi anni di ginnasio mi accorsi che il loro mondo e il loro linguaggio mi erano congeniali, cominciai a poetare imitandoli. Appresi così, in anticipo sul programma scolastico, i generi letterari e la metrica. In seguito alla lettura della Gerusalemme Liberata di T. Tasso fui affascinato dalla poesia cavalleresca: Omero e Virgilio avevano fatto la loro egregia parte. Ma l’endecasillabo e l’ottava sul cui ritmo solenne si snodava la narrazione delle imprese cavalleresche lasciarono il segno nel mio animo. Però il segno lo lasciarono anche altri poeti, tra i quali, in modo particolare, Giuseppe Giusti, per la sua estrosità e originalità, per la varietà dei temi, le movenze stilistiche e le modulazioni metriche.

Dai primi studi…
Già in 5° ginnasio avrei potuto raccogliere in volumetto molte poesie, che, rivister poi, avrebbero mostrato l’intensità del sentimento insieme alle tante imperfezioni e carenze di contenuto e di forma. Meditando sul mio paesino -Avena di Papasidero – scrivevo: “Tempo verrà che il pellgrin guardando/ da lungi il luogo dove eri tu/, esclamando dirà: qui Avena un tempo/ era, or non più″; un discreto saggio di poesia romantico-crepuscolare, o un riflesso dell’omerica o virgiliana caduta di Troia…
Vennero gli anni del liceo. Da Dante a Ungaretti il panorama letterario, nel suo dispiegarsi graduale, risultò ampio e interessante. La scuola, però, aveva i suoi limiti nelle ore e nei programmi. Pensai che non avrei mai potuto conoscere bene i poeti e i loro scritti senza una iniziativa personale aggiunta. Ritenni che la migliore, anzi l’unica, era quella di procurarmi e di leggermi gli scritti di ciascun poeta parallelamente alla trattazione che ne faceva il professore in classe. L’impresa stava tra l’utopia e l’audacia rocambolesca… ma… tra biblioteca, amici ed edizioni popolari di qualche Casa Editrice riuscii a leggere molto di ogni poeta. E’ così netto il ricordo di quelle letture, realizzate sfruttando anche gli scampoli di tempo, come quelli del muoversi tra la camerata e la cappella o il refettorio, che mi rivedo ancora in due circostanze particolari: la prima è il “gran rifiuto” dell’Orlando Furioso di Ariosto, che trovai stancante dopo i primi due canti, più o meno,; la seconda è la fatica che dovetti impormi nel portare a termine la Basvilliana di Vincenzo Monti, tanto il personaggio era poco dantesco e tanto le pur fluide terzine non erano quelle di Dante.
Nello stesso tempo avevo acquistato anche una certa capacità critica, tanto da permettermi di scrivere qualche commento o analisi estetica su poesie e autori. Cercai ed ebbi e potei leggere Estetica in nuce di Benedetto Croce, ma non ne ricavai granchè. Alla fine constatai che i grandi critici , quali lo stesso Benedetto Croce, Francesco De Sanctis, Attilio Manigliano ed altri, pari o minori… avevano influito positivamente per questo mio esercizio letterario. Devo aggiungere però che l’effetto più “positivo e più persuasivo mi venne dalla lettura di Saggi Danteschi  di Giuseppe Troccoli, conterraneo, di Lauropoli -Cassano alla Ionio (CS), professore in un liceo di Firenze, poeta, autore anche di un romanzo intitolato Lauropoli. Conservo ancora una sua lettera del 1955 e le sue poesie che mi mandò insieme al romanzo, come non posso dimenticare il poeta e giornalista Giuseppe Selvaggi di Cassano all’Ionio, del quale conservo anche due lettere insieme alle sue poesie.

Cosi tra letteratura e ispirazione…
Quando ho cercato le ragioni di questo mio esercizio critico-letterario, che mi è stato poi molto utile per i non pochi articoli scritti su vari periodici, non mi è stato difficile trovarle in quel risvolto psicologico acquisito, consistente nel concludere che, in definitiva, per l’analisi critica o estetica di opere e di autori, ci può essere spazio anche per chi grande o navigato ancora non è… purchè seriamente cerchi di stare dentro lo scritto in esame con una sufficiente diligenza e competenza. Furono anni, quelli liceali, nei quali poetare non era tanto rispondere alle varie ispirazioni e provocazioni, quanto, e forse più, scegliere il genere poetico, cioè espressivo , e la metrica: mi attiravano la quartina, la saffica, l’alcaica, il settenario accoppiato … di Carducci, l’endecasillabo e il settenario della stanza leopardiana… l’endecasillabo secco di Foscolo, il decasillabo e il settenario sdrucciolo, piano e tronco di Manzoni… e non solo.
Erano moduli che stavano lì come monumenti di stile, di plasticità di pensiero e che era impossibile rimuovere… Scrissi imitando Carducci: “Deh, se potessi di pervinca e timo/ e d’elicriso, di giacinto e acanto/ rapir l’effluvio e vividi colori/ per adornarne/ del cor gli affetti; delle nivee vette/ l’aure vorrei col candor non tocco/ del ciel l’azzurro e l’armonia perenne/ dell’universo.” … e, riferendomi alla partenza di un missionario sul mare che lo porta lontano, “Passa sul volto e mormora la fresca ala del vento,/ s’agita ancor sul mare la lunga scia d’argento/ come un lontano amor;/ ride di un mite azzurro nel sogno ampio la vita/. freme come al nascente sole una margherita/ il sublimato cuor.
Ma altrettanto impossibile per me era non accorgermi delle nuove forme di poesia contemporanea e di alcuni poeti stranieri, soprattutto francesi. Era un fatto che, viventi ancora Giosuè Carducci (1835-1907), Nobel  per la letteratura 1906, e Giovanni Pascoli (1855-1912) la nuova poesia era già su nuove piste, con nuovi progetti. Nonostante apparenti approssimazioni, contraddizioni, improvvisazioni, stravaganze, erano riconoscibili, per quel che tematicamente affermavano, le nuove poetiche che si muovevano tra ermetismo, crepuscolarismo, futurismo, neoclassicismo… Insomma la piazza era vociante, c’era veramente qualcosa di nuovo, l’ottocento era finito… bisognava ascoltare anche il pirotecnico futurista Filippo Tommaso Marinetti (1876-1944), lo scanzonato Aldo Palazzeschi (1885-1974) e i dolenti Sergio Corazzini (1887-1907) e Guido Gozzano (1883-1916)…
Accadeva in quei tempi che lo svolgimento del programma d’italiano, nei riguardi della poesia, non andasse oltre Gabriele D’Annunzio, quindi buona parte del primo novecento restava in ombra. Ricordo come io risolvessi questa deficienza agevolmente, con le molte letture extrascolastiche, tramite le quali riuscivo a procurarmi una discreta panoramica della poesia contemporanea. Quelle letture mi fecero conoscere poesie e poeti, movimenti letterari e pubblicazioni, titoli e riviste e fondatori. Tra queste letture furono decisive quelle dei libri di Giovanni Papini (1881-1956). Esse provocarono in me una reazione a catena di conoscenze, di giudizi, di imitazioni. E tutto cominciò con la lettura di Un uomo finito, quella paradossale autobiografia nella quale l’uomo Papini diventava la personificazione di una identità spirituale e culturale, affascinante problematica, vitalistica… , e lo scrittore Papini saliva in cattedra per provocare a modo suo e per proporre un nuovo affronto della realtà e un nuovo approccio all’umano: una esaltazione della trasgressività tra carisma e forza argomentativa.  Devo a lui la lettura, tra l’altro, di Shakespeare, di Schiller , di Ibsen e un po’ di Racine e Corneille…; alle sue critiche provocatorie devo il mio interesse per Jean Paul Sartre, per Andrè Gide e Knut Hamsun… , quindi per Bernanos, Mauriac, Claudel… e per quei poeti maledetti francesi, verso i quali l’attrazione non è venuta mai meno per quel non so che di mistero e di demoniaco che fa vibrare spesso la corda umana dell’esistenza.

Volontà di conoscere e di comporre
E’ facile immaginare che mondo ideale fosse il mio con tutte quelle nuove presenze che venivano ad aggiungersi a quelle che la scuola mi offriva. Ed è anche facile immaginare come il confronto tra autori, tra correnti letterarie, tra classicismo e tutto il resto mi offrisse materia sufficiente a vedere il mondo scolastico come un recinto al confronto col campo ampio nel quale mi muovevo. Ero però anche consapevole della reciproca integrazione e benchè trovassi distanti tra di loro la “foresta” di Shakespeare, le “torre” di Alfieri e il “salotto” di Metastasio (come li aveva definiti Papini), ciononostante ciascuno mi stava bene nella sua peculiarità artistica. Devo aggiungere che contemporaneamente a questa crescita critico-letteraria, ci fu per me, come effetto-Papini, anche quella filosofica e teologica, del che la mia poesia ha sempre risentito: non fu senza conseguenze la lettura del Crepuscolo dei filosofi e di altri libri del genere, e, in modo particolare della Storia di Cristo e di Lettere agli uomini di Papa Celestino VI.

Nei quattro anni seguenti, quelli degli studi teologici, componevo con molta facilità, con evidente maturazione in atto, tanto che a 24 anni avevo scritto molto, su vari temi, con moduli metrici diversi, e potevo constatare che delle tante pagine scritte, alcune conservavano una certa validità. Anche quelle sopravvissute fino a oggi mi definiscono esattamente in quel già e non ancora, comune ad ogni scrittore e alla sua personale storia. La vita di seminario mi aveva offerto sempre circostanze di vario genere che inducevano a comporre per decisione propria, qualche volta anche su richiesta. C’era vivacità di stimoli culturali e poetici. Stavo con Leopardi,Carducci, , Pascoli… ma non lasciavo da parte i contemporanei. Constatavo che il verso, il sentimento, la fantasia, non mi abbandonavano: rivedevo o componevo liriche di varia ispirazione, abbozzi di carmi o di tragedie, componevo poesie giocose, stornellate… e fra i banchi di scuola anche versi estemporanei su foglietti che passavano sotto i banchi da mano a mano per una specie di goliardia trasgressiva.

Avevo messo in 328 versi la vita di San Bruno in forma di Laudi musicate poi dal Maestro Ugo Perrone e stampate poi per la celebrazione della festa popolare alla Certosa di Serra (CZ) in ottobre. Avevo composto anche “la tragedia di Corradino di Svevia” in cinque atti e prologo, in endecasillabi con otto cori, in versi liberi aritmici, alla maniera manzoniana: in tutto più di 2000 versi. Così fino ad oggi ho conservato questa connaturalità poetica consistente nel trasferire nel verso le percezioni personali con esiti ora trasparenti e significativi, ora imperfetti e incompiuti.

Come in quegli anni di studio i tantissimi versi sono risultati materiale di cantiere, così dopo, fino ad oggi, altri tantissimi versi sono risultati parole scritte su carta da macero. Ma quel materiale di cantiere, e quei versi in carta da macero, per una sorta di unità sostanziale, dinamica e interpretativa, per via di un metabolismo indefinibile, sopravvivono in quel che oggi vede la luce, a prescindere da ogni domanda sul valore e sulla opportunità.

Esperienza poetica
Se sono poeta. Certo è che particolari sensazioni di un mio mondo le esprimo a modo mio. Mi sento coinvolto in richiami fantastici, toccanti. Esperimento trazioni in alto e in profondo. Vivo dimensioni che non sono quelle della semplice realtà: questo è indubitabile.
Poi traduco in una pittura ideale quel non-so-che d’oltre tempo, d’oltre giustapposizione delle cose, d’oltre apparenze. Cerco di armonizzare le molte voci in una coralità e mi ritrovo tra la illuminazione estatica e la espressione manchevole. Ovvio scotto del lavoro poetico o scarsa capacità del mestiere?
I versi che pubblico sono trucioli fra tanti, piccoli spazi di più vasti spazi. Sono risultati di imprese che tendevano a più robuste creazioni, intuizioni di lampeggiamenti esaltanti che si sono sbriciolate in striature di luce. O di fumo?

Riguardano tempi vari, discontinui, riflettono diverse sensibilità estetiche e attrazioni. Se era meglio rinunciare a sudar dietro al piccoletto verso per dirla con Carducci, se conveniva lasciare tra gli altri manoscritti accantonati anche queste piccole creature, non so…
Quante poesie oggi. Per la diffusione della cultura, per le possibilità di valorizzare ogni attitudine fantastica, per la legittimità di dire comunque? Sarà anche per la diversa interpretazione dell’arte.

Certo è che un processo eliminatorio è sempre immanente alla produzione poetica. Nessuna modestia, per quanto sincera e spregiudicata, può esimere dall’essere oggetto di giudizio critico. In modo particolare, oso dire, lo scrivente che decide di presentarsi a parità di altri sconosciuti, ma col difetto di essere molto avanti negli anni..

Ora, non so come e perché, mi sono lentamente persuaso che, in definitiva, niente impedisce che anche i voli brevi – quale appunto giudico queste poesie – e le immagini in formato ridotto possono risultare proponibili. Momenti creativi mancanti si riscontrano anche in poeti di indubbia grandezza. Io che per i grandi poeti ho grande deferenza, possono prendermi la licenza anche del quasi fallimento. Il gioco col rischio non mi spaventa mentre mi conforta la consapevolezza di avere una particolare sensibilità: perché mi sento all’interno del mondo complesso dell’anima e della vita, nella grandiosità cosmica e nell’attimo sintetizzatore di tante confluenze, nel mistero sempre ritornante come tema di una sinfonia, in un collegamento faticoso con le radici dell’essere mediante i connotati sensibili, in una astrazione immediata dopo il tocco con le cose, in un volere e cercare altro, in una inquietudine progressiva, indefinibile come la poesia stessa.

Ho letto tanti versi, tanti saggi di estetica e di critica letteraria. La conclusione è stata che non esiste univocità di poesia, anche se c’è una verità d’identificazione. Ma ciascuno è se stesso nel tentativo di realizzare quel che chiamiamo arte poetica. In tal senso ogni poesia è una interpretazione creativa che tu offri con trepidazione e nella quale hai cercato di trasfondere genialità, originalità, universalità. Ti senti un solitario, un pellegrino atemporale, anche se legato al tempo, un ricercatore di rispondenze inedite, un possessore di una potenzialità che dovrà risaltare anche nell’involucro opaco della parola. Scrivi mentre sei preso da una illuminazione, mentre insegui mobili orizzonti di spazi e cose, mentre avverti un pathos riscattante, una luce emergente dietro esperienze che hanno misteriose sintonie.

Gli occhi
Perché il titolo “L’erba verde dei tuoi occhi” Gli occhi sono per me centri raggianti in tutte le direzioni, sono finestre aperte sull’esteso profondo della vita, il cui dramma è forte di tensioni. E’ un verso che sa di riscatto, di salvezza. Si riferisce a una bambina e la sua immagine è irruzione di levità nel concreto della vita. Ritrae il  compito della poesia in sé per la sua valenza purificatrice. Gli occhi, come erba verde, aprono verso un momento di sosta, verso un accenno di speranza, verso scoperte di possibili bellezze vissute, lanciano messaggi su un futuro ancore informe: sono contemplazione evocatrice, evasione e permanenza, risultato e riproponimento di temi, sono situazione umana, ciò che essa mostra e ciò che nasconde, sono la policromia del fantastico, contemplata tra sofferenza e sublimazione.

 

FARONOTIZIE.IT
pubblicherà  ogni mese una poesia di questa raccolta.

Ecco la prima:

Quegli occhi…

Dinnanzi a quegli occhi belli
lacrime pesanti sulle ciglia
io rivedevo e ciechi vedenti
nel buio girandole di stelle;

e sguardi vitrei sopra un mare di stracci
mentre la notte è nel cuore
aperto come città morta;

e visi di bambini schiacciati sul vetro
della morte imminente, imploranti
liberazione dalla fame;

e tante esistenze umane cadenti in schegge
di giorni e di ore, gambi di un fiore
senza petali su di una balaustra di vento.