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Il peccato: una provocazione teologica o anche altro?

Scritto da Don Giuseppe Oliva il 1 giugno 2012
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Lessi anni fa un romanzo. Non ricordo né il titolo né l’autore . Mi fecero una certa impressione le quali il protagonista  riprendeva un personaggio che aveva usato la parola peccato. “Peccato?! Non devi usare più questa parola . Il peccato non c’è più , perchè non c’è più Dio. C’è solo l’uomo.  Ci siamo solo noi . E noi non chiamiamo peccati neppure le nostre nefandezze”. Erano parole dette con una certa collera, il che significava, nell’intento dell’autore, il disappunto o la irritazione che si prova quando una presunta verità stenta a morire, anzi continua a imporsi, nonostante l’impegno a rimuoverla con ogni espediente culturale e psicologico. Ora la parola peccato, per ciò stesso che è nel vocabolario, nella cultura elementare di tutti , oltre che nella antropologia variamente declinata, induce sempre a una presa di posizione: che è di accettazione per il credente, di rifiuto per il non credente, di indifferenza o di sospensione (almeno teoricamente) per chi la scelta non l’ha ancora fatta, o non l’ha fatta bene.

Parliamo del credente
Per ovvie ragioni di trattazione, qui per credente intendiamo il cattolico, cioè quella persona concreta che si dichiara tale, oltre che per il battesimo ricevuto, anche per la scelta fatta  e per la coscienza che ha di appartenere alla Chiesa. Su richiesta o in un confronto questa persona non esiterebbe ad aggiungere che è un cattolico anche perchè ritiene di possedere  una certa qual cultura di fede  e una certa  qual sensibilità morale derivante appunto dalla fede, e, riguardo al peccato, una certa qual intelligenza e coscienza di quel che esso  è e di quel che significa. E’ ovvio che in questo sommario ritratto sono sottintesi, perchè assolutamente reali, tutti quei fatori umani  che concorrono comunque a dare una identità concreta del cattolico così descritto. Il quale proprio in questa identità concreta può risultare ammirevole, accettabile, approssimativo, di dubbia sufficienza, soltanto anagrafico….e perfino…la negazione personificata del cattolico. Insomma, la tipologia, per così dire, del cattolico può essere varia, problematica, equivoca come è la persona. Ciò perchè il cattolico non è una immagine  di catalogo, ma è un ideale di credente e di persona, proposto perchè si realizzi nel tempo che si chiama vita. E la vita è essere e divenire.

Avventura e rischio
Ed eccoci nell’avventura della vita da cattolico, sempre nel tentativo di far combaciare la vita con la fede e sempre con la coscienza delle difficoltà, della discontinuità, dei recuperi…Ma eccoci anche nel rischio di tenere  la fede a margine…di gestirla a mezzadria con l’istinto…di concedere solo ospitalità ornativa….di ritenerla un capo di vestiario da parata o da costume del tempo…
Nei termini avventura e rischio…è detto tutto. Ed è detto anche come il peccato  possa essere visto e considerato  a seconda della sensibilità della persona e sopratutto a seconda della integrità della fede, quanto ad ortodossia e a coscienza esatta. Non si sbaglia se si ipotizza un cattolico…non più cattolico…perchè praticamente ha dato un cortese o irritato benservito alla sua fede e il tema peccato si muove tra i rottami della memoria e della ricerca. Senza una vera ed esatta mentalità di fede il discorso sul peccato può subire tutte le deformazioni possibili. Il concetto stesso di peccato esige una teologia rispettosa  della Rivelazione  e attenta alla realtà umana, cioè all’uomo considerato  secondo a sua natura  ela sua collocazione esistenziale: ciò perché il credente non è un prodotto di laboratorio, ma è la risultante, dal punto di vista solamente umano, del progressivo divenire della persona battezzata, cioè è una novità che s’impone nella crescita drammatica della vita. Questo permanente stato di incompiutezza, che non è incapacità  a giudicarsi ma è difficoltà nel realizzarsi pieno, provoca il credente ad accettarsi così com’è e a programmarsi per un di più e per un meglio, mediante l’attenzione e il giudizio. La rilevazione del peccatoè in questa costante lettura di se stesso all’insegna di una morale che già il credente possiede e che via via diventa più chiara e più completa. In questa sua verifica il credente sperimenta le difficoltà derivanti dall’essere contemporaneamente  inquirente ed inquisito, giudicante e giudicato, giudice e colpevole. E’ una conflittualità che può anche stancarlo se non è forte e fiducioso , o, per essere più espliciti, se non guarda al peccato con occhio di fede e secondo una sana teologia, perchè il peccato è quel che è la teologia del credente.

Occhio di fede
E per occhio di fede s’intende quell’essere convinti che la legge morale  viene da Dio e che l’ubbidienza è un dovere  e che essa è possibile per l’aiuto  che il Signore stesso ha promesso e dà, e che pentirsi non è mutilazione di sé, ma è liberazione dal male. Come facilmente si può constatare  il concetto di fede  e la sensibilità che si richiede dal credente  costituiscono una …filosofia della vita dalla quale risulta che se c’è  la caduta c’è anche la ripresa, se c’è la sconfitta c’è anche la rivalsa: l’uomo-credente-cattolico si ritiene non sufficiente da sé, ha bisogno di Dio. D’altronde  che significa credere in un Salvatore se non si ha bisogno di essere salvati? O aver bisogno di un Maestro  se non c’è da apprendere ? Può sembrare un discorso teorico, ma non lo è,  perchè qui si parla  dell’uomo vivente, peccante, ma che cerca la ragione del peccato e dell’aspirazione a liberarsene. Difatti avviene che al rifiuto di una teologia del peccato corrisponde un’antropologia del peccato, anche se non si chiama più peccato.  E la liberazione dal peccato consiste nel non ritenerlo tale, nel ridurlo a una dimensione, espressione, fenomeno dell’uomo, a una fatalità o a uno dei tanti enigmi riguardanti l’enigma – uomo.
Capisco bene che con la fede il tema-problema del peccato è inquadrato in un’ottca soprannaturale, di rivelazione divina e ogni discorso in merito si svolge all’interno di quell’ottica, dal peccato originale a quello  attuale. Per questa ragione diciamo che la fede è un’opzione e un dono, cioè una  grazia che dall’invisibile invade l’esistenza umana, intesa come visibilità, storicità, umanità. Da questa opzione-dono-grazia scaturisce una concezione dell’uomo e della storia, un umanesimo che dimostra anche un suo prestigio morale e culturale: se Dante è del Medioevo, tanti pensatori sono anche di oggi.  E se la ipotesi o la tesi  (per il credente) che la venuta di Dio in terra (Incarnazione) e la redenzione (morte e resurrezione di Cristo) non ripugnano in sé alla mente umana…il cattolicesimo, come teoria del peccato e della salvezza, può costituire per l’uomo la verità che più di ogni altra interpreta la reale situazione umana come fatto e come aspirazione, come domanda e come risposta.

La confessione – sacramento
E la stessa confessione, come sacramento, che è propria del cattolicesimo, non si presenta come una aggiunta un po’ eterogenea o come una forzatura dogmatica della redenzione. Non cìè dubbio che essa è fastidiosa, laboriosa, a volte drammatica e, per come è disciplinata , può risultare anche discutibile su certi aspetti, ma….è nella logica e nella coerenza del cattolicesimo. Perchè nella confessione-sacramento c’è la ministerialità e la visibilità (sacerdote e celebrazione) così come negli altri sacramenti, il che, come è noto, esprime e realizza il prolungamento dell’Incarnazione nel tempo, proprio dell’incarnazione che è assunzione dell’umanità da parte del Verbo (figlio), proprio di quell’umanità che agisce da mediazione visibile per la salvezza: difatti Cristo può soffrire perchè ha il corpo , può annunziare perchè può parlare, può esprimere tutti i tratti della sua umanità  perchè è anche umano, e, vivendo questi tratti li santifica. c’è da aggiungere anche che la salvezza ci è venuta dall’esterno, cioè da Cristo. Non dovrebbe sorprendere  molto che quella sua esteriorità  l’abbia voluta e trasferita anche nel dopo lui, cioè nella Chiesa, a modo di continuazione misterica.

Per finire….
L’amico lettore-lettrice sia molto benevolo verso lo scrivente, perchè la necessità delle scorciatoie si è imposta. d’altra parte uno scritto su Faronotizie  deve obbedire anche  ad alcune regole. Dico confidenzialmente all’amico lettore-lettrice che mio intento è stato di dire  semplicemente qualcosa sull’argomemnto peccato, il quale è molto complesso per le ragioni che ognuno conosce , perciò ho rimesso negli scaffali  i volumi che avevo consultati…precisamente il Dizionario teologico, il Dizionario  morale, il Dizionario filosofico, l’Enciclopedia cattolica…perchè era bene procedere per accenni, in un modo spedito, con annunciazioni di sostanza e col costante sottinteso  che…chi vuol saperne di più …ha dove attingere e come coordinarsi  per migliori e ulteriori conoscenze. Ma sempre a patto che la linea di demarcazione o la scelta di campo resti fede-non fede sul piano teorico. E su quello pratico, quale credente cattolico – quale sensibilità cattolica. Sempre a patto che la complessità teorica della parola  e del fatto “peccato” e la problematica concreta della esperienza del peccato non producano stanchezza, impazienza e irritazione. Perchè è bene dire anche qui che, priva della della dimensione teologica, la parola peccato è intrattabile per quel che comunemente  significa, cioè disobbedienza a Dio, rifiuto della sua volontà. In chiave teologica, invece, la sua lettura, mentre è indicativa di un difetto dell’uomo, di un male, nel contempo è anche rivelatrice di uno spazio di liberazione e di riscatto, dove si può entrare in forza di quella stessa lettura, che, perchè teologica, è chiarificatrice e rasserenante.


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