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Vino e libertà

Scritto da Piero Valdiserra il 1 ottobre 2011
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 “Ahi serva Italia…” esclamava già Dante Alighieri nel Purgatorio (VI, 76). Certo, il nostro Paese ha conosciuto lunghi secoli di dominazioni straniere, e forse anche per questo è diventato più suscettibile e più indifeso nei confronti degli attacchi alla propria libertà civile. La libertà, diceva Popper, non è un privilegio acquisito una volta per tutte, ma è un bene prezioso da tutelare giorno per giorno, respingendo gli assalti ricorrenti dei tanti nemici, vecchi e nuovi, sempre pronti alla sopraffazione.

Queste considerazioni ci vengono in mente ogni volta che pensiamo ai recenti, nefasti inasprimenti della legislazione antialcolica. Il nostro Stato ha assunto a tutti gli effetti una posizione “paternalista”: per garantire il bene dei suoi cittadini (ammesso e non concesso che conosca tale bene, n.d.a.), ha posto dei limiti molto severi al tasso alcolemico di chi circola sulle strade del Belpaese, e ha rispolverato la vecchia formula medievale del “giudizio di Dio” con l’adozione del famigerato etilometro. L’automobilista fermato risulta al di sotto di una certa soglia? Salve la patente e la macchina! L’automobilista supera la soglia critica? Peggio per lui, per la sua patente, per la sua macchina, per il suo tempo, per il suo portafoglio e per la sua reputazione!

Quali sono i risultati, ampiamente prevedibili, di queste misure restrittive? Presto detto: è aumentata l’incertezza di chi circola sulle strade, è cresciuto il suo disorientamento, si è diffusa la paura (meglio: la psicosi) di essere fermati per un controllo, e i consumi fuori casa di vino – che già non se la passavano bene per motivi congiunturali – sono letteralmente crollati.

Ora, è assolutamente giusto che chi, da ubriaco, causa incidenti stradali vada incontro alle proprie responsabilità, ci mancherebbe altro. A questo proposito, se la memoria non ci inganna, la responsabilità penale è personale. Bene. Ma allora, ci chiediamo, è altrettanto giusto sanzionare le condizioni teoriche, le premesse (= il tasso alcolemico) di un comportamento scorretto al volante, che nella stragrande maggioranza dei casi non si verifica neppure?  

Noi crediamo di no. Noi crediamo che l’etilometro, con tutto quel che ne segue, sia un’indebita limitazione della libertà personale: da parte di chi (lo Stato) pretende paternalisticamente di stabilire i comportamenti giusti e quelli sbagliati. Chi beve un bicchiere di vino di troppo sbaglia, a prescindere dal fatto che causi o no incidenti; chi non beve è nel giusto (anche se poi, magari, investe qualcuno da sobrio…).

Troppo facile. Se accettiamo senza fiatare la logica dell’etilometro, imbocchiamo una china pericolosa che non potrà che moltiplicare i controlli, e limitare ulteriormente la libertà. Dopo l’alcool, perché non verificare ad esempio il consumo di pastasciutta di chi guida? Gli incidenti stradali possono infatti essere causati anche da chi si abbuffa di tagliatelle o di spaghetti, per poi venir preso dalla conseguente sonnolenza…A proposito di sonnolenza, perché non controllare poi le ore di sonno? Siamo sicuri che i responsabili degli incidenti stradali abbiano dormito a sufficienza e non siano stati invece presi da un fatale colpo di sonno alla guida?

Di questo passo, considerando che la maggior parte dei crimini avvengono fra le mura domestiche, lo Stato paternalista dovrà proibire nelle case degli italiani anche coltelli e forbici di ogni foggia e dimensione…

In parole povere, e per concludere, le normative antialcoliche stradali rappresentano un autentico attentato alla libertà individuale. Ben vengano le sanzioni ai comportamenti sbagliati, ma non i processi alle intenzioni! O dobbiamo forse pensare che l’etilometro sia stato introdotto per far guadagnare i soliti noti: avvocati, analisti di laboratorio, medici, “alcologi” ecc.? Non vogliamo crederlo, non ci rassegniamo a crederlo: e contiamo che siano sempre di più coloro che condividono la nostra posizione.