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Il talebano del Pignoletto

Scritto da Piero Valdiserra il 6 gennaio 2012
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Statura imponente, sguardo penetrante, aria perennemente concentrata e vigile: stiamo parlando del bolognesissimo Umberto Faedi, giornalista, critico e docente di materie enogastronomiche. Della sua terra Faedi è propugnatore competente e instancabile, con un occhio di particolare affezione per i vini autoctoni. Pignoletto in primis. Al punto da esser etichettato sempre più spesso, fra il serio e il faceto, come “il talebano del Pignoletto”. Da dove deriva tale soprannome? Lo chiediamo direttamente a lui.

Umberto, da che cosa nasce il tuo soprannome di “talebano del Pignoletto”?

Da una conferenza stampa di qualche tempo fa presso l’ASCOM di Bologna. In quella occasione, il signore che attendeva al rinfresco voleva propormi un calice di vino di fuori Bologna. Al che gli risposi che preferivo un semplice bicchier d’acqua. “Ah – mi fece lui – ma allora è lei il famoso talebano del Pignoletto…”

Ti fa piacere o ti disturba questo nomignolo?

Non mi disturba affatto. Anzi va benissimo, se può servire alla causa del Pignoletto.

Perché serve essere talebani del Pignoletto?

Per legittima difesa, mi verrebbe da dire. Se a Bologna non cominciamo a tutelare il Pignoletto, corriamo il rischio che ce lo portino via. Difendere a spada tratta questo vino equivale un po’ a difendere il nostro territorio, con la sua storia, la sua tradizione, la sua ricchezza a tavola. Penso che sia il momento di passare al contrattacco.

Chi dovrebbe passare al contrattacco?

Un po’ tutti noi addetti ai lavori, senza dimenticare gli enti, le istituzioni, il Consorzio.

Hai un messaggio da lanciare ai produttori? E a tutti gli operatori della filiera?

Ai produttori di Pignoletto non posso che fare i miei complimenti, per gli sforzi e i sacrifici indefessi che hanno permesso di migliorare nel tempo la qualità del vino. A chi opera nella distribuzione dico: credete nel Pignoletto, proponetelo, promuovetelo in degustazioni, cene, incontri, convegni.

E agli opinion leader che cosa diresti?

Anche sommelier e giornalisti, soprattutto a Bologna, dovrebbero essere più convinti ed entusiasti nel caldeggiare il bianco di bandiera della nostra terra. Spesso invece si lasciano affascinare dai nettari più strani ed eccentrici, purché provenienti da lontano…

C’è qualcosa che si potrebbe fare subito per il Pignoletto?

Vedrei bene una serie di iniziative concertate, che potrebbero coinvolgere le istituzioni, le associazioni, i ristoranti e le enoteche, con eventi e banchi d’assaggio, per arrivare a toccare il grande pubblico. Tanto per cominciare: con il Pignoletto Classico abbiamo la seconda D.O.C.G. bianca in regione, ma quanti lo sanno? Perché non lo si comunica di più, e meglio?

Qual è il panorama attuale del Pignoletto?

C’è una situazione in rapida evoluzione. L’assegnazione della D.O.C. Modena ha dato un grande impulso ai produttori di oltre Panaro, che da sempre sono conosciuti per la loro intraprendenza commerciale. Sui Colli di Imola non mancano prodotti di notevole interesse e valore, né vignaioli sempre più agguerriti e determinati – un nome fra tutti: Umberto Cesari. La stessa D.O.C. Reno, in passato piuttosto silente, può cominciare a far parlare di sé con Pignoletti di indubbia caratura…In questo scenario di grande fermento, la zona storica dei Colli Bolognesi è forse quella in cui i progetti sono più individuali, episodici e poco raccordati fra loro. Se dovessi usare uno slogan, direi: periferia effervescente, cuore della zona classica a corrente alternata.

Sui Colli Bolognesi c’è dunque bisogno di un talebano del Pignoletto?

Direi proprio di sì. Anzi, ce ne vorrebbero tanti!