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L’influenza

Scritto da Flora Delli Quadri il 5 dicembre 2011
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“Questi medici di adesso non capiscono niente. Se uno tiene l’influenza, invece di dirgli “mangia carne arrostita e bevi un bel bicchiere di vino rosso”, gli dicono: “mangia in bianco e leggero”. I medici di prima sì che erano bravi e davano buoni consigli, non questi di adesso.

Eravamo sulla corriera, in tempo di influenza, e dato il modesto numero dei passeggeri, la conversazione aveva coinvolto tutti. Il discorso era caduto sui malanni di stagione, eravamo in marzo, e una delle signore presenti, nel puro dialetto del posto,  aveva espresso senza mezzi termini il giudizio riferito in apertura. Feci osservare che, forse, i due medici, quello di prima e quello attuale, si erano adeguati alle costituzioni organiche dei pazienti e al tipo di disturbo. Organismi  deboli, causa una nutrizione povera, quelli del passato; organismi ipernutriti quelli di oggi. In più l’influenza attuale spesso se la prende con l’intestino e allora…..

La signora mi guardò dall’alto in basso e si dichiarò non convinta di ciò che affermavo. Tra il dubbioso e il saccente, concluse che mi “stavo facendo gabbo” di lei.

Dentro di me pensai che forse un po’ di ragione l’aveva. Lei, non appartenendo alla generazione degli antibiotici, da piccola aveva avuto a che fare solo con la medicina popolare ed era arrivata sana e salva ad una veneranda età.

Da qui le mie riflessioni….

…sulla  dieta
In effetti i due suggerimenti dietetici, quello antico e quello moderno, venivano a rapportarsi a due realtà che differiscono ancora di più se consideriamo le condizioni nutrizionali delle popolazioni. Nella dieta povera del passato la carne, che era un lusso domenicale, serviva a puntellare la situazione di emergenza e a rintuzzare l’attacco dei virus, conferendo  nuovo vigore all’organismo, quindi  carne rossa e vino rosso. Al presente, con organismi ipernutriti o in presenza di forme intestinali, si giustifica ampiamente  il suggerimento del medico attuale circa il pasto leggero.

….sul medico
C’è da dire che, in passato, difficilmente si chiamava il medico per curare l’influenza. Il medico andava pagato, quindi si ricorreva alla chiamata solo in caso di forma grave o in presenza di organismi di costituzione delicata.  Pur non sottovalutando le conseguenze negative di un’influenza mal curata, ci si arrangiava alla meglio con i mezzi offerti dalle conoscenze curative  specifiche. Una vera cultura sanitaria popolare! 

…sulle cure pediatriche
Una  particolare attenzione veniva riservata alle patologie pediatriche. Con case non riscaldate, giochi all’aperto anche sotto la neve o la pioggia, calzature  bagnate o quant’altro, i disturbi erano all’ordine del giorno. E’ anche vero che non ci si metteva in attesa dei virus esotici né dei picchi influenzali. Cosa ci fosse dietro a sintomi come tosse, mal di gola, raffreddore, non aveva importanza. L’importante era uscirne fuori e  il rimedio principe consisteva nel proteggersi dal freddo. Quindi a letto con il mattone caldo, pezze calde,  crusca calda. Quest’ultima, per la verità molto confortevole, si otteneva riscaldando della crusca che, infilata in una calza e chiusa con un legaccio, formava  un salsicciotto da avvolgere  attorno al collo. Appena cominciava a raffreddarsi, si riscaldava dell’altra e l’operazione andava avanti così.
Abbastanza diffusa, all’annuncio del mal di gola con le placche, era la pennellazione. Consisteva nello strofinio del fondo bocca con  sublimato o tintura di iodio e ci si ricorreva in quanto il bambino non era in grado di fare i gargarismi. La mamma  avvolgeva della  garza all’estremità di  un legnetto e bagnandola nel disinfettante, strofinava le tonsille. Occorreva solo spalancare la bocca. L’effetto era immediato.
Meno gradito, in caso di ascesso tonsillare, l’impacco umido di farina di semi di lino. La consistenza era quella di una pappina bollente che, avvolta in un telo, si applicava all’esterno e veniva rinnovata appena accennava a raffreddarsi. L’effetto era simile a quello della crusca con la differenza che sprigionava un odore pessimo.

….sull’adulto 
Per l’adulto influenzato i rimedi raccomandati prevedevano latte bollente con miele o zucchero caramellato, ponce caldo, minestra con vino caldo e, non per tutti, la sudorazione provocata.  A letto, con il monaco a fianco e con una coperta in più, assunta una bevanda caldissima, ci si lasciava invadere dal sudore fino a quando le forze permettevano. Indi, senza creare correnti, ed era qui la bravura, occorreva asciugarsi e rivestirsi di biancheria pulita. Il tutto sotto le coperte.
Le più temibili erano le influenze di marzo e poteva capitare che l’influenza si evolvesse verso la  broncopolmonite per la quale la prognosi poteva essere anche infausta.
Il fatto era che non esisteva terapia specifica (la penicillina si diffuse a partire dal 1944) e si faceva ricorso a dei palliativi.
Qualche vantaggio si otteneva con la “coppetta” che funzionava da revulsivo. Si avvolgeva una moneta con una pezzuolina legandola da una parte con filo in modo da formare un ciuffo che si bagnava nell’alcool. La moneta si poggiava sulla  schiena del malato con la parte piatta  asciutta e si dava fuoco all’alcool. Nello stesso tempo si applicava sul tutto un bicchiere rovesciato. La fiammella durava ancora un tantino, ma sufficiente a consumare l’ossigeno. Quindi la pressione all’interno del vetro veniva ad essere inferiore all’esterna  e per effetto di tale differenza i tessuti molli venivano risucchiati all’interno del bicchiere. Questo metodo, applicato in più punti del torace, favoriva la revulsione e, quindi, una reazione positiva da parte dell’apparato respiratorio.

…sul purgante
Quando l’influenza si annunciava seria, l’attacco terapeutico usuale celebrava i suoi fasti con la somministrazione di olio di ricino. Era disgustoso, malgrado i tentativi di camuffarlo con gocce di limone. Il rituale prevedeva una lunga opera di persuasione con promessa, garantita,  di pronta guarigione. Per i bambini un premio finale anche di un certo valore: il cinema.
La conclusione era scontata: turandosi il naso,  la dose veniva trangugiata  e senza indugio si passava alla camomilla che, poverina, dopo quel beveraggio riusciva odiosa anch’essa. E sì che in altri momenti era gustosa!
L’effetto non tardava a palesarsi e cominciavano i viaggi in bagno.
L’uso del purgante si basava sulla necessità di liberare l’organismo da imbarazzi viscerali, sempre presenti, in modo da sviluppare una reazione decisa alla patologia da combattere. Tutto questo quando l’influenza non assumeva  forme intestinali!

…sull’efficacia
Come si vede, i rimedi erano semplici e alla portata di tutti, alcuni persino gradevoli, e l’efficacia era subordinata a fattori vari. L’unico rimedio veramente sgradito e che comportava grossi sacrifici era il famigerato olio di ricino.
Uno studioso di medicina tradizionale che non avesse pregiudizi di sorta sarebbe di certo in grado di discernere, tra i tanti rimedi, quello che ancora oggi avesse valore terapeutico e ci spiegherebbe perché la generazione della signora della corriera è così forte e senza acciacchi ancorché in avanzata età, nonostante una vita di stenti. 
Un antropologo, invece, potrebbe dividere, nel tempo, gli esseri umani in due categorie: quelli che hanno assunto il purgante e quelli ai quali il destino ha risparmiato tale tortura (e qui non si parla dell’uso politico dell’olio). Non ci stupiremmo se questo secondo studioso affermasse, in quanto a forza di carattere, la superiorità degli ottuagenari di oggi rispetto agli ottuagenari di domani.