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Dove sono i cespugli?

Scritto da Giovanni Pistoia il 1 agosto 2015
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Sul terrazzo, in cima a un alto palazzo, Carolina segna con matite colorate le pagine di un grosso libro, che, appoggiato su un tavolo malfermo, è appena illuminato da una piccola lampada.

“Carolina – le chiede il nonno, disteso su una sdraio – riesci a leggere con questa luce?”

“Sì. E poi guarda che luna grande c’è questa sera!”

“Che cosa stai leggendo con tanta attenzione?”

“Devo fare la sintesi a un testo molto famoso. È la risposta che un capo indiano scrisse nel 1854 al Presidente degli Stati Uniti, che voleva acquistare un territorio abitato dagli indiani. Quella lettera fu pubblicata nel 1976, se non ho capito male, dal Jounal de Genevè, e da quel momento è stata ripetutamente stampata. Se vuoi, posso leggerla tutta ad alta voce.”

Carolina si siede accanto alla sedia del nonno, a terra, intrecciando le gambe, proprio come un vero capo indiano. Con voce solenne, senza attendere risposta, comincia a scandire le parole, marcando gli interrogativi, concedendosi le pause giuste, immedesimandosi nel personaggio:

“Come potete acquistare o vendere il cielo, il calore della terra? Questa idea ci sembra strana. Se noi non possediamo la frescura dell’aria e i riflessi dell’acqua, come potete voi comprarli?

Ogni briciola di questa terra è sacra per il mio popolo. Ogni ago luccicante di pino, ogni riva sabbiosa, ogni lama di nebbia nel bosco oscuro, ogni radura luminosa ed ogni ronzio di insetti è sacro nel ricordo e nell’esperienza del mio popolo. La linfa che scorre negli alberi trasporta i ricordi dell’uomo rosso.

I morti degli uomini bianchi dimenticano il loro paese natale quando si avviano a passeggiare tra le stelle. I nostri morti non dimenticano mai questa terra magnifica perché essa è la madre dell’uomo rosso. Noi siamo una parte della terra ed essa fa parte di noi. I fiori profumati sono i nostri fratelli; il cervo, il cavallo, la grande aquila sono nostri fratelli. Le creste rocciose, la rugiada dei prati, il calore del piccolo cavallo e l’uomo, tutti appartengono alla stessa famiglia.

Così, quando il Grande Capo a Washington ci manda a dire che vuole acquistare la nostra terra, ci domanda molto di noi. Il Grande Capo ci manda a dire che ci riserverà un luogo in cui noi si possa vivere comodamente tra noi. Lui sarà nostro padre e noi saremo suoi figli. Noi prenderemo dunque in considerazione la vostra offerta di acquistare la nostra terra. Ma non sarà facile. Perché questa terra ci è sacra.

Quest’acqua scintillante che scorre nei ruscelli e nei fiumi non è solo acqua, ma è il sangue dei nostri antenati. Se noi vi vendiamo della terra, voi dovete ricordare che è sacra e che ogni riflesso nell’acqua chiara dei laghi parla di avvenimenti e di ricordi nella vita del mio popolo. Il mormorio dell’acqua è la voce del padre di mio padre.

I fiumi sono nostri fratelli, essi spengono la nostra sete. I fiumi portano le nostre canoe e nutrono i nostri figli. Se noi vi vendiamo la nostra terra voi dovete ricordarvi e insegnare ai vostri figli che i fiumi sono nostri e vostri fratelli e voi dovete ormai dimostrare per questi fiumi la tenerezza che mostrate per un fratello.

Noi sappiamo che l’uomo bianco non comprende i nostri costumi. Un pezzo di terra gli sembra uguale al successivo perché egli è come uno straniero che arriva nella notte e prende dalla terra ciò di cui ha bisogno. La terra non è sua sorella, ma il suo nemico, e quando l’ha conquistata egli va più lontano. Egli abbandona la tomba dei suoi avi, e questo non lo preoccupa. La tomba dei suoi avi e il patrimonio dei suoi figli vengono dimenticati. Egli tratta sua madre, la terra, e suo fratello, il cielo come cose da acquistare, sfruttare, vendere come i montoni o le perle brillanti. Il suo appetito divorerà la terra e lascerà dietro a lui il deserto.

Io non so. I nostri costumi sono diversi dai vostri. La vista delle vostre città fa male agli occhi dell’uomo rosso. Ma può darsi che ciò sia perché l’uomo rosso è un selvaggio e non comprende.

Non ci sono luoghi tranquilli nelle città dell’uomo bianco. Nessun luogo per ascoltare le foglie che crescono a primavera, o il ronzio delle ali di un insetto. Ma può darsi che ciò avviene perché io sono selvaggio e non capisco. Il fracasso sembra solo insultare le orecchie. E che interesse c’è a vivere se l’uomo non può ascoltare il linguaggio solitario dei passeri o il chiacchierio delle rane intorno a uno stagno la notte? Io sono un uomo rosso e non comprendo. L’indiano preferisce il suono dolce del vento che passa come una freccia sulla superficie di uno stagno e l’odore del vento lavato dalla pioggia di mezzogiorno o della resina dei pini.

L’aria è preziosa all’uomo rosso perché tutte le cose vivono dello stesso respiro – la bestia, l’albero, l’uomo – si dividono tutti lo stesso respiro. L’uomo bianco non sembra accorgersi di che aria respira. Come un uomo che impiega molti giorni a morire egli è insensibile ai cattivi odori. Ma se noi vi vendiamo la nostra terra voi dovete ricordarvi che l’aria è preziosa, che l’aria divide il suo spirito con tutto ciò che essa fa vivere. Il vento che ha dato al nostro avo il primo fiato, ha anche raccolto il suo ultimo respiro. E se noi vi vendiamo la nostra terra voi dovete custodirla come sacra, come un luogo dove anche l’uomo bianco può andare a godere il vento ingentilito dai fiori dei prati.

Noi almeno sappiamo questo: la terra non appartiene all’uomo, l’uomo appartiene alla terra. Questo lo sappiamo. Tutte le cose sono tenute insieme come il sangue che unisce una stessa famiglia. Tutte le cose sono unite. Ciò che succede alla terra, succede ai figli della terra. Non è l’uomo che ha tessuto la trama della vita: egli ne è solamente un filo. Tutto ciò che lui fa alla trama, lo fa a se stesso. Dove sono i cespugli? Scomparsi. Dov’è l’aquila? Scomparsa. La fine della vita è l’inizio della sopravvivenza.”

Carolina aggiunge, con un filo di voce, “è finita”, e resta in attesa…

Vede il nonno guardare fisso verso la montagna. Anche lei, silenziosa, volge lo sguardo oltre le penombre dei palazzi vicini, oltre il buio del paese, lontano, verso quelle vette incendiate dall’uomo. Da più giorni, tra i monti e le colline, boschi di pini e castagneti giganti vengono sopraffatti dall’avanzare delle fiamme. Alberi secolari inceneriti. Uccelli e scoiattoli bruciati. Cespugli scomparsi. Arso il terreno.

Lunghe lingue di fuoco fanno da contrasto al grande faro della luna. Tace il quartiere e il paese, mentre in lontananza il fuoco disegna strani orpelli in un cielo senza stelle.

Il nonno e la ragazza si guardano, incapaci di parlare, impietriti; i loro volti rischiarati dalla luce trasparente di una serata vestita d’argento; i pensieri dispersi in verdi praterie senza confini. Sul terrazzo, il silenzio è appena scalfito dai passi felpati del capo indiano che cerca, nella quiete, un alito di vento, che gli trasporti il dolce odore della resina. Tamburi lontani ritmano, diffondono parole pungenti come aghi di pini roventi.
In: Giovanni Pistoia, Ci lasci uscire, bella signora!, Youcanprint  2014