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Alice nel campo dei papaveri rossi

Scritto da Giovanni Pistoia il 1 aprile 2015
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Alice. A questo nome ha pensato Francesco, uno sconosciuto signore dall’aria un po’ annoiata, appena le apparve, quella mattina di primavera, seduta su uno sgabello.

Sullo sfondo un campo di papaveri rossi faceva da contrasto ai suoi capelli biondi, che le coprivano le spalle. Il suo viso era smunto e grazioso. Alice poteva avere circa quindici anni. Sulla sua destra un vecchio casolare color mattone apparentemente senza alcun respiro. Un cane nero con il naso per terra faceva lenti giri su se stesso, come a cercare la coda. Dietro l’edificio, una donna robusta appendeva a un albero qualcosa, forse un paniere, una cesta.

Alice restava seduta sul suo sgabello a tre piedi a guardarsi le mani, mentre non si scomponeva se i lunghi e lisci capelli le scivolavano sul viso, coprendolo.

Il sole, quel mattino, si adagiava con dolcezza sulla campagna, i suoi raggi sembravano accarezzare il paesaggio dai tanti colori. Sullo sfondo il mare, che non si vedeva, si poteva avvertire nella freschezza del venticello e nel profumo dell’aria.

Non aveva alcuna voglia di tuffarsi nelle solite strade rumorose e affollate Francesco, sempre più stanco e introverso. Del resto non aveva fretta, aveva tutto il tempo che voleva per quella mattinata di sole, aria, colori e profumi. Il calduccio della primavera lo aveva del tutto rapito e la campagna circostante acquietava un po’ le sue ansie. Percorreva così, quasi per caso, con lentezza e indolenza, una di quelle strade, che tagliano i campi prima di incrociare arterie più transitate.

È così che incontrò Alice, seduta su quel suo sgabello impagliato, alle spalle papaveri rossi e davanti agli occhi il nastro rovinato di una strada di periferia.

Chi era davvero colei che chiamava Alice? Da quale paese veniva?

Non c’era molto tempo per domande inutili, l’auto transitava e si lasciava alle spalle la ragazza. Per poco. L’attraversamento della strada di un gregge di pecore impose una sosta, non so se gradita. Dallo specchietto retrovisore ricomparve Alice. Si era appena alzata e si avvicinava con passo lento e leggero a un’auto lunga, che si era fermata. Si appoggiava al finestrino liberandosi il volto dai capelli con un leggero movimento del capo. Il colloquio, appena iniziato, fu interrotto dall’avvicinarsi della signora robusta, che prese a parlare con gli occupanti del mezzo. Alice si scostò un poco. Incrociò le gambe e guardò disincantata il cane nero scivolarle quasi addosso. Poi la donna scomparve, lo sportello posteriore dell’auto si aprì e Alice entrò. In un attimo l’auto si avvicinò a quella dell’annoiato Francesco, deciso a dileguarsi appena l’ultima pecora avesse, bontà sua, lasciato libero l’asfalto.

Furono pochi secondi d’attesa, il tempo di vedere da vicino il piccolo volto della ragazza e tre signori ben vestiti che occupavano l’auto. Tre signori distinti. Forse andavano al lavoro. Forse qualcuno di loro aveva lasciato, da poco, la moglie o, forse, un figlio, ancora a letto abbracciato a un orsacchiotto. Qualcun altro aveva, probabilmente, accompagnato a scuola la figlia.

Poi, come un fulmine, l’automobile riprese la corsa e Francesco il suo itinerario. Non gli restava che abbandonare quel luogo, imboccare velocemente la strada, che lo avrebbe portato in città, al lavoro.

Quel giorno, è appena il caso di dirlo, il volto di quella ragazzina accompagnò Francesco. Si portò, nel suo ufficio, in città, i turbamenti di quell’incontro. I bei quadri dalle forti tonalità che l’amico pittore gli aveva lasciato per ingentilire quelle stanze di fredde carte rimasero muti, come non mai.

Francesco rifece quella strada nello stesso giorno, al termine della giornata di lavoro. Il casolare color mattone era più rossiccio alle sfumature del tramonto. L’albero, maestoso e verde, più solo senza il suo paniere appeso. Della donna robusta neanche l’ombra. Il cane nero non cercava più la coda, era accovacciato ai piedi dello sgabello, sotto un ombrellone dai disegni fantasiosi. Il venticello fresco della mattina si era affievolito. La campagna, fiorita, ricordava ai passanti la tenerezza della primavera.

Alice scendeva, in quel momento, da un pulmino celestino. I capelli, ora, erano raccolti dietro la nuca. Indossava un vestitino stretto e corto. Sembrava ancora di più una bambina vestita da signorina. Parlava al telefonino, quando, attraversando la strada, un giovane automobilista passandole vicino la salutò con un ampio sorriso. Lei rispose con un cenno della mano. Conservò il telefonino in una borsetta piccolissima e guardò lo sgabello. Non si fermò. Andò sotto l’albero. Si sedette per terra. Sullo sfondo il campo di papaveri rossi. Aprì la borsetta nera e allineò le sue cose: matite per il trucco, lucida labbra, rossetto, un fazzolettino giallo, un gattino di peluche marroncino, il telefonino. Svuotata del tutto la borsetta, rimise in ordine, con delicatezza, i suoi oggetti. Per terra, accanto a lei, rimase il gattino di peluche. Poi guardò il sole, che tramontava, e restò ad aspettare.

Sì, Alice era davvero una bambina o, forse, non lo era mai stata, meditò Francesco, mentre pensava alla studentessa di casa sua, che a quell’ora, probabilmente, aveva finito i compiti per il giorno dopo.

Fuggì dal quel posto. Provò vergogna. Nel volto di Alice, vide la colpa di tanti, la complicità di molti, forse anche la propria.

Il rosso del tramonto disegnava giochi di colori e ombre fantasiose sui sentieri dei giardini, negli aranceti profumati e accarezzati da un dolce venticello tiepido. La pianura, tra i monti e il mare, nel tepore della primavera, era fantastica. Solo i papaveri rossi sembravano più tristi, mentre scendeva la sera.

 

In: Giovanni Pistoia, Ci lasci uscire, bella signora!, Youcanprint, ottobre 2014.