www.faronotizie.it - Anno XVI - n. 181 - Maggio

14 novembre 1931

Scritto da Raffaele Miraglia il 1 febbraio 2014
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Ho messo le mani in un cassetto della scrivania che fu di mio padre e in una busta ho trovato alcune – poche – vecchie lettere. Piccoli fogli ingialliti, vergati con l’inchiostro delle penne stilografiche del tempo che fu.

Due avevano una forma strana. Era quella dei fogli sui quali dovevano scrivere i prigionieri di guerra internati in Germania. Il mittente era mio padre, la destinataria era Vittoria, la più grande delle sue sorelle.

Di un’altra lettera, dal formato diverso, mi ha colpito la data: 14.11.1931. E’ che il 14.11 di 5 anni dopo sarebbe felicemente venuta alla luce mia madre, che avrebbe poi “festeggiato” il suo ventitreesimo compleanno dando alla luce il sottoscritto.

In questa lettera le parti sono invertite. Vittoria scrive e mio padre riceve. Fatti i dovuti calcoli, la lettera risulta spedita da una ragazza di diciassette anni ad un ragazzino di tredici anni.

Ci vuole un po’ di tempo per leggere una piccolo foglio ingiallito scritto più di ottanta anni fa. La calligrafia, nel frattempo, si è evoluta, lì dove la carta per decenni è rimasta piegata sono andati sfumando i segni dell’inchiostro, l’andamento delle frasi non è quello odierno. Con un po’ di pazienza, però, si arriva a decifrarlo.

Se scrivo di questa lettera e se ve la voglio far leggere è perché mi sembra un documento utile per capire i tempi che furono e per fare qualche raffronto con il presente.

Innanzitutto colpisce la padronanza della lingua italiana. Siamo nel 1931 e le donne, quando andava bene,  frequentavano al più qualche anno di scuola elementare. Vittoria ebbe la fortuna di essere la prima dei figli della famiglia e così raggiunse il traguardo della licenza elementare, sicuramente alunna in una scuola pluriclasse – il che vuol dire che l’insegnante aveva in contemporanea nella stessa aula e nelle stesse ore bambini che andavano dalla prima alla quinta elementare. Ai nostri occhi manca qualche virgola nella lettera, ma non c’è un errore di ortografia e le frasi scorrono tutte nel pieno rispetto delle regole grammaticali. Se pensiamo che  Vittoria viveva in un paesino isolato dove l’italiano era pochissimo conosciuto e per nulla parlato, allora ci stupiamo ancora di più.

In secondo luogo, colpiscono il contenuto e la forma della lettera. Bisogna tenere ben presenti due aspetti: il primo è che l’argomento riguarda quella che si può definire la più grande tra le tragedie familiari per due ragazzi – la morte della madre -, il secondo è proprio l’età di chi scrive (17 anni) e di chi leggerà (13 anni).

In terzo luogo, colpiscono le poche parole scritte in calce dal padre, mio nonno. Sembrano scritte ad un estraneo e non certo a un figlio di tredici anni, che ha da pochi giorni appreso che sua madre è morta. Forse giocava anche la poca dimestichezza con lo scrivere e non solo l’atavica ritrosia del padre ad esternare sentimenti davanti al figlio. Scrive, ma neppure si firma.

Perché una lettera? Perché mio padre, il primo figlio maschio, era stato mandato a studiare. All’epoca anche per fare le scuole medie ci si doveva allontanare dal paesino e si andava in collegio o da parenti. Mio padre era stato spedito da parenti. Partiva a settembre e tornava a casa solo per la vacanze di Pasqua (a Natale faceva troppo freddo e c’era il rischio che la neve rendesse impossibile il viaggio, che non si faceva né in auto né in bus, ma accompagnati da un contadino, con l’asino che portava i bagagli). Il telefono in casa non esisteva e con parsimonia, perché i francobolli costavano, ci si scriveva.

E’ il momento di lasciare la parola a Vittoria.

Prima alcuni dati per meglio comprenderla.

La madre era morta tre settimana prima per complicanze dopo il parto.

Nella lettera si parla di altre sorelle e fratelli, una poco più grande di mio padre, gli altri più piccoli (dieci e sei anni, quelli citati, poi ce ne sono altri due più piccoli).

Nel post scriptum si chiedono “6 pacchi di tinta nera buona”. Sarebbe serviti a dipingere tutti i vestiti della famiglia, che avrebbe portato il lutto per due anni, come si usava all’epoca e come mio padre dovette riscoprire quando a metà degli anni sessanta morì mio nonno (il secondo anno tornò al paese senza portare attaccato alla giacca il bottone nero del lutto e le sorelle ne furono quasi scandalizzate).

Ed ecco la lettera, trascritta senza alcuna correzione e con una parentesi lì dove c’è una parola che non sono riuscito a decifrare.

Carissimo Fratello
Dopo la tremenda sciagura che ci ha colpiti puoi immaginare in che stato d’animo ci troviamo, poiché in esso anche tu hai una grande parte. Dirti che la casa ci sembra vuota, dirti che proseguiamo […] in pace è ben poca cosa in confronto a quello che naturalmente sentiamo. La povera mamma nostra è morta, ma ha fatto la morte di una santa e questo per noi è un conforto. Se tu l’avessi vista come era rassegnata; al mattino, erano le undici e mezzo, ha detto a zia Clorinda Viola che il suo unico dispiacere era quello di lasciarci orfani e pensava specialmente a te dicendo “Come dovranno dirlo a quel figlio mio lontano”. Alle due è entrata in agonia, ma che agonia la sua, di tanto in tanto mormorava il nome della SS Vergine. Ciò non ostante noi non credevamo che fosse per morire abbiamo pregato tanto e pregavamo ancora quando abbiamo sentito zia Clelia piangere allora siamo corsi nella stanza, la scena che ne è seguita dopo non saprei dirtela poiché d’allora siamo caduti in un dolore. Ora non ci da tregua ed è soltanto l’affetto immenso che ho per te che mi ha indotto a scriverti tutto questo. I funerali sono stati imponentissimi. Tutto Chiaromonte ha pianto tutti si commuovevano a vedere noi cari afflitti ed ella così giovane morta col sorriso di una santa nelle labbra. Innumerevoli sono arrivati e arrivano ancora telegrammi da tutte le parti. La neonata è cessata di vivere il giorno 3 e puoi immaginare il nostro strazio vederla languire tanti giorni. Era bellissima faceva rimanere incantati tutti quelli che la vedevano; era fatto per il Paradiso! I piccoli chiedono di tanto in tanto della mamma soltanto Mimì ha capito e fa di tutto per non nominarla. Filomena, se la vedessi è diventata un’altra, il dolore l’ha fatta diventare una donnina.

Giovannina ed io facciamo di tutto per far piacere a papà ed alleviare un poco il suo dolore. Siamo rassegnate abbiamo abbracciato la Croce che Dio ci ha data ma in certi momenti il nostro cuore non può resistere al silenzio che tanto all’improvviso e allora sono lagrime amare che scendono senza tregua. Finisco perché è tardi e il mio dovere di mammina mi chiama altrove. Tu sii rassegnato e forte, prega, così mentre tu provi un sollievo dai rifugio all’Anima Benedetta.

Ti baciamo tutti con affetto immenso

Tua aff.ma Vittoria

Tanti baci da Giovannina.

Abbiamo ricevuto nel momento la tua ultima lettera. Di a Gabriella che mi fa il piacere di mandarmi come campione senza valore 6 pacchi di tinta nera buona. Un bacio Vittoria

Mio Carissimo figlio,
Ricevo in questo momento la tua lettera, ne ho ricevuto altra in precedenza. Io ti ho scritto una lettera in altra diretta a Gabriella della quale tu  non mi parli. Domanda se la hanno avuta o meno. Dunque ti ringrazio delle espressioni di dolore e d’affetto.