www.faronotizie.it - Anno XVI - n. 181 - Maggio

Un racconto lungo: Su quell’unghia del Pollino

Scritto da Don Giuseppe Oliva il 1 settembre 2013
facebooktwitterfacebooktwitter

IV 

Ora erano tutti in piedi, ma pronti a tornare a sedersi. La finestra fu subito richiusa, poco dopo anche la porta. Le facce andavano rischiarandosi. Rimaneva ancora quel tanto di pensosità che succede alle emozioni intense. Era una pensosità, tuttavia, che veniva palleggiata, per cosi dire, da qualche rapido commento fatto a modo di esclamazione o di rilievo sull’accaduto.

Si ricominciò subito a parlare. Complimenti e ammirazione andarono al capitano e a Ilaria. Le loro parole erano piaciute molto ed erano andate a segno . Ilaria ebbe modo di riferire, per quanto informata, sulla personalità e sulla famiglia di Emilio e sulla sua partenza al nord per lavoro. La conversazione, come era facile prevedere, si estese alle condizioni socio-economiche del Mezzogiorno, quindi alla complessità della vita considerata in se stessa e a quel che può accadere, in bene e in male, per volontà propria e degli altri.

L’argomento si prestava anche a considerazioni letterariamente interessanti. E’ il caso di ricordare che poesia, dramma e romanzo sono specchio della nostra esistenza. Ne descrivono, infatti, la realtà e le potenzialità secondo diversi moduli di lettura e d’interpretazione. La professoressa Amalia avvertì una tacita provocazione per quel che di sorprendente può verificarsi nella vita, perciò quasi timidamente, accennò a una poesia di Ada Negri, poesia nella quale la poetessa immagina di aver di fronte un fanciullo sul cui futuro pone alcuni interrogativi. Emilio poteva essere quel fanciullo, ora adulto. Con molta delicatezza recitò: “….che sarai tra vent’anni?/Vile e perverso spacciator d’inganni?/Operaio solerte o borsaiolo?/L’onesta blusa avrai del manovale?/o quella del forzato?/Ti rivedrò bracciante o condannato?/Sul lavoro, in prigione, o all’ospedale?” (da “Fatalità”).

I versi piacquero, la dizione era  stata perfetta, magistrale. Anche le immagini, nelle quali la poetessa aveva tradotto quel che chiamiamo l’imponderabile, l’imprevedibile, erano state chiare e toccanti.

La conversazione cresceva diventando sempre più coinvolgente. Bisognava solo cogliere il momento dell’aggancio per dire la propria e per lasciare all’altro l’opportunità e la misura dell’intervento. Così il dottor Augusto potè accennare ai condizionamenti che possono riguardare persone verso le quali è d’obbligo la comprensione, la benevolenza e, potendo anche l’aiuto. Si tratta di condizionamenti fisici o psichici , genetici  o acquisiti, alcune volte evidenti, altre volte non proprio ma facilmente riconoscibili almeno quando si ha un po’ di cuore e d’intelligenza. L’insegnante Teresa e la professoressa Amalia non poterono esimersi dal dire qualcosa sulla necessità della educazione nell’età scolare. Ma sulla parola “educazione” si sviluppò un confronto nel quale il senso comune e l’esperienza gareggiarono brillantemente con la cultura pedagogica delle signore con soddisfazione di tutti e con tante riserve su tutto. Il capitano sembrò spiazzare tutti quando, in più riprese, – lui, un militare – sostenne che dietro ogni delinquente, arrestato o condannato in giudizio, aveva sempre visto un essere umano che aveva sbagliato, ma che avrebbe potuto non sbagliare se per tempo ci fosse stata una forza impeditiva o correttiva. Intendo quel che voglio dire – aveva aggiunto – e convengo con quel che il dottore e le signore hanno detto: dico soltanto che la trasgressione può nascere da una privazione, dall’assenza di qualcosa che avrebbe potuto esserci. So che il mio discorso è ipotetico e generico e non può essere diversamente, ma posso dire che, quando mi sono trovato in un conflitto a fuoco, mentre ordinavo di colpire e io stesso miravo a colpire , non ho potuto non pensare che bersaglio delle nostre pallottole era una persona (quale era la sua storia?) che non avrei voluto uccidere ma che dalla quale non potevamo e non dovevamo lasciarci uccidere…  – Bisognerebbe aggiunger – disse Ilaria – anche qualcosa che riguarda la fede intesa come fattore educativo. Nessuno dubita che chi crede e crede seriamente, si offre a una educazione a una formazione morale e spirituale… Che ha un suo pregio  – certamente, disse la professoressa Amalia… ma resta sempre una scommessa…
Certamente – disse Giulio – e vorrei aggiungere che la fede, solo se è seriamente intesa, ha titolo per chiamarsi modello educativo. Non è un modello facile, ma anche quando non è praticato esattamente ha il suo pregio di far desiderare o di far apprezzare quel che manca…

 - C’è un dottore? – Sulla porta semiaperta una ragazza, ansiosa, attendeva la risposta. – Si – eccomi – disse il dottor Augusto –
 Se per favore può venire. C’è mia madre che sta male.

Il dottor Augusto era già in piedi – Tirò giù una valigia dal reggibagagli, l’aperse, prese una borsa e si girò per uscire, immediatamente seguito da Ilaria e da Giulio. – Speriamo non sia cosa grave – disse l’insegnante Teresa – Speriamo – ripeterono gli altri.
 Il treno andava leggero sulla sua cadenza soffice e robusta accompagnata da qualche stridio metallico. Attraversò veloce una stazione secondaria sferragliando sui cambi di binari e provocando il noto spettacolo dell’abbagliante parete mobile di luce intermittente. Si infilò in una galleria dalla quale uscì dopo qualche minuto con quella specie di brontolio liberatorio e nello stesso tempo quasi declamatorio della sua sicurezza sotterranea. Per altro verso quel treno sembrava una entità estranea alla vita o che corresse ai margini, tanto quella locomotiva elettrica  se ne andava per conto suo, sufficiente nella sua autonoma potenza meccanica e nella scontata capacità di governare la stabilità e il movimento dei vagoni.

Si riprese a conversare. – Capitano – disse l’avvocato Alessandro -  importante e giusto  quel che ha detto  riguardo a ciò che può essere mancato nella vita di una persona.  Nelle preture e nei tribunali non manca l’attenzione a questo particolare. Si discute, infatti, di attenuanti e di e scusanti,  ma non si va oltre qualche enunciazione e qualche tentativo di  descrizione della personalità del soggetto in causa.  Lei sa bene che in campo procedurale e processuale sono i fatti che contano e che vengono presi in esame.  La legge giudica il fatto. Sul soggetto che è autore del fatto, la legge, purtroppo, dice quel che riesce a rilevare. La totalità della persona , la sua complessità, la legge non sa o non può raggiungerla. Certo, tutta la persona è nell’atto compiuto, ma l’atto compiuto non è tutta la persona. L’atto è un tempo della persona, un tempo che avrebbe potuto non esserci o essere diversamente, se la persona avesse dominato o controllato quella circostanza.
L’atto, cioè il fatto a volte è terribile – disse Angelo Foresta. Fa pensare a una volontà cattiva, a una mente perversa. So che la tendenza al male l’abbiamo per natura. Si chiami peccato originale, o diversamente, ma essa è innegabile, è un fatto, è un dato di esperienza personale. La questione è che  se c’è la responsabilità  del male che si fa vuol dire che alla nostra tendenza al male aggiungiamo  qualcosa per cui diventiamo colpevoli, siamo cattivi, condannabili. Qui è il problema, un problema che resta insolubile… perché è un mistero… sì , un mistero… forse è la parola esatta.
 Ci siamo spinti in un argomento molto vasto e complesso… – disse la professoressa Amalia.
 Si – disse Angelo – è vero, ma sono temi che si presentano e s’impongono anche quando si cerca di evitarli – poi… ognuno li tratta secondo la sua preparazione e secondo che si è esercitato col pensiero. Loro sono laureati e anche i due ragazzi mi sono sembrati molto bravi… io sono un lettore di libri… ho fatto anch’io il liceo classico, poi ho lasciato per motivi familiari, ma mi è rimasto il desiderio di sapere, la curiosità di conoscere e, quando mi trovo con persone che mi accolgono, come sono state loro, mi  sbilancio un po’… – Fa molto bene – disse l’avvocato Alessandro – Non deve ritenersi escluso – disse il capitano – C’è spazio per tutti – aggiunse la professoressa Amalia – Grazie – disse Angelo – la conversazione è stata piacevole. Mi son sentito a mio agio e… ha capito… che qualche cosa la capisco… anche tra laureati – aggiunse sorridendo.
Ci si accorse che il treno rallentava. Angelo si sporse dalla finestra per osservare. Il treno stava entrando  in una stazione per una fermata straordinaria. Angelo notò un’autoambulanza parcheggiata all’esterno del cancello di uscita. Vide alcuni infermieri e un medico  muoversi con una barella verso un vagone. In quell’istante scendevano dal vagone , come saltando fuori, Giulio e Ilaria, e andavano incontro al medico, il quale, dopo un breve scambio di parole, salì sul vagone seguito  da due infermieri. Angelo tratteneva il respiro, riuscì a sporgersi meglio e ad agitare la mano, con qualche grido, verso Giulio e Ilaria, i quali recepirono il messaggio e risposero battendo le mani e sorridendo. Intento la signora veniva adagiata sulla barella e trasferita sull’autoambulanza.
 Evviva – gridò Angelo – rientrando con la testa nello scompartimento – La signora è salva, almeno per ora. Viene
ricoverata in ospedale. Grazie al nostro dottore. Ora il treno si muoveva. Il viaggio continuava. Angelo aggiunse:- pensare che la vita di una persona può dipendere dalla presenza di un’altra persona, un medico, che per caso si trova a viaggiare sullo stesso treno…. Il dottor Augusto e i due ragazzi rientrarono nello scompartimento, accolti da parole e gesti di soddisfazione .  – C’era un principio d’infarto – disse il dottor Augusto – e avrebbe potuto essere fatale. Le ho praticato la iniezione che in questi casi è il rimedio  più indicato. Il controllore ha collaborato molto bene promuovendo subito il collegamento telefonico con la stazione e con l’ospedale vicino.  Anche il tempo è stato in nostro favore, perché non ci sono stati ostacoli e ritardi. – La signora era con la figlia – disse Ilaria – e tornavano da Torino. E’ stato uno dei viaggiatori ad accorgersi della gravità della situazione e a consigliare alla figlia di muoversi per tutta la lunghezza del treno chiedendo di un medico. – la signora era molto religiosa – disse Giulio – e a un certo punto ha detto che se avessimo trovato anche un prete, oltre al medico, la cosa sarebbe stata completa. Mi sono permesso di fare un po’ l’audace, l’intraprendente e ho detto che il prete l’avrebbe trovato poi , in paese, nella sua chiesa perché ora era sufficiente il medico, bastava la sua opera… che per ciò stesso che voleva il prete poteva stare tranquilla in coscienza, perché c’era il Signore con lei… Poi ho pensato: se una persone si fosse mossa veramente per il treno domandando “c’è un prete?  chissà quale impressione avrebbe suscitato… e se alla domanda  “perche?” la persona avesse risposto “C’è uno che vuole confessarsi perché sta male che faccia avrebbero fatto l’interpellante e i presenti? – Forse ci sarebbe stato un po’ di stupore, di sorpresa… ma non sarebbe mancato anche un certo riscontro di normalità – disse Ilaria… come si chiede il prete in casa o in altro luogo così… in treno. Piuttosto qualcuno avrebbe anche esaminato il tipo della persona che non aveva avuto timore a muoversi e a fare quella domanda, a cercare, cioè il prete tra persone forse distratte o indifferenti… ma sostanzialmente credenti… -Mi viene in mente – disse il capitano – quel che mi raccontò un ufficiale della prima guerra mondiale… che durante un bombardamento di artiglieria da ambo le parti le nostre trincee furono duramente colpite e ci furono morti e feriti… e avvenne che tra grida e pianti, come si può immaginare, si sentì una voce forte: “qui il prete, qui il cappellano!”  Era un soldato che gridava sorreggendo il capo di un ufficiale gravemente ferito che chiedeva il cappellano…

Cominciava a farsi sentire un certo richiamo al riposo. Si era parlato tanto e alcune cose non ordinarie erano accadute. Dormire o dormicchiare era ciò che ci voleva. – Ora cerchiamo di riposare un po’ – disse il dottor Augusto – Le nostre stazioni sono lontane. – Bene sì… – dissero gli altri – e nel silenzio martellato del treno in corsa si assopirono lentamente in un sonno intermittente, di viaggio appunto, prezioso per quanto imperfetto, ma su misura per quanto può riguardare l’equilibrio fisico e psichico.
 Scalea! – la parola chiara e tonda risuonò nella frizzante
mattutina aria marina. Giulio, già pronto, con la valigia in mano, salutò per scendere. – Signorina Ilaria, arrivederci quindi in università  – Si  – rispose Ilaria. Il pulman per Mormanno partì qualche ora dopo. Bisognava infatti attendere il treno proveniente da Reggio Calabria. Tra saluti, notizie e commenti si partì, si viaggiò e si giunse a Mormanno. In piazza abbracci e baci con familiari e amici, quindi in casa,,,per la prima volta… da universitario. Un buon  caffè  e un bocconotto… poi papà Lorenzo entrò in camera, quasi casualmente, e come prendendo il discorso alla larga disse a Giulio: – Sai che Chiara ha detto che vuol  farsi suora? Bene! – disse Giulio – se vuole, bene! E guardò il padre come per dirgli: Non è una brutta notizia.

 

                                                                    (continua)