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Il mandorlo in fiore

Scritto da Giorgio Rinaldi il 1 marzo 2012
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Che bella la Sicilia, una vera meraviglia!

L’Europa, l’Italia nella morsa del ghiaccio e in provincia di Agrigento c’era  il sole e il mandorlo era già fiorito.

Questa straordinaria pianta ha le sue origini nelle remote regioni caucasiche, ove  cresce in modo spontaneo sin dall’Età del Bronzo (II millennio a.c.).

Grazie ai Greci prima ed ai Romani poi, il mandorlo si è diffuso in tantissimi paesi del mondo.

La Sicilia rappresenta la prima regione d’Italia per diffusione di aree coltivate a mandorlo.

La provincia di Agrigento è tra le prime con maggiore produzione, tant’è che è proprio in questa area che si celebra la festa del mandorlo in fiore (per dovere di cronaca bisogna dire che anche in India, a Badamwari si tiene il festival della primavera che si ispira al mandorlo).

Non a caso, è proprio nella spettacolare Valle dei Templi, che dalle finestre di casa ammirava Pirandello, che il grande mantello di fiori di mandorlo che affascina l’occhio è dovuto, secondo la leggenda (in Sicilia mito e realtà spesso si confondono), all’abbraccio ideale di  Acamante, un eroe greco della Guerra di Troia, alla sua amate Fillide, trasformata in mandorlo dalla dea Atena, che per ricambiarlo lo avvolge in un’esplosione di fiori.

La produzione agrigentina è molto ambita dai mercati nazionali ed internazionali perché le mandorle qui prodotte, vuoi per il clima, vuoi per i sistemi di raccolta e lavorazione, hanno caratteristiche organolettiche e di salubrità che le rendono pressoché uniche.

Avvenuta la raccolta, tra agosto e settembre, le mandorle si lasciano poi asciugare all’aria, si smallano e si essiccano.

Del mandorlo, come per il maiale, non si butta via nulla: dal mallo ai rami dell’albero  al seme, tutto viene utilizzato e per gli allevatori ha sempre rappresentato una vera ricchezza.

Ma, per chi della mandorla ha solo pensieri golosi, l’idea della pasticceria fa correre alla mente quella siciliana e, inevitabilmente, ai dolci di pasta di mandorla.

Dai confetti di Avola, confezionati con la famosa, unica al mondo, omonima mandorla pizzuta, al marzapane, è tutto un trionfo di vere leccornie.

Prodotti eccellenti di cui bisogna seguire il percorso dai mandorleti al consumo.

Di fatto esiste, ancorchè non ancora istituzionalizzata, una vera e propria “Strada del Mandorlo (un po’ come le famose Strade dei Vini, Dei sapori etc.), seguirla è un piacere non solo per l’occhio, ma anche per fare su servizio utile alla propria cultura e per capire come una buona coltura può rendere più piacevole la vita, anche solo gratificando i sensi.

L’Azienda “Bioalmond” di Naro (AG) è all’avanguardia nel processo di trasformazione del prodotto e una visita è istruttiva per cominciare a capire il viaggio che deve fare una mandorla prima che venga trasformata in bibite, frutta secca, pasticceria, olio o cosmetici, e i suoi residui in combustibile e concime.

Altra tappa d’obbligo è il Torronificio Geraci di Caltanissetta, per rendersi conto di quali eccellenze possono nascere da un piccolo seme arrivato dall’Asia.

Da qui ad una pasticceria la cui fama travalica i confini isolani (Spiga d’Oro –Carusotto- di Canicattì) il passo è breve: una sola visita non basta, tanta è la varietà e la scelta di tante specialità che fanno l’occhiolino dai vassoi dell’immenso bancone.

Un discorso a parte meritano l’Agnello Pasquale di pasta di mandorla della città di Favara  e i Ricci di Mandorla delle monache benedettine di Palma di Montechiaro.

A Favara, in provincia di Agrigento, esiste pressoché da sempre la tradizione dei maestri pasticceri di creare degli agnelli pasquali di marzapane e –spesso- pistacchio, che sono delle vere e proprie opere d’arte.

Ogni agnello è diverso dall’altro, anche solo per la differenza di peso o per qualche ricciolo o altra estrosità del maestro pasticcere che lo ha modellato.

Tanta arte ha dato a Favara l’appellativo di città dell’Agnello Pasquale.

I “biscotti ricci” delle monache di clausura benedettine sono una delle cose più buone mai assaggiate da chi scrive.

Se volete gustarli, non c’è internet, non c’è posta, non c’è telefono che tengano, dovete andare a Palma di Montechiaro (AG), recarvi al Monastero di Clausura delle Suore Benedettine, sperare che il giorno e l’ora siano quelle giuste, depositare un po’ di soldi sulla ruota che unisce le suore al resto del mondo e attendere che, effettuato il giro completo, troviate depositato al posto del denaro un piccolo vassoio dei famosi mandorlati del Gattopardo: si, avete letto bene, il Gattopardo, il famoso Tancredi, Principe di Salina, immortalato nel romanzo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa, che – non a caso- le antenate delle benedettine preparavano solo per lui.

Quando si dice che in Sicilia la leggenda si trasforma in realtà,  e viceversa.

Non occorre attendere il 2013 per la 68^ Sagra del Mandorlo in Fiore per visitare l’isola cara agli dei.