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Il classico inatteso. Un insolito spettacolo: El Cimarròn di Henze

Scritto da Maria Teresa Armentano il 1 agosto 2015
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Da spettatrice a Siena al Teatro dei Rozzi ho avuto la possibilità di godere di un testo straordinario nell’ambito del Festival internazionale dell’Accademia Chigiana. Lo spettacolo di grande attualità per la storia raccontata è legato  a Cuba e alla riscoperta della libertà di questo Paese,  oggi ritrovata per merito  della politica del Presidente Obama che ha  voluto riaprire i rapporti diplomatici,  economici e sociali tra il suo Paese gli Stati Uniti e l’isola, considerata per tanti anni  nemico pubblico dell’America .

H.W. Henze grande  musicista contemporaneo deceduto da circa tre anni  , vissuto a lungo in Italia scrive  El Cimarròn durante il suo soggiorno cubano tra il 1969 e il 1970. Il testo nasce dal racconto autobiografico di un ex schiavo Esteban Montejo,  che aveva allora 103 anni, reso al giornalista-scrittore Miguel Barnet che registrò le testimonianze sorprendenti della memoria di Montejo ritraendo con precisione le sfumature nei toni del suo linguaggio. Il libro verrà pubblicato come Biografia di un Cimarròn. Il racconto attraversa tutta la storia di Cuba partendo dalla liberazione dalla schiavitù alla Rivoluzione castrista. E’ Hans Magnus Enzensberger saggista e poeta tedesco, che su proposta di Henze , realizza un libretto dal libro di Barnet  da cui scaturiscono 15 quadri, microstoria simbolica e rappresentativa della vicenda di El Cimarròn. La parola in questione tradotta letteralmente è “colui che vive sulle cime” e significa “animale selvatico. latitante, fuggitivo .Ed è appunto da fuggitivo , dopo un primo tentativo fallito che Esteban vive nella foresta, un mondo idilliaco e fantastico  in contrapposizione all’inferno della piantagione di canna da zucchero e alla crudeltà quotidiana della schiavitù. Il racconto delle vicissitudini dell’ex-schiavo , la viva rappresentazione  della  malvagità dei padroni verso anche  giovanissimi schiavi frustati per un nonnulla e messi alla gogna per mesi è allucinante e fa dubitare  dell’appartenenza  di costoro al genere umano.

Sappiamo di che cosa gli uomini sono capaci; anche oggi ci sono africani che lavorano nei campi dall’alba al tramonto e bambini che con le loro piccole mani sono usati per produrre oggetti che le multinazionali vendono nei negozi  di lusso  di questa vuota civiltà dell’apparenza. In contrappunto,  avvincente il quadro che riguarda la vita di Esteban nella foresta  , un Eden sognato e reso possibile dalla fuga. A contatto con la natura  mangiando ciò che essa offriva , non parlando  se non con alberi e uccelli divenuti amici e compagni , vivendo nella piena consapevolezza di essere in pace e veramente libero  dai falsi bisogni  , gabbie che l’uomo moderno  costruisce intorno a sé, l’ex schiavo ritrova l’orgoglio e la dignità di essere se stesso. Quando la schiavitù verrà abolita , Esteban ritornerà a lavorare nei campi da uomo libero   ma si accorgerà presto di   quale  sia il senso della  nuova   libertà. Uomini e comportamenti sono gli stessi, non ci sono le fruste ma  altri mezzi per piegare  la dignità dei lavoratori. E arriverà la Ribellione: la lotta contro gli Spagnoli per liberare Cuba. Non è solo il desiderio di emancipazione che spinge l’ex schiavo a combattere  ma la volontà di allontanarsi dalla fame, dallo sfruttamento e la convinzione che i bianchi non dovessero avere tutto e i neri nulla. Ma dopo la vittoria – dice Esteban- dalle tane vengono fuori i volponi a godersi la vita e agli Spagnoli si  sostituiscono gli Americani Nulla è cambiato. I poveri restano poveri e gli altri continuano ad arricchirsi. Ed Esteban riprende il suo sacco e torna nelle piantagioni di canna da zucchero, ma  ha imparato una grande lezione ed è pronto ad insegnarla agli altri:  riscopre la solidarietà e l’amicizia che non ci può essere fra i ricchi. “ Dalle nostre parti s’era come fratelli con i vicini, “ fra poveri ci si aiutava convinti che uno solo si stanca presto e non può far molto” e “ da questo si vede ciò che è gentilezza”.

Ho tentato di delineare la storia del Cimarròn attraverso le parole ma lo spettacolo è soprattutto musica,(percussioni, flauto, chitarra) suoni affidati agli esecutori, immagini su uno schermo a fare da sfondo e voce , in cui l’elemento del parlato è preponderante fino ad effetti onomatopeici  e  canto. Tutto lo spettro delle emozioni  :  dolore e angoscia ,  gioia, amicizia,   odio e amore,  sentimenti universali  che già negli antichi poemi ritroviamo eterni a segnare la storia dell’umanità, vivificano la rappresentazione.. Il perché Henze scriva questa partitura  e raccolga questa storia è chiaro: è un  musicista marxista che sperimenta una struttura vocale estrema e un organico strumentale molto vario. E’  il coraggio  e il fascino del testo invece  che hanno mosso il musicista , nostro conterraneo, a proporre  l’idea  ,  a volere lo spettacolo e a sostenere l’impegno dell’organico strumentale  a rappresentare anche all’estero la complessa azione scenica:  la responsabilità di condividere  comunicandola alle generazioni future una storia così intensa e ricca di  esperienze, esaltando l’idea di libertà e dignità dell’uomo conquistate nonostante il peso drammatico della violenza disumana della schiavitù e infine   il non secondario impegno ad approfondire il rapporto con le molteplici espressioni della musica nel tempo presente. In un Paese in cui l’idea  di bellezza  è circoscritta e non appartiene al vivere civile quotidiano fa ben sperare la responsabilità  che  anima  chi continua a credere e ad avere fede  nelle potenza  dell’arte  generatrice di passioni.