www.faronotizie.it - Anno XIV - n. 157 - Maggio

Cogito et…perturbatus profero*

Scritto da Luigi Paternostro il 4 novembre 2011
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Da dove veniamo?

 Siamo fatti di cellule composte da molecole a loro volta costituite da atomi che sono alla fine un agglomerato di particelle elementari.

Se risaliamo il nostro albero genealogico fino ad oltre le scimmie e ai primi organismi viventi, arriveremo agli albori della vita a circa 15 miliardi di anni fa.

Siamo al big bang, a quell’evento che diede inizio non solo alle diverse forme di materia e di energia di cui è composto il cosmo, ma anche allo spazio ed al tempo che formò l’universo in cui siamo.  

Alcuni scienziati, applicando la teoria quantistica, cioè il tentativo di spiegare la fisica delle particelle elementari della materia a livello microscopico, stanno tentando di dimostrare che prima dell’evento iniziale vi era un altro universo che a differenza del nostro che si sta espandendo, si stava contraendo.

Se la materia si espande all’infinito cambia anche il destino del cosmo in cui viviamo.

Infatti se tra le stelle e le galassie tendono ad aumentare le distanze, si può presupporre uno svuotamento ed una dissipazione dell’intero universo.

Se invece si arriva ad un punto di contrazione e di auto collasso è possibile un nuovo big bang.

Cosi tra dieci miliardi di anni, essendone per ora trascorsi cinque, si ricomincerebbe daccapo.

Ma ritorniamo a considerare gli albori.

In quel periodo l’universo era omogeneo, caotico, e senza organizzazione.

La sua è storia di crescita della complessità.

Un po’ come accade in un alfabeto le cui lettere si raggruppano in parole e in frasi. 

In origine era caldissimo e la materia completamente dissociata.

Il calore le impediva di organizzarsi.

Raffreddandosi ed espandendosi si costituì in nuove strutture.

Si formò pure lo spazio che diventò sempre più buio per la velocità con cui gli astri si allontanavano tra di loro.   

A ben guardare la sua composizione si conviene che l’universo è fatto da stessi elementi: atomi, molecole, stelle e galassie.

 Proprio questa sua omogeneità ci permette di pensare alla vita non come un fenomeno improbabile ma una normale proprietà e capacità della materia espressa ai massimi livelli della sua organizzazione.

 Ci sono 100 (?)  miliardi di stelle nella nostra galassia e più di un miliardo (?) di stelle gialle come il nostro sole.

Non si sa se abbiano tutte dei pianeti, ma buone ragioni inducono a pensare che non sia difficile ipotizzare altri sistemi planetari.

  

Se soltanto una stella gialla su dieci possedesse un pianeta comela Terra, si pensa ragionevolmente all’esistenza di altri 100 milioni di mondi paragonabili al nostro.

Tutto questo solo nella nostra galassia!

E ci sono miliardi di galassie!

Il periodo che l’uomo sta vivendo è paragonabile a quello che segnò il passaggio dal paleolitico al neolitico.

Da un atteggiamento di passività e ricettività  ci stiamo avviando a diventare più attivi.

                                                                      Chi siamo?

Oggi ci siamo allontanati dalla posizione ufficiale ereditata da molte filosofie secondo cui l’uomo è uno straniero dell’universo e che la stessa vita è un fenomeno solo terrestre e altamente improbabile altrove.

Non siamo intrusi né rappresentiamo un incidente cosmico e tantomeno siamo i privilegiati nati ad un certo punto e per un certo luogo.

Possiamo considerarci invece figli legittimi dell’universo proprio perché da esso generati.

Siamo inquilini temporanei di un ecosistema che oltre alla sua progressiva autotrasformazione viene da noi stessi giornalmente distrutto accelerandone la fine.

Siamo condizionati dalla nostra stessa natura.

Il pianeta continua a viaggiare insieme alla sua galassia e con altri mondi extragalattici attraverso spazi regolati da leggi fisiche che neppure conosciamo o immaginiamo possano esistere.

La recente scoperta della velocità dei neutrini sconvolge tutta la fisica aprendo pagine nuove ed imprevedibili.

Non possiamo per ora raggiungere altri mondi né metterci in contatto con altri sistemi o altre vite intelligenti.

Le stazioni spaziali con i loro telescopi danno al problema un contributo scientifico non irrilevante e possono essere considerate come gli avamposti più idonei per tentare un approccio con altri esseri.

Le nostre attuali conoscenze e capacità escludono viaggi lunghissimi per viventi come noi costruiti biologicamentenel modo in cui siamo.   

L’uomo non è oggi capace di affrontare tali viaggi.   

Non può andare verso altri pianeti.

Viceversa altri esseri come noi, che sicuramente esistono, non possono giungere fino alla terra.

Credo che un giorno il linguaggio matematico, unico e universalmente possibile, possa diventare mezzo di comunicazione.

Esso richiederà però l’uso di simboli concordati.

Escludo un linguaggio sonoro per le molte difficoltà derivanti da una sincronizzazione sulle nostre frequenze che possono risultare sconosciute per l’uso, da parte dei nostri interlocutori, di eventuali tecniche ultrasoniche differenti per gamma ed intensità.

Se poi trovassimo esseri molto più avanzati di noi dal punto di vista tecnologico probabilmente aumenterebbero moltissimo le difficoltà per inviare, ricevere o decifrare le risposte.

Chi può dubitare che sulla Terra siano arrivati o stiano arrivando da molti anni segnali che noi non siamo in grado di ricevere con i mezzi di cui disponiamo?

Noi stessi abbiamo mandato, 12 dicembre 1974,  un messaggio in codice binario presupponendo che esso sia noto ad altri esseri intelligenti, ma si aspetta una risposta eventuale tra 50.000 anni.

Da allora diverse sonde spaziali viaggiano alla ricerca di interlocutori. 

Al momento siamo soli.

Come i polli di Renzo[1].

Ci facciamo scudo di una socialità di comodo per trasformare i simili in altri da dominare.

Quando spariremo dalla faccia della terra nessuno si accorgerà del nostro passato.

Nessuno saprà dell’uomo e della sua storia.

Uno sconosciuto, vissuto in un arco di tempo irrisorio nell’economia di una dimensione indefinibile in cui ogni attimo era un nuovo momento, in cui attimo e momento risultavano assolutamente incommensurabili o altrimenti commensurabili.

Un tempo che si confondeva con lo spazio in cui si diluiva.

Nasceranno altre storie inconoscibili?

Altri esseri viventi occuperanno nuovi spazi e in nuovi tempi?

Non certo sull’attuale terra e nello stesso sistema planetario che sarà inglobato, inghiottito e distrutto dalla supernova in cui si trasformerà il sole.

Intanto siamo, esistiamo, agiamo e dimoriamo.

Abbiamo un corpo. Meccanico.

La cellula posta nell’alluce del piede sinistro, se pur riesce ad ipotizzarne l’esistenza, conoscerà quella sua compagna posta nel sistema nevoso centrale?

Mai! Le manca la capacità di  raggiungerla  e scambiare con essa informazioni.

Vivono in mondi diversi.

Come quella cellula, anche l’uomo conoscerà mai il suo universo?

No!

La fisicità è un limite.

Se il mio corpo potesse viaggiare a 300.000 kilometri all’ora impiegherebbe otto minuti per raggiungere il sole.

Il pensiero no! Il pensiero è più veloce ed è incommensurabile.

Già, il pensiero!

Come è altrimenti definibile?

In quale categoria è collocabile?

In un fiat raggiungo il sole e nello stesso attimo attraverso miliardi di mondi al di là di ogni confine possibile, ancor oltre, sempre più oltre.

Nel Tutto.

Ma cos’è questo tutto?   

E’ identificabile a colui che l’uomo chiama Dio?

Già, Dio!

E’ il vero problema.

Può essere scoglio o luce.

Se lo penso partecipe e parte del tutto, ne devo ammettere evoluzione e fine.

Se lo penso al di fuori, gli devo attribuire immensità e tutte le implicazioni che essa comporta.

Delle due, l’una.

Tertium non datur.
Io non Enea, io non Paolo sono[2].

Non potendo liquidare in due misere righe secoli di tormentato pensiero, mi fermo considerando che
la ragione umana è afflitta da domande che non può respingere, perché le sono assegnate dalla natura della ragione stessa, e a cui però non può neanche dare risposta, perché esse superano ogni capacità della ragione stessa[3].

Devo rifugiarmi in Dio, ma non voglio inventarmelo di comodo dopo tutti quelli che l’uomo s’è inventati.

In ogni religione.

Gli ha fatto attraversare la sua storia adattandolo al momento ed alla circostanza, al tempo e al luogo, e all’azione, come direbbe Aristotele.

Questo Dio è sempre più simile all’uomo.

E’ pure vestito con gli stessi abiti.

Dapprima fu donna[4].

Una volta è bianco, una volta nero, una volta uno, una volta trino, una volta scapolo, una volta ammogliato, una volta con figli, una volta senza, una volta cattivo, una volta buono.

Sostiene la caducità e la fragilità dell’uomo, la sua vera e grande paura, quella della morte verso cui lo porta la difettosa materialità che gl’impone un’esistenza momentanea, irrisoria, debole, limitata.

 Dove andiamo?

 Verso la fine!

La filosofia e la scienza, malgrado i loro sforzi, non eviteranno la scomparsa dell’uomo  dal pianeta.  

Potrà anche accadere che continue modifiche strutturali del DNA portino ad una sua stanchezza nel replicarsi bloccando le rinascite  prima ancora della fine della Terra.

Che tristezza.

Mi auguro però che questo essere la cui permanenza è breve e limitata[5], usi la sua razionalità ed abbia:

  • un comportamento di solidarietà e di aiuto per i suoi simili;
  • il massimo rispetto e cura dell’astronave su cui viaggia e di tutte le specie su di essa viventi;
  • l’aspirazione a costruirsi un mondo senza paure, senza fantasmi, senza vincoli, senza relegazioni, senza scuse, senza sopraffazioni, senza menzogne, senza poteri, senza tiranni, senza affamati, senza poveri, senza bugie, senza idoli.

 

 


[1] Alessandro Manzoni I Promessi Sposi, capitolo III.

[2]La Divina Commedia di Dante Alighieri. Inferno Canto II, verso 32.

[3] Emanuele Kant

[4]  Pepe Rodríguez. Dio è nato donna. I ruoli sessuali alle origini della rappresentazione divina (Dios nació mujer, Barcellona, EB, 1999). Roma, Editori Riuniti 2000, pp. 287, € 14,46. ISBN 883594838X.

[5] Il ricordo stesso delle azioni anche salienti non oltrepassano il tempo stesso della vita a meno che non abbiano determinato sconvolgimenti storici importanti. Tale periodo è in media più o meno di un secolo o se si vuol dire più comprensibilmente di due o tre generazioni (padre, figlio e nipoti).