www.faronotizie.it - Anno XIV - n. 162 - Ottobre

SPIGOLATURE -La morte-

Scritto da Francesco M.T.Tarantino il 4 novembre 2011
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Scriveva Epicuro nelle sue Massime Capitali:

“Nulla è per noi la morte: infatti ciò che è disciolto è insensibile, e l’insensibile è nulla per noi”.

La chiave giusta per l’interpretazione di questa massima è in quelle due paroline: “per noi”; infatti se provassimo a toglierle la stessa massima reciterebbe:

Nulla è la morte: infatti ciò che è disciolto è insensibile, e l’insensibile è nulla.

Ecco, messa in tal modo diventerebbe un’affermazione categorica, oggettiva, incontrovertibile; ma quanti non la pensano così?

Con quel per noi Epicuro se ne esce alla grande perché non dice che la morte è Nulla in assoluto, ma che lo è per noi, ossia per lui e i suoi adepti; anche il disciolto di cui dice che è insensibile non lo afferma come realtà oggettiva ma lo fa seguire dal per noi, quindi anche l’insensibile è tale per lui e per quanti lo seguivano.

Infatti, pur nella sua oggettività, in quanto tutti dobbiamo morire, la morte assume per ognuno un significato intimo e personale che spesso trascende il razionale e a secondo delle culture, delle credenze (religiose e non), degli ideali, del rapporto con Dio, con l’universo o l’infinito, essa resta un mistero col quale si può convivere, o accettarlo (passivamente o problematicamente), ignorarlo oppure elaborarlo e, senza voler estremizzare, definirlo.

Intanto proviamo a definirlo questo mistero della morte: la morte non è altro che la conclusione dell’esistenza materiale, nella sua dimensione storica, dell’uomo, il quale non può evitarla, ma subirla passivamente. Tutto ciò che l’uomo è riuscito a costruire nell’arco della sua esistenza, materialmente e affettivamente, con la morte finisce, così come finisce il suo intero essere. Pur essendo considerata un evento interno alla natura, la morte è guardata con ripugnanza, con angoscia e avversione; e anche l’ultimo sospiro vitale dell’uomo tende al superamento della morte stessa.

Due sono gli atteggiamenti che la cultura contemporanea nutre verso di essa; da un lato la rimozione dal contesto sociale della vita, ignorandola, quasi nascondendola alla realtà produttiva ed esistenziale. Dall’altro lato, a livello filosofico e scientifico, è maturato un tale interesse per la morte che è diventata il punto nodale delle riflessioni; la possibilità per l’uomo di vivere autenticamente il suo esserci in barba alla scienza che ancora non si sfila dall’interrogativo sul perché, sul quando e sul come accade l’evento della morte.

È solo a livello teologico che possiamo andare oltre e tentare una risposta esauriente sulla morte, proprio attraverso una visione che mette al centro Dio con il suo piano di salvezza. La morte che è l’enigma della esistenza terrena può essere svelata dall’incarnazione nella storia del figlio di Dio che assume in se la morte dell’uomo per annientarla con la sua resurrezione. Questo mostra che Dio stesso considera negativamente e innaturale la morte, perché estranea al suo primigenio disegno del creato.

La venuta del Figlio di Dio nel mondo, mediante la libera accettazione della sua morte, per volontà del Padre, in riscatto della morte dell’intera umanità, trasforma la morte stessa in un transito verso l’invisibile, dandoci la speranza di un’esistenza soprannaturale.

Antropologicamente la morte è la separazione degli elementi che costituiscono l’unità e l’unicità dell’uomo: corpo, anima e spirito; l’anima si separa dal corpo e assume una dimensione non più terrena ma spirituale che vive indipendentemente dal corpo; l’uomo viene introdotto nel mondo invisibile. Con la morte l’anima si avvia verso il suo stato definitivo e vive senza più relazione con il corpo terreno ma in vista di un futuro ricongiungimento con esso. L’anima ormai separata subisce una mutazione antropologica, una sospensione di relazione che la introduce in una diversa condizione di esistenza che comunque non determina la fine dell’uomo nella sua interezza, proprio perché l’anima continua a vivere seppure in un’altra dimensione.

Quando Dio creò l’uomo e la donna, per essi non era prevista la morte; questa fece il suo ingresso nel mondo allorquando i primi esseri umani si ribellarono al loro Creatore; leggi il Libro della Genesi al cap.2, versetti 16 e 17: “Dio il Signore ordinò all’uomo: ‹‹Mangia pure da ogni albero del giardino, ma dell’albero della conoscenza del bene e del male non ne mangiare; perché nel giorno che tu ne mangerai, certamente morirai››. E ancora al cap.3, versetto 3: “ma del frutto dell’albero che è in mezzo al giardino Dio ha detto:‹‹Non ne mangiate e non lo toccate, altrimenti morirete››. La causa, dunque, fu il peccato.

San Paolo nella sua Lettera ai Romani, cap. 5, versetto 12; lo spiega bene: “Perciò, come per mezzo di un solo uomo il peccato è entrato nel mondo, e per mezzo del peccato la morte, e così la morte è passata su tutti gli uomini, perché tutti hanno peccato…” se non ci fosse stato il peccato, probabilmente la morte non sarebbe esistita o quanto meno non con questa carica di negatività ma come un transito verso una condizione differente e definitiva in altro posto, forse in cielo!

Nel cap.6, al versetto 23, della stessa Lettera, addirittura, S. Paolo scrive: “…il salario del peccato è la morte…”. Quindi la morte è l’effetto visibile del peccato.

Un’altra lettura possibile della morte, all’interno dell’Antico e del Nuovo Testamento, è che essa rappresenta l’intrusione del male nel piano divino, che (lo vedremo più avanti) sarà sconfitta grazie al sacrificio di Cristo sulla croce e alla sua resurrezione. Infatti S. Paolo scrive ancora al versetto 19 del cap.5:  “Infatti, come per la disubbidienza di un solo uomo (Adamo) i molti sono stati resi peccatori, così anche per l’ubbidienza di uno solo (Gesù Cristo), i molti saranno costituiti giusti”. E il versetto 21 recita: “affinché come il peccato regnò mediante la morte, così pure la grazia regni mediante la giustizia a vita eterna, per mezzo di Gesù Cristo, nostro Signore”. Riprendendo il versetto 23 del cap. 6 (già citato), lo possiamo rileggere interamente e comprendere quanto appena esposto: “perché il salario del peccato è la morte, ma il dono di Dio è la vita eterna in Cristo Gesù, nostro Signore”.

C’è un altro versetto illuminante sul fatto che Gesù Cristo ha distrutto, la morte; è il versetto 10, del 1° capitolo della Seconda Lettera a Timoteo, anch’essa scritta da S. Paolo: “…l’apparizione del Salvatore nostro Cristo Gesù, il quale ha distrutto la morte e ha messo in luce la vita e l’immortalità mediante il vangelo”.

Per il credente, quindi, la morte è il transito verso l’immortalità e l’incorruttibilità quando il suo corpo mortale sarà resuscitato e glorificato; leggi S. Paolo nella Prima Lettera ai Corinzi al cap.15, versetti 52b-53-54: “…Perché la tromba squillerà, e i morti risusciteranno incorruttibili, e noi saremo trasformati. Infatti bisogna che questo corruttibile rivesta incorruttibilità e che questo mortale rivesta immortalità. Quando poi questo corruttibile avrà rivestito incorruttibilità e questo mortale avrà rivestito immortalità, allora sarà adempiuta la parola che è scritta: ‹‹La morte è stata sommersa nella vittoria››”.

Va da sé che l’immortalità presuppone la vita eterna di cui il credente già ne gode al presente e che non viene alterata dalla morte del corpo. Infatti nella Bibbia la morte non è altro che la separazione dell’anima dal corpo: il corpo muore, ritorna polvere, ma l’anima e lo spirito continuano a vivere perché sono immortali, in quanto sopravvivono al corpo e si riuniranno ad esso proprio quando risorgerà.

Sarà questo l’evento del ritorno al progetto iniziale di Dio che prevedeva una condizione di eternità: il ritorno all’Eden, al Paradiso, non più terrestre ma celeste.

Basta credere in Gesù Cristo figlio di Dio per conseguire questo traguardo, facciamo riferimento alla sua parola riportata nel Vangelo di Giovanni al cap.11, versetti 25-26: “Gesù le disse: ‹‹Io sono la resurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore, vivrà; e chiunque vive e crede in me, non morirà mai››.

A quanti hanno perso un loro caro, a coloro che sono sconfortati perché il legame terreno con chi si amava è stato reciso, mi sento di dire che i loro cari riposano in pace; in attesa della resurrezione dei corpi e il ricongiungimento delle loro anime, che non sono morte ma vivono in quel Paradiso che Gesù promise al cosiddetto ladrone, crocefisso insieme a lui: “Io ti dico in verità che oggi tu sarai con me in paradiso”. Lo possiamo leggere nel Vangelo di Luca al cap.23, versetto 43.

Mi permetto di far notare che se Gesù ha concesso al ladrone di entrare nel Paradiso oggi,  vuol dire che il Signore non ha bisogno di aspettare un certo tempo per giudicare ma lo fa immediatamente.

E allora a che serve il cosiddetto Purgatorio? E i suffragi per le anime dei defunti? E le messe in loro memoria?

È solo un’invenzione dei preti per battere cassa…