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Appartenenza nel mondo arabo

Scritto da Giusy Regina il 12 novembre 2013
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“Ma la causa vera di tutti i nostri mali, di questa tristezza nostra, sai qual è? La democrazia, mio caro, la democrazia, cioè il governo della maggioranza. Perché, quando il potere è in mano d’uno solo, quest’uno sa d’esser uno e di dover contentare molti; ma quando i molti governano, pensano soltanto a contentar se stessi, e si ha allora la tirannia più balorda e più odiosa; la tirannia mascherata da libertà” (Luigi Pirandello, Il fu Mattia Pascal).

L’atteggiamento così contraddittorio dei paesi arabi nei confronti della democrazia è indubbiamente legato con il concetto di cittadinanza. Esso da solo costituisce uno dei grandi snodi del pensiero politico occidentale moderno, che si fa risalire alle riflessioni di Aristotele, considerato senza riserve nel mondo arabo come il più importante rappresentante della filosofia.

La prima forma di appartenenza che l’uomo conosce è quella familiare. La parentela ha infatti da sempre rappresentato il legame più importante per il gruppo di discendenza arabo (discendenza da un comune antenato). E proprio la filiazione per parte di padre determina l’appartenenza al gruppo, considerando membro dello stesso un figlio nato in costanza di matrimonio con un uomo del gruppo, anche se la madre lo ha concepito in un’unione precedente.

Nonostante l’appartenenza al gruppo familiare sia tutt’oggi forte e presente in tutte le società del mondo, quella che nei paesi arabi ha dominato per lungo tempo e che ha rappresentato uno dei maggiori ostacoli alla formazione del senso di appartenenza allo stato-nazione, è senza dubbio quella religiosa. Con la predicazione di Mohammed è iniziato un processo destinato a cambiare il modo di intendere i rapporti tra gli uomini tutti nella penisola arabica, per poi diffondersi anche altrove. La comunità cui un individuo appartiene è quella religiosa, che unisce tutti coloro che sono legati dal vincolo della stessa fede nell’Islam. Ma la credenza nella stessa religione non basta a connotare questa comunità come esclusivamente religiosa: soprattutto con l’ègira infatti, essa assume caratteri politici concreti, che si traducono nella formazione di una prima organizzazione politico-giuridica.

Per quanto riguarda i non-musulmani, l’Islam stabilisce una gerarchia abbastanza rigida tra le religioni, pur professando la convivenza pacifica. All’apice di essa si trovano gli ahl al-kitāb (letteralmente “gente del libro”), ovvero i seguaci di religioni rivelate che hanno un profeta e posseggono una scrittura, un kitāb per l’appunto. Tra questi si annoverano gli ebrei, i cristiani e i sabei.

Molti secoli dopo la nascita della comunità religiosa islamica, appare un nuovo tipo di appartenenza nel mondo arabo, ovvero la cittadinanza, riferita ad una nuova forma di organizzazione politica: lo stato-nazione. Dalla seconda metà del XIX secolo quindi, si inizia a percepire la necessità di un’appartenenza slegata dal mero vincolo religioso e che assuma caratteristiche secolari. Questo processo si compirà, almeno sulla carta, con la piena indipendenza dopo la Seconda Guerra mondiale.

Senza ripercorrere tutte le tappe storiche che hanno portato all’affermazione del concetto di cittadinanza nel mondo arabo, ricordiamo solo che i modi della sua acquisizione sono: lo ius sanguinis (si fa valere la cittadinanza dei genitori), lo ius soli (si fa valere il posto in cui si nasce), la naturalizzazione (che implica una serie di requisiti tra cui il legame dell’individuo con la comunità statale e quindi la prolungata residenza sul territorio). A livello internazionale, una serie di documenti quali la Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo del 1948 e i Patti del 1946 forniscono una panoramica ed un punto di riferimento relativamente alla cittadinanza (senza dimenticare alcuni accordi delle Nazioni Unite). Anche a livello regionale esistono però dei documenti che riguardano l’argomento, quali la Carta della Lega araba del 1945, il Progetto di Carta araba dei diritti dell’uomo del 2004, etc.

Ciononostante nel mondo arabo restano irrisolte ed aperte alcune problematiche sulla questione della cittadinanza, a causa di situazioni controverse, e per alcuni aspetti paradossali, quali quella palestinese (tra i palestinesi dei Territori occupati, di Israele e della diaspora). Purtroppo però, anche se dal XIX secolo il dibattito teorico sulla cittadinanza e sullo stato-nazione si è fatto sempre più pressante, il discorso è stato affrontato in maniera forse non del tutto esatta. Ci si è focalizzati, infatti, sulla condizione dei non musulmani in terra d’Islam, invece di affrontare il carattere del cittadino in quanto tale a trecentosessanta gradi.

La questione della cittadinanza diventa di fondamentale importanza in quanto strettamente collegata alla nascita dello stato-nazione e di conseguenza, pone il problema della democrazia, di cui si parla tanto oggi. Essa è considerata lo stendardo della modernità ed un simbolo di libertà politica, di informazione, di parola, di istruzione e di tutte quelle libertà cui probabilmente gli occidentali sono “abituati”, ma che nel mondo arabo, grattando sotto la superficie, continuano a mancare. Che sia proprio questa presunta “finta democrazia” ad essere il principale ostacolo alla modernità?