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A cosa servono gli economisti

Scritto da Antonio Masullo il 1 maggio 2013
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Gli stessi economisti hanno dovuto ammettere, affrontando la crisi finanziaria e economica iniziata nel 2008, che i modelli e le teorie utilizzati si sono dimostrati insufficienti se non addirittura  fallaci.  L’andamento erratico dei mercati finanziari come non mai, l’elevata volatilità delle quotazioni di azioni e obbligazioni  e l’aumento dei rischi di insolvenza di banche e società a livello globale, hanno  evidenziato l’inadeguatezza dei poteri delle autorità nazionali e lo scarso contributo dei consulenti economici difronte alle ondate della crisi internazionale.

Nel novembre del 2008, durante una vista alla London School of Economis, la Regina Elisabetta chiese come mai solo pochi economisti avevano previsto la crisi del sistema bancario britannico. Dieci importanti economisti inglesi, subito dopo, inviarono una risposta alla Regina, criticando le prime reazioni auto-assolutorie da parte della casta dei professori.  In questa lettera, i dieci accademici  criticavano i loro colleghi per non aver affatto considerato, nelle loro risposte alla Regina, ciò che non andava  (e purtroppo ancora non va) nella formazione degli economisti: in sostanza  l’aver trasformato l’economia in una branca della matematica applicata, con scarsissimo contatto con il mondo reale.

J.C. Trichet, l’ex capo della Banca Centrale Europea, ha lanciato un vero e proprio atto di accusa contro la categoria degli economisti per la stessa ragione : essersi dimostrati incapaci di prevedere lo scoppio della crisi finanziaria globale.

Sempre Trichet ha affermato che gli economisti avrebbero fatto meglio a integrare i loro metodi di analisi con altre discipline  (come la fisica, l’ingegneria , la psicologia e alcune discipline sociali ) per arricchire con ulteriori idee  e dati  i loro scenari dai quali derivano poi le previsioni sull’andamento dell’economia e sul comportamento delle principali variabili finanziarie.

Infatti un famoso esperto di cambiamenti climatici (Robert May) ha affermato che le tecniche della sua materia avrebbero  potuto essere tranquillamente utilizzate per analizzare i comportamenti di alcune variabili finanziarie.

Insomma con un approccio multidisciplinare, cioè allargato anche ad altre esperienze scientifiche, gli economisti avrebbero potuto comprendere meglio e in anticipo la dinamica della  crisi finanziaria iniziata nel 2008 in seguito al clamoroso  fallimento della Lehman Brothers.

Anche il finanziere George Soros, dopo le scorribande speculative sui mercati dei cambi che lo avevano reso famoso alcuni decenni fa, ha sentito il bisogno morale di finanziare una fondazione  che focalizza le proprie ricerche sull’utilità delle teorie economiche  oggi più in voga!

Economisti più esperti in storia economica e non solo nei cervellotici algoritmi  che sono alla base di  sofisticate quanto irrealistiche  analisi finanziarie   sarebbero certamente molto più utili nelle stanze  del potere politico ed economico.

Ma purtroppo la schiera dei rampanti economisti fedeli al dogma secondo il quale i mercati finanziari si autoregolano è ancora molto numerosa ed influente. Le autorità finanziarie avranno ancora molto lavoro da fare per ristabilire  nuovamente un minimo di regolamentazione  nei mercati finanziari  ( dopo l’ubriacatura della  deregulation di matrice anglosassone)  per limitare le crisi e i rischi finanziari.

Infine è solo di qualche giorno fa la scoperta della  clamorosa svista in cui sono incappati due famosi economisti ( Reinhart e Rogoff) che con le loro  teorie hanno notevolmente influenzato  la gestione economica delle situazioni di crisi per eccessivo indebitamento di alcuni paesi dell’area euro, fra cui il nostro. Le  misure di eccessivo rigore adottate obtorto collo da questi paesi hanno invece aggravato la congiuntura economica, come il cane che morde la propria coda!

Reinhart e Rogoff  sono i fautori della religione  laica del rigore  basata sul rapporto fra debito pubblico e Prodotto Interno Lordo; secondo la loro  teoria  quando il rapporto fra queste due entità supera il 90% la crescita si blocca e si entra in recessione (in Italia come ben noto siamo al 130%!!). Ma la realtà ha dimostrato che questo assioma non  è valido!  Le errate conclusioni dei due economisti sono state causate da alcuni dati statistici non  coerenti con le analisi : ci risiamo troppa matematica e poca storia, sociologia e politica!

Ovviamente questo non significa che  gli impegni di rientro dall’eccessivo indebitamento sottoscritti dal nostro paese non siano più validi, ma dovrebbero essere perseguiti tenendo conto della capacità di tenuta del sistema paese e non dipenderei esclusivamente da teoremi finanziari sconnessi dalla realtà.