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Il “panno umano”

Scritto da Francesco Rinaldi il 1 marzo 2013
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E’ circa mezzanotte, diluvia e la temperatura è vicino allo zero, al rientro dalla stazione Termini di Roma a quella di piazza Garibaldi di Napoli.

Sceso dal treno, percorro il binario in direzione dell’uscita m e mi lascio dietro l’ultima porta a vetri in uscita dalla stazione. Ed eccomi alla mia vespa primavera del ’61, ancora ad aspettarmi sotto la tempesta.

Ma, una singolare figura attira la mia attenzione.

Si tratta di un «panno umano», una «coperta umana» di colore beige con una doppia striscia marrone scuro a lambirne il perimetro.

La figura non mi è del tutto nuova, ricordo di averla già notata stamattina all’alba, alla partenza per la Capitale, e così anche nelle altre, numerose occasioni di viaggio per la medesima destinazione.

Comprendo che quella gelida panchina circolare di marmo color ruggine, con al centro un cilindro di plastica con funzione pubblicitaria, e quella coperta, poi neppure così spessa e pesante, è la sua «casa». E così che si appresta a dormire sotto la tempesta, seduto su se stesso e senza volto, completamente avvolto nella sua coperta, come in un sacco, del tutto indifferente al mondo sensibile – o meglio, insensibile – che lo circonda. E’ impressionante la sua atarassia, la sua capacità di astrazione e di sopportazione, pari o superiore a quella di un Buddha o di un Samurai.

Una condizione indiscutibilmente inumana, ma che lo rende molto più umano dei vivi dormienti che lo circondano.

La grandezza della sua sagoma, la postura, i colori del suo «indumento», l’orribile e degradante ambiente che lo circonda, trasfigurano la sua identità: nulla ha più di umano, ormai è diventato pietra, una stele monolitica che è lì da tempi immemorabili, e tenta di indicarci il giusto cammino, ma senza protervia, arroganza o rimprovero, bensì con l’umiltà degli ultimi.