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Mormanno 26 ottobre ore 01,05: terremoto magnitudo 5.0 scala Richter

Scritto da Don Giuseppe Oliva il 11 novembre 2012
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Dopo un terremoto,  specie se sensibilmente avvertito , è naturale che ci siano commenti e rilievi. L’avvenimento, che non è un fatto di cronaca ordinaria, non può lasciare indifferenti, soprattutto quando ci sono danni alle persone e alle cose. Non sorprende che ci siano anche considerazioni sull’uomo e sulla natura secondo varie angolazioni scientifiche, filosofiche, sociologiche, morali.
Da aggiungere che non è affatto escluso che si apra un discorso anche nei confronti di Dio, al quale, secondo le varie concezioni religiose, il mondo e l’uomo sono legati, perchè creati da lui e da  lui non dimenticati. Per noi…occidentali e di cultura cristiana comunque, è certo che il discorso si aprirebbe nei confronti di Cristo e della Chiesa  soprattutto per riferimento alla Provvidenza, alla preghiera, al culto dei santi ecc.

Dentro il fatto
Pochi secondi di terremoto possono produrre  molti e gravi danni alle cose e alle persone . Possono provocare anche la morte. Dipende dalla magnitudo, che è espressa in gradi Richter, e dalle condizioni orografiche e abitative. Il terremoto è una forza violenta della natura, improvvisa, quasi paralizzante, anche terrificante. Ogni persona vi è coinvolta fisicamente e psichicamente in un modo che esclude ogni possibilità di starsene fuori. Deve arrendersi anche l’uomo in sé, quello definito nella sua naturale unicità e valenza, che è stato capace di vincere la forza gravitazionale terrestre, di orbitare nello spazio, di raggiungere la Luna e di mandare sonde su Marte. Nei confronti dei terremoti deve accettare il suo limite  e deve accontentarsi di qualche rivalsa, che non è cosa da nulla, come ad es. le costruzioni antisismiche e gli strumenti di previsione. Ma l’uomo singolo, quello concreto-vivente-pensante, abitante nei vari punti critici del pianeta è drammaticamente cosciente della sua impotenza a fronteggiare adeguatamente la improvvisa violenza tellurica.

Come credenti
E’ evidente che per il credente cattolico non ci può essere alcun privilegio di esenzione dai drammatici interrogativi sulla condizione umana, sulla sofferenza e sulla morte: egli vive nella comune condizione umana, ma con quel di più che gli può venire dalla fede o meglio, da quel che la fede ha prodotto in lui come maturazione della sua personalità.
Conviene qui ricordare che, se la parola cattolico è foneticamente univoca, concretamente è equivoca, perchè può indicare anche una persona che veramente cattolica non è, o meglio , che lo è solo perchè battezzata, mentre con la mente e col cuore non lo è più o lo è appena: sotto l’apparente e univoca identità cattolica ci può essere l’ateo, il quasi ateo, l’indifferente…Vi saranno quindi tanti atteggiamenti nei confronti della sofferenza e della morte quanti sono i livelli di sensibilità e di intelligenza morale maturati nella fede. In pratica ci può essere il santo e il bestemmiatore . Ciò avviene perchè la fede nel credente è fede vissuta, non teoricamente enunciata, in quanto questo vissuta è il mistero e il dramma del nostro confronto con Dio che in Cristo ha rivelato definitivamente come si relaziona con la creatura umana.

La fede in sé
In merito si può dire sommariamente che chi accetta Cristo deve accettare anche le condizioni dell’esistenza in sé, cioè le leggi della natura e quelle della propria esistenza personale per nulla impedito a modificarle e a dominarle secondo potenzialità e aspirazioni legittime. Cristo gli ha insegnato come deve stare dentro questa condizione di esistenza e gli ha garantito l’aiuto soprannaturale per starci. Perciò vi è una dimensione di irreversibilità e una dimensione di dominabilità, ma in una visione che comprende questa vita e il dopo questa vita, nel senso che la creatura  umana non è solo abitatrice di questo mondo  e di questa storia ma è anche candidata all’altro mondo cioè alla vita eterna nella quale questa storia s’infutura. Se il credente , per la sua fede, non può avere conoscenze superiori riguardo ai terremoti…ciò non è contro la sua fede, perchè non è una esigenza di fede questa conoscenza superiore. Non gli è stata mai promessa, non può costituire un disappunto, una disdetta, una delusione. Chi la pretendesse sbaglierebbe, dimostrando di non avere una fede esatta. Ma per fede ha il dovere di ritenersi chiamato a vivere la congiuntura drammatica dei terremoti con consapevolezza di realismo e con attivazione delle sue energie morali e soprannaturali per non disperarsi, anzi per esercitare nella circostanza le virtù teologali che sono fede, speranza e carità e quelle umane quali la pazienza, il coraggio, la prudenza, la solidarietà, l’umiltà ecc.

Il dramma del credente
Su un piano teorico può aiutare  anche il pensiero della evidente nostra condizione di insicurezza, di non assoluta dominabilità degli avvenimenti, di fragilità fisica, di inadeguatezze sociologiche, di coincidenze negative temporali, di difetti strutturali nelle cose e nelle leggi. Ma per il credente c’è altro, più difficile, certo, ma non meno vero. C’è la sua teologia di vita: che cioè la morte, il dolore, la disperazione possono arrivare senza preavviso e possono mortificare senza pietà; che tutto ciò che accade può risultare positivo ai fini del senso esatto della vita, la quale ha il suo definitivo senso esatto nella salvezza eterna; che lui è in grado, per grazia ricevuta,  di offrire la sofferenza per un bene percepibile solo in un ordine detto soprannaturale in beneficio personale e degli altri; che la tristezza per quel che accade può essere temperata e financo trasfigurata dalla certezza che non si è mai soli, che cioè Cristo è presente ad ogni creatura umana.
A questo punto il mio lettore-lettrice potrà dirmi. Ma di quale credente parli, di quello della definizione o di quello esistente? Posso rispondere già ora: del secondo nella misura che è anche il primo.

De profundis…per Mormanno?
Cioè….Mormanno, dopo questo terremoto che ha lasciato il segno, va verso l’estinzione, imbocca la via della lenta agonia?
A una sommaria osservazione e previsione si può pensare tutto ma non questo, perchè il fenomeno della estinzione, che poi diventa fatto, richiede che ci siano tali e tante premesse, tali e tanti atteggiamenti pratici dopo, da ritenere che ogni azione di contenimento, di puntellamento, di riattivazione, di riporto alla normalità sia impossibile. Ritengo, che ciò è impensabile per dati oggettivi, non per censure psicologiche emotive o di campanile. L’ipotesi della inabitabilità del territorio è quella che da un punto di vista argomentativo avrebbe più valore. Ma, credo che se ben si riflette, è quella meno probante. Perchè, a meno che venga dimostrato che siamo nel cono di un vulcano in riattivazione, questa inabitabilità è una esagerazione, spiegabile sì, ma non ragionevole, perchè verrebbe corretta da quegli interventi antisismici assai noti.
Forse il vero discorso in merito scaturisce da come questo dopo-terremoto e il dopo-dopo-terremoto verranno gestiti politicamente ed emotivamente da Mormanno-abitanti e governanti e dai governanti regionali e nazionali. Più chiaramente: come avverrà la ricostruzione e con quali tempi? Ci saranno le condizioni di sostegno e di pazienza perchè l’identità di paese non venga meno quanto a presenze, attività commerciali, istituzioni? Ritengo di non esagerare  se dico che per Mormanno questo dopo-terremoto equivale alla sua parziale rifondazione. Una centrifuga facilmente subìta sarebbe fatale perchè una riduzione della sua effettiva immagine potrebbe consegnarci una Mormanno non più quella, ma una riduzione, una sopravvivenza nominale…E in merito è noto che il divenire cosiddetto della storia non torna indietro, tutt’al più ci torna come memoria, ma la memoria non è né presente né divenire.  Appartiene agli storici e forse anche un po’ ai poeti. E’ lecito concludere che con una coralità di attenzione (tutta Mormanno come espressione di intelligenza) con onestà d’intenti (sarebbe sgradevole l’ipotesi di persone interessate al guadagno disonesto), con competenze provate (attenzione alle esibizioni non su misura)….si potrebbe intraprendere la parziale rifondazione di Mormanno, intendendo per rifondazione quel lavoro o quella fatica necessaria a che quel che c’è non vada perduto, quel che è stato rimosso venga ricollocato al suo posto, quel che di nuovo si richiede in mentalità e su cose venga coraggiosamente assunto, perseguito e realizzato.