www.faronotizie.it - Anno XVIII - n. 201 - Gennaio

Marchio(nne) di interessi

Scritto da Carlo Di Stanislao il 19 settembre 2012
facebooktwitterfacebooktwitter

Bussa a soldi Marchionne, come è sempre stato, anche prima di lui, per la Fiat. Il suo discorso è chiaro: in Italia l’azienda perde, mentre è in attivo in Nord e Sud America. Per ora i guadagni esteri possono sostenere le aziende del Paese, ma occorre che lo sforzo non sia solo di Fiat.

E’molto chiaro l’ad della più importante (ancora) fabbrica del Paese (con tra occupati ed indotto 500.000 dipendenti) che dice: “”Sta succedendo esattamente quello che avevamo detto alla Consob un anno fa. Ho dovuto ripeterlo perché attorno a Fabbrica Italia si stava montando una panna del tutto impropria, utilizzando il nome della Fiat per ragioni solo politiche: a destra e a sinistra, perché noi siamo comunque l’unica realtà industriale che può dare un senso allo sviluppo per questo Paese. Capisco tutto, ma quando vedo che veniamo usati come parafulmine, non ci sto, e preferisco dire la verità“.

E la sua verità la sintetizza nel modo seguente: “La Fiat sta accumulando perdite per 700 milioni in Europa, e sta reggendo a questa perdita con i successi al’estero, Stati Uniti e Paesi emergenti. Queste sono le uniche due cose che contano. Se vogliamo confrontarci dobbiamo partire da qui: non si scappa”.

Le sue parole non convincono Giorgio Airaudo, respondabile auto Fiom, che, ai microfoni de “L’Economia prima di tutto” del Gr Rai, afferma: “Non sono rassicurazioni, è solo un modo per prendere tempo. Non è la prima volta che dice che mantiene gli stabilimenti in Italia con le vendite ed i profitti fatti all’estero quindi penso che sia sempre più urgente che questo paese stabilisca un patto con la Fiat, serve un accordo e solo il governo può farlo. Serve uno dei tanti accordi che la Fiat ha fatto in giro per il mondo”.

Ed in allarme sono sia Bonanni che Bersani, mentre Di Pietro invita l’attendista Fornero ad intervenire con rapidità e fermezza.

La leader della Cgil Susanna Camusso, in un’intervista a L’Unità è molto netta: “Se, come tutto fa pensare, Fiat è orientata a ridimensionare la produzione, il governo deve interrogarsi su come attirare un altro produttore” e, al’indirizzo di Marchionne aggiunge: “Non ci vengano a dire che Fabbrica Italia svanisce per colpa della crisi, perché quel piano è stato annunciato nel 2010, a crisi scoppiata e consolidata”.

Come ha riflettuto tre giorni fa su Europa Stefano Menechini, certamente i dati della crisi europea dell’auto sono spaventosi e Fiat regge ancora solo grazie alle vendite americane di Chrysler.

Marchionne, pertanto, da accorto manager, può non essere costretto a tenere aperti tutti i suoi stabilimenti, però deve essere costretto a raccontare la sua storia e i suoi nuovi programmi al governo: un governo che s’è molto esposto, insieme a chi lo appoggia in parlamento, per creare un quadro di regole del lavoro diverse, più flessibili e, almeno nelle intenzioni, più utili a chi deve fronteggiare crisi di mercato.

Quattro giorni fa, quando si cominciò a sospettare che la Fiat stesse archiviando il piano “Fabbrica Italia”, con cu,i due anni fa, aveva promesso 20 miliardi di investimenti in cinque anni nel nostro Paese, Diego della Valle, patron di Tod’s, ebbe parole molto dure nei confronti di Sergio Marchionne e John Elkann, dicendo, al’indirizzo di ad e presidente di quello che solo un tempo poteva essere chiamato gruppo torinese, che il : “vero problema della Fiat non sono i lavoratori, l’Italia o la crisi (che sicuramente esiste): il vero problema sono i suoi azionisti di riferimento e il suo amministratore delegato. Sono loro che stanno facendo le scelte sbagliate”.

Certamente, con la sua nota, Della Valle ha inteso togliersi qualche sassolino della scarpa, dopo lo scontro che lo aveva visto contrapposto, la scorsa primavera, al presidente di Fiat, John Elkann, nel rinnovo dei vertici di Rcs, il gruppo che controlla il Corriere della Sera.

Ma altrettanto certamente c’è del vero quando dice che: “Continua questo ridicolo e purtroppo tragico teatrino degli annunci ad effetto da parte della Fiat, del suo inadeguato Amministratore Delegato e in subordine del Presidente. Assistiamo infatti da alcuni anni a frequentissime conferenze stampa nelle quali, da parte di questi Signori, viene detto tutto e poi il contrario di tutto, purché sia garantito l’effetto mediatico, che sembra essere la cosa più importante da ottenere, al di là della qualità e della coerenza delle cose che si dicono”.

E tanto per dare ragione anche con cose recenti a Della Valle, mentre oggi Marchionne rassicura politici e sindacati, solo pochi giorni fa il Lingotto aveva ricordato che già dal 27 ottobre 2011 aveva annunciato in un comunicato che non avrebbe più utilizzato la dizione “Fabbrica Italia” perché molti l’avevano interpretata come un impegno assoluto dell’azienda mentre invece si trattava di una iniziativa del tutto autonoma che non prevedeva tra l’altro alcun incentivo pubblico.

“Vale la pena di sottolineare – concludeva il Lingotto – che la Fiat con la Chrysler è oggi una multinazionale e quindi, come ogni azienda in ogni parte del mondo, ha il diritto e il dovere di compiere scelte industriali in modo razionale e in piena autonomia, pensando in primo luogo a crescere e a diventare più competitiva. La Fiat ha scelto di gestire questa libertà in modo responsabile e continuerà a farlo per non compromettere il proprio futuro, senza dimenticare l’importanza dell’Italia e dell’Europa”.

Credo abbia ragione chi, come Vendola, argomenta che i fatti ci dicono che la Fiat ha utilizzato propagandisticamente il mito di Fabbrica Italia mentre concretamente cancellava i diritti dei propri lavoratori e isolava e tentava di annichilire il movimento sindacale. Marchionne ed i vertici Fiat vogliono palesemente le mani libere ed i dividenti intoccati, indipendentemente dalle difficoltà che vivono tutti.

A Pomigliano metà dei lavoratori non sono rientrati, nonostante l’aver ceduto i famosi dieci minuti di pausa e la disponibilità agli straordinari comandati, ma senza che sia arrivato un solo euro di investimenti.

E allora una volta tanto ha ragione Di Pietro: “Ieri la Fiat produceva lavoro, occupazione e reddito, oggi fa interventi in borsa, oggi opera in un sistema finanziario lobbistico internazionale. Non so neanche se l’ad va chiamato ancora Marchionne o Marchion, perché ormai di italiano ha solo il nome, non certo gli interessi”.

A dicembre 2011 Times diceva che Marchionne è come Steve Jobs, un grande che ha salvato Chrysler dalla bancarotta, mentre la molto seguita (negli USA) rivista Fortune argomentava su Marchionne dicendo che: “Ha creato un immagine di se stesso che è unica nel panorama dell’industria dell’auto. Un’immagine che in egual misura consiste in humor disarmante, assoluta chiarezza e brutale onestà. Egli mette il merito sopra il rango, l’eccellenza sopra la mediocrità, la concorrenza al provincialismo e la responsabilità alle promesse”.

Peccato che Time e Fortune omettano di raccontare come in Italia la Fiat è in avanzato stato di decomposizione, con sipario da tempo calato su Termini Imerese (Palermo) e operai rispediti tutti a casa, perché dopo 41 anni di attività la Fiat ha smesso di sfornare auto.

Stessa sorte all’unità produttiva di Pomigliano D’Arco (Napoli) e per i siti di Melfi (Potenza), Cassino (Frosinone) e Mirafiori (Torino), che boccheggiano perennemente e sui cui aleggia periodicamente lo spettro della graduale dismissione, come a per la Bertone di Grugliasco (sempre a Torino).

Finito il tempo delle promesse e delle illusioni il truce volto del capitalismo alla Marchionne si sta svelando ogni giorno di più in tutta la sua più brutale realtà.

L’esistenza dei lavoratori diventa sempre più una corsa ad ostacoli: prepensionamenti, tagli dei salari, chiusura fabbriche, licenziamenti, cassa integrazione da 700 euro al mese.

Mentre il Premier Mario Monti (che pure lui a Fiat ha elargito generosamente sussidi per oltre 500 miliardi di vecchie lire) continua a chiedere sacrifici a tutti gli italiani, (tranne che – ovviamente – a Marchionne al Vaticano e alle Banche), sicché a sacrificarsi sono sempre i più poveri e i disagiati, mentre i manager strafurbi proseguono indisturbati nei loro affari speculativi, collezionando Ferrari (Marchionne ne ha un discreto assortimento).

Quanto poi agli americani che guardano a Marchionne come ad un genio e ad un salvatore, hanno riflettuto sul fatto che per comprare la Chrysler non ha sborsato un solo cent, entrandovi gratis, arraffando 7 miliardi e mezzo di dollari dal Governo Americano (a costo zero) e restituendoli quando s’è nuovamente reindebitato col sistema bancario (4,3 mld di finanziamenti vari e circa 3,2 mld di bond)?

Davvero non mi pare una operazione per la quale andare fieri.