www.faronotizie.it - Anno XVI - n. 181 - Maggio

Tra fatti e letture

Scritto da Don Giuseppe Oliva il 1 agosto 2012
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I

Quel matrimonio civile….
Mi seguì per un certo tempo la impressione negativa che provai quella volta che una persona mi disse che in un paese c’era stato un matrimonio civile, il quale era stato celebrato su imposizione dello sposo nel confronti della sposa e delle rispettive due famiglie. Lo sposo aveva voluto il matrimonio civile per il semplice preciso intento di dimostrare la sua opposizione alla Chiesa. La sposa e la famiglia si erano arrese e ne era scaturita la cerimonia civile, che aveva lasciato un po’ spaesati, come si suol dire, gli invitati, abituati alla solennità della celebrazione religiosa. Si diceva anche che la sposa era apparsa un po’ mortificata nei giorni precedenti e che si era rassegnata alla imposizione del fidanzato, ed aveva evitato, per quanto possibile, ogni discorso sull’argomento. Naturalmente, dopo qualche giorno, di quel matrimonio non si era più parlato…
E’ noto che ogni cosa che accade ha sempre a monte una sua causa, una sua ragione d’essere. Nel fatto narrato è evidente che c’era stata una scelta ideologica e morale. Il dato impressionante e illogico, quindi inaccettabile, era il coinvolgimento della sposa, alla quale era stato imposto di dover agire contro coscienza, cioè contro le proprie convinzioni, che ella aveva il diritto di seguire e che lo sposo aveva il dovere di rispettare; un dovere molto facile, perchè col matrimonio religioso lo sposo non avrebbe dovuto rinunciare alla sua non-credenza, mentre col matrimonio civile imponeva alla moglie di negare in quell’atto la sua coscienza di credente.
Si può dire tanto sul cuore umano e su quel che concorre a formare la nostra personalità, le nostre convinzioni, ma, certo, si stenta un po’ a credere come si possa arrivare a ritenersi insindacabili e in veste di onestà anche quando arbitrariamente si nega o si restringe il legittimo diritto degli altri. E argomentare che la sposa avrebbe potuto esercitare il suo diritto rifiutando la condizione imposta dallo sposo equivale a ignorare la natura del fidanzamento e del matrimonio, ai quali non si può applicare ragionevolmente la categoria commerciale del prendere o lasciare, perchè la persona non è una cosa, non è un prodotto venale.
Eppure sia nella decisione-imposizione dello sposo che nella rassegnazione della sposa c’era qualcosa di drammatico. Anche il capriccio ha la sua logica, solo che è logica manchevole di pensiero comparativo e di attenzione all’altro. Difatti non ogni logica ha gradi sufficienti di probatività e di persuasività. Lo sposo che, nientemeno, con quella logica decideva il futuro della sua vita, non dimostrava personalità accettabile. La sposa che non si sentiva in grado di reagire dimostrava che si può restare prigionieri del complesso della vittima e dimenticare anche l’identità dinamica di donna e di credente. Purtroppo tanto può accadere nel cuore umano.

Avvenne che…
Devo aggiungere che quel matrimonio divenne per me subito argomento per un dramma. Era anche il tempo nel quale ero preso dalla lettura del drammaturgo danese Ibsen (avevo letto Casa di bambole e Spettri) e del nostro Diego Fabbri (chi non ricorda il suo Processo a Gesù?). Perciò buttai giù una trama, poi riveduta, corretta e integrata come solitamente avviene – quindi alcune scene… Ricordo i tre atti: il primo si concludeva con la festa di un matrimonio cattolico e la esibizione di un gruppo chiamato “i mattacchioni”, formato da ragazzi liceali e universitari dichiaratamente cattolici. I due sposi “civili” che partecipavano alla festa erano rimasti colpiti da quell’atteggiamento un po’ provocatorio del gruppo che, peraltro, avevano ammirato, soprattutto perchè tra le varie esibizioni di allegria conviviale avevano coinvolto i commensali a cantare il ritornello dello stornello fiorentino formato da queste parole:
Festa è per voi, o Candido e Fiorenza
c’è una presenza che vi scalda il cuor

Quei mattacchioni avevano spiegato il senso di…quella Presenza = Cristo, la fede… Il secondo atto si chiudeva con la visita dei due sposi “civili” alla puerpera Fiorenza che era diventata madre dopo una travagliata gestazione e un parto difficile. La scena era che quella donna-madre, con un candore disarmante, diceva che tutto era andato bene per grazia di S. Rita…e aveva estratto da sotto il cuscino la immagine della santa, commossa.Il terzo atto aveva un finale a sorpresa: gli sposi sono già sposi cristiani, perchè hanno regolarizzato in chiesa il matrimonio. Hanno quattro figli; Luigi, Anselmo, Rita, Lucia – Scena: Lucia- Mamma, vado in parrocchia – Forse questa sera deciderò di farmi suora…Te lo dirò il Padre -Ha detto così?!…potrebbe veramente capitare a noi? madre – Non so…vedremo…Ma…sai che mi hanno detto che Anselmo vorrebbe farsi prete?…
(i due si guardano…le facce sono di quelli che non capiscono ancora…)

II

Tra religione e…fede…
Studiando la religione o le religioni (=accettazione di un Dio) e la fede (accettazione di Cristo) non mi è mai capitato di meravigliarmi rilevando la loro somiglianza, cioè, filosoficamente parlando, la loro convergenza nel genere: sia le religioni e sia la fede affermano un oltre, un altro o altri. Ogni persona, quindi che voglia essere religiosa o credente deve rapportarsi con altro che è fuori dell’uomo stesso, deve accettare qualcosa che non è farina del proprio sacco. Quel certo che di imponderabile, di tremendo e di fascinoso…è comune alla religione e alla fede, anche se viene visto, accettato e vissuto in modi chiaramente diversi.
Una religione esclude o dovrebbe escludere ogni altra religione , così come la opzione-Cristo (=fede) esclude la religione naturalisticamente intesa, e deve o dovrebbe specificarsi come confessione chiaramente aggettivata (es. cattolica, evangelica…). Ammesse come possibili le crisi e le problematiche sia in fatto di religione come di fede, va subito detto che per il seguace di una religione c’è una via, per il seguace di Cristo ce n’è un’altra: le difficoltà riguardanti le religioni sono diverse da quelle che riguardano la fede, perchè sulle religioni il discorso è storico, culturale, antropologico, sociologico, mentre sulla fede il discorso e teologico , biblico, cristologico, ecclesialogico. Capisco che così dicendo si dice tutto, sì, ma in maniera molto assertiva, sintetica, ma lo spartiacque tra religioni e fede c’è, non si può negare, nè attenuare, almeno sul piano teorico.

E la ragione è semplice: la fede è il Mistero che si comunica all’uomo e si costituisce, cioè è reale, è avvenimento nell’uomo per una potenzialità misterica (Spirito-grazia) che raggiunge l’intelligenza e la volontà della persona; l’adesione ad una religione, invece, è una scelta che nasce nella persona e riguarda convenienze o convergenze culturali e psicologiche nella gestione di quella esigenza umana di rapportarsi con un oltre e con un altro. Come è facile constatare, l’autotrascendersi dell’uomo nella religione avviene per autogestione, nella fede avviene per collaborazione tra Dio e l’uomo.

III

Polemica, apologetica, dialogo…
Sono certo che molti come me, leggendo o scrivendo, hanno potuto constatare che la polemica (=confronto molto vivace, spesso anche aggressivo con l’avversario), l’apologetica (=difesa un po’ insistente qualche volta delle proprie posizioni culturali-religiose), il confronto-dialogo (= pacata discussione su punti controversi) si presentano, in definitiva, come ordinarie modalità di pensiero e di stile, perchè tutte e tre sono connaturali alla formulazione e alla manifestazione del pensiero e tutte e tre sono buone, quando sono usate su misura.
E’ evidente che nella scelta di una di queste modalità c’è sempre una ragione, discutibile e parziale che sia, ma c’è…ed è facilmente riscontrabile nell’atmosfera culturale del tempo, nel temperamento dei soggetti e nell’oggetto stesso della questione…ma risulta sempre obiettivamente sbagliata la polemica acre e biliosa, l’apologetica a senso unico, il confronto-dialogo che riduce ad ogni costo le differenze.
Questi tre moduli, coi loro pregi e i loro difetti, attraversano la storia del pensiero laico e religioso, cattolico ed evangelico (protestante), letterario e filosofico ecc. Ma l’impressione più elementare che si riporta leggendo certi scritti polemici e studiando quegli avvenimenti che li determinarono è che…solo da una intelligenza virtuosa può essere indicata la misura corrispondente alle esigenze della logica e del confronto e che solo da una volontà tollerante può essere impedito che si accenda il rogo, che sembra starci bene sia per chi lo accende, sia per chi viene bruciato.

IV

Una sfida evangelica
“Se non vi convertite e diventate come bambini” (Mt18,3)
Il tratto citato è noto insieme ad altri simili. Non sorprende il “se non vi convertite”, perchè il richiamo alla conversione è istanza evangelica e l’evangelista Marco la pone all’inizio del suo Vangelo. E’ il “diventate come bambini” che può spiazzare…ma fino a un certo punto. Perche:
-Gesù non dice che dobbiamo diventare bambini, cioè reprimere o impedire quel processo di maturazione che conferisce all’uomo l’uso adeguato dell’intelligenza e della volontà. Nessuna persona che sia normale, insegnerebbe ciò. Gesù dice invece che dobbiamo diventare come bambini, dobbiamo cioè essere semplici e fiduciosi nei suoi confronti, docili al suo insegnamento, capaci di sentirsi bisognosi di Dio, verso il quale l’atteggiamento più esatto è quello di figlio verso il padre, un atteggiamento che è assai significativo e sincero soprattutto quando si è bambini. E’ il come…che garantisce la ragionevolezza del paragone e il rispetto per l’integrità dell’uomo. La creatura umana, cioè il credente, deve soltanto piegarsi a un modello educativo – diventare come…bambini – che è quello richiesto dalla fede, cioè della accettazione di quel Cristo che, essendo Mistero e rivelatore del Mistero, parlando da Dio e non come uno di noi, non può consentire parità di confronto .
- se diventare come bambini costituisce una modalità nuova, acquisita, che non annulla, anzi lascia integro l’essere precedente, vuol dire che la novità è una crescita, una condizione favorevole al fine del rapporto con Dio e agli effetti che ne seguiranno. Sarebbe assurdo ipotizzare una crescita – quale è appunto il rapporto con Cristo – supponendo, diventando come bambini, l’insorgere di difficoltà, l’andare incontro a mutilazioni e mortificazioni dell’umano ( parliamo del vero umano), sul quale, per altro verso, si fonda la nuova avventura di fede. Difatti avviene che nella fede, cioè nella obbedienza a Cristo, l’uomo va oltre se stesso accettando il mistero e si apre a una sensibilità o cultura ispiratrice e promotrice di santità. Perciò la verità è che, diventando come bambini, diventiamo più che adulti, gestori e promotori di un progetto umano – quello evangelico – che ha dell’incredibile se non fosse dato da chi, Cristo, si rende credibile per grazia.