www.faronotizie.it - Anno XVI - n. 183 - Luglio

facebooktwitterfacebooktwitter

È la Via della Croce, la Via del Dolore, la Via Dolorosa, la Via del Calvario.
È il cammino, la Via, che Gesù di Nazareth avrebbe percorso dopo la sua condanna a morte per crocefissione, verso un luogo chiamato Golgota (in ebraico Gulgoleth), che significa “luogo del teschio” (in greco Kranion, in latino Calvaria, cioè Calvario).
Lo possiamo leggere in tutti e quattro i Vangeli; leggiamolo in Marco cap.15, versi 20-22:
“Dopo averlo schernito, lo spogliarono della porpora, lo rivestirono delle sue vesti e lo condussero fuori per crocefiggerlo. Costrinsero a portar la croce di lui un certo Simone di Cirene, padre di Rufo e Alessandro, che passava di là, tornando dai campi. E condussero Gesù al luogo detto Golgota che, tradotto, vuol dire ‹‹luogo del teschio››”.
Nella settimana cosiddetta “santa” la Chiesa Cattolica celebra i riti della passione del Signore Gesù Cristo, uno di questi è la Via Crucis che riprende il pellegrinaggio a Gerusalemme lungo il tradizionale percorso di Gesù verso il Calvario. Indipendentemente dalla verità storica di tale percorso, dal momento che il luogo dove Pilato condannò Gesù era situato dalla parte opposta della città, il cammino avrebbe seguito un itinerario diverso per arrivare al Golgota, ad ogni modo guardiamo il percorso attuale che consta di quattordici tappe (stazioni), stabilite, pur nelle sue varianti, in modo definitivo nel 19° secolo. È una pratica devozionale che ancor prima del Medio Evo cominciò a svilupparsi e che la Chiesa Cattolica ripropone nelle celebrazioni del “venerdì santo”.
Qualche anno fa, io e mio fratello Aronne, ci siamo trovati, proprio nella settimana di Pasqua, a Gerusalemme e abbiamo assistito alla suggestiva processione (ne abbiamo viste di più suggestive in Spagna, nella Galizia), della Via Dolorosa; naturalmente le nostre riflessioni erano concentrate sul Cristo che con una pesante croce sulle spalle (quella portata in processione era leggerissima), percorreva quella strada tra il riso beffardo degli avventori e lo scherno di quanti, aizzati dai sacerdoti del tempo, lo volevano morto.
Vorrei fare il percorso inverso, ossia ripercorrere le quattordici stazioni con l’occhio concentrato sui tempi attuali: ci provo facendo riferimento alle titolazioni del 2009 curate dalla Comunità della Riconciliazione – Santa Teresa di Gesù Bambino.

Recita la PRIMA STAZIONE: Gesù è condannato a morte.
Sulla condanna di Gesù possiamo leggere il Vangelo di Marco al cap.15, versi 14-15:
Pilato disse loro: ‹‹Ma che male ha fatto?›› Ma essi gridarono più forte che mai: ‹‹Crocifiggilo!›› Pilato volendo soddisfare la folla, liberò loro Barabba; e consegnò Gesù, dopo averlo flagellato, perché fosse crocefisso”.
Se il mio pensiero a Gerusalemme era rivolto a Cristo condannato ingiustamente perché disturbava e sovvertiva i disegni dei potenti, della casta sacerdotale, e nonostante la sua missione di pace e di giustizia, soccombeva, umanamente, all’arroganza del potere; oggi guardo all’innocente condannato nelle aule dei tribunali per errore o perché professa un’ideologia disturbante. Guardo all’operaio condannato a rimanere senza lavoro e senza ammortizzatori sociali perché i padroni del mondo hanno deciso di farci morire tutti di fame pur di salvare il feticcio del denaro. Guardo gli emarginati, i malati, i pensionati, gli esiliati, gli immigrati, i Rom, i drogati, gli omosessuali, i diversi. Se immagino l’amarezza che visse in quei momenti il Nazareno, (nonostante la sua consapevolezza del disegno divino che passava attraverso la sua umiliazione), non posso non immaginare la disperazione di quei poveri cristi contemporanei che sono attraversati dall’umiliazione di una condanna che li porta alla follia se non al suicidio: come allora l’umile è condannato a morte!

SECONDA STAZIONE: Gesù è caricato della Croce.
Nel Vangelo di Giovanni, cap.19, versi 16-17; leggiamo: “Allora (Pilato) lo consegnò loro perché fosse crocefisso. Presero dunque Gesù, ed egli, portando la sua croce, giunse al luogo detto del Teschio, che in ebraico si chiama Golgota”.
Guardare il Figlio del Creatore condannato dai creati è di per se un paradosso; ma ancor di più lo è l’assurdità che uno debba portare il peso dello strumento di morte (di sicuro non doveva essere leggero quel legno). Oggi è lo stesso! Oltre alla condanna a morte gli ultimi della terra sono costretti a caricarsi della loro croce e pur di sbarcare il lunario piegano la schiena di fronte ai ricatti dei padroni e accettano di lavorare per quattro soldi in condizioni umilianti, facendo lavori usuranti, respirando sostanze cancerogene e toccando materiali inquinanti fino a morirne. Oltre il danno la beffa! È pesante portare la croce dell’umiliazione in cambio di niente: lo stipendio di Marchionne equivale a quello di 453 operai (sic!).

TERZA STAZIONE: Gesù cade per la prima volta.
Al di là del non riscontro evangelico delle cadute di Gesù Cristo e lasciando passare la fantasia dovuta alla devozione dei vari pellegrini, sicuramente Gesù sarà caduto più volte sotto il pesante fardello della Croce, ed è interessante leggere nel Libro del Profeta Isaia (settecento anni prima di Cristo), al cap.53, versi 3-4; le seguenti parole: “Disprezzato e abbandonato dagli uomini, uomo di dolore, familiare con la sofferenza, pari a colui davanti al quale ciascuno si nasconde la faccia, era spregiato, e noi non ne facemmo stima alcuna. Tuttavia erano le nostre malattie che egli portava, erano i nostri dolori quelli di cui si era caricato; ma noi lo ritenemmo colpito, percosso da Dio e umiliato”.
Il Profeta parla di Cristo il quale, tra le risa e gli sberleffi degli astanti e il godimento dei sommi, e dei  grandi e piccoli sacerdoti, nonché degli scribi, dei farisei e dei sadducei che lo accompagnavano con il gusto macabro di vederlo morire appeso a un legno, con difficoltà e sofferenza sotto il peso ingombrante della Croce sulle spalle, arrancava per giungere a destinazione. Sicuramente sarà stata una scena straziante per chi aveva un minimo di sensibilità e di pietà, un minimo di compassione.
La stessa sensibilità e pietà (cristiana), che oggi dovremmo avere quando un povero lavoratore per mancanza di misure di sicurezza cade da un’impalcatura o gli viene addosso un peso all’interno del cantiere o in fabbrica. Ma ancor di più quando gli succede un incidente o addirittura muore per aver respirato sostanze tossiche e viene considerato dai padroni un incidente di percorso. Ecco la croce sotto la quale cadono i lavoratori, stranieri o connazionali, la croce del profitto a favore dei ricchi: la ricchezza dei pochi contro la povertà dei molti. E uno stronzo del precedente governo disse che “la sicurezza sul lavoro è un lusso che non possiamo permetterci”: Giuda!!!

QUARTA STAZIONE: Gesù incontra sua madre.
Anche di questa stazione non vi è traccia nei Vangeli, nei racconti della Passione; quindi possiamo attribuire alla pietà dei pellegrini, che percorrevano la Via Dolorosa in Gerusalemme, l’invenzione di questa come di altre stazioni che incontreremo più avanti. Infatti non c’è nessun riferimento biblico a sostegno di questo incontro. Non è escluso che in mezzo ad altre donne Maria, la madre di Gesù, potesse essere al seguito del figlio che andava a morire. A proposito della madre di Gesù mi viene in mente un episodio narrato dai tre Vangeli sinottici: Matteo, Marco e Luca, in cui Gesù si rifiuta di incontrare la madre e i fratelli. Lo riprendo dal Vangelo di Matteo cap.12, versi 46-50: “Mentre Gesù parlava ancora alle folle, ecco sua madre e i suoi fratelli che, fermatisi di fuori, cercavano di parlargli. E uno gli disse: ‹‹Tua madre e i tuoi fratelli sono là fuori che cercano di parlarti››. Ma egli rispose a colui che gli parlava: ‹‹Chi è mia madre, e chi sono i miei fratelli?›› E, stendendo la mano verso i suoi discepoli disse: ‹‹Ecco mia madre e i miei fratelli! Poiché chiunque avrà fatto la volontà del Padre mio, che è nei cieli, mi è fratello e sorella e madre››. Questo mi fa pensare che l’incontro con Cristo non è legato a vincoli di parentela ma alla sequela di Lui come Dio e come uomo; l’aderenza al suo messaggio, al suo insegnamento ci rende suoi fratelli, sorelle e madri, allora come ora: quale dono più grande!?!?!?

QUINTA STAZIONE: Gesù è aiutato dal Cireneo a portare la Croce.
L’episodio lo ritroviamo, anche questo in tutti e tre i Vangeli sinottici; leggiamolo in Matteo cap.27, verso 32: “Mentre uscivano, trovarono un uomo di Cirene, chiamato Simone, e lo costrinsero a portare la croce di Gesù”.
Un pover’uomo, tornando dai campi è costretto ad aiutare Gesù nel portare la pesante croce che aveva addosso; stanco del lavoro nei campi deve subire la fatica nonché l’umiliazione di condividere una condanna infame. È proprio vero che l’arroganza del potere non ha limiti! Quale colpa aveva Simone di Cirene per essere costretto a dover affaticarsi ancora dopo aver lavorato un’intera giornata nei campi? Lo costrinsero; così come oggi un pover’uomo è costretto a lavorare ancora, dopo un turno di lavoro, per far fronte alle necessità della vita a scapito dei figli che aspettano il ritorno del papà per poter stare un po’ con lui, come Alessandro e Rufo, figli di Simone il Cireneo che forse lo attendevano a casa. Ma il potere non conosce i sentimenti, anzi li considera di intralcio per lo sviluppo, per la produzione, per la sovrapproduzione. Quanti cirenei oggi sono costretti a spersonalizzarsi e soccombere alle richieste, ai ricatti della “razza padrona”? Continuano a portare una croce che non è la loro, ad espiare colpe che non gli appartengono, a subire condanne da innocenti, espropriati degli affetti più cari e procedere verso una vita ingloriosa come poveri cristi che saranno inchiodati ad un destino infame: dov’è la giustizia?

SESTA STAZIONE: La Veronica asciuga il volto di Gesù.
Ci risiamo! Dove l’avranno trovata questa stazione non è dato sapere. Nessun Vangelo riporta un episodio simile, tant’è che il testo fa ricorso all’Antico Testamento citando un Profeta del calibro di Isaia. Leggiamo nel suo libro al capitolo 50, versi 6-7: “Io ho presentato il mio dorso a chi mi percoteva, e le mie guance a chi mi strappava la barba; io non ho nascosto il mio volto agli insulti e agli sputi”.
Sicuramente il volto di Gesù doveva essere come il Profeta lo descrive: sofferente, pieno di rivoli di sudore misto a sangue, pieno di lividi per le spine, per le percosse (abbiamo potuto vederlo in tanti film ma soprattutto in The Passion di Mel Gibson, molto realistico perché i romani erano molto violenti). Ma nessun Vangelo parla di una Veronica che asciuga il volto di Gesù, pur essendo possibile che la pietà possa aver mosso qualcuno a fare questo gesto di carità. Il problema non è la Veronica, ma la speculazione su questo presunto velo dove sarebbe rimasta impressa l’immagine del volto di Cristo. Noi possiamo immaginarlo e il suo volto dolente deve indurci a riflette sulla sofferenza di Lui e di tutti i cristi che nei secoli e oggi vengono torturati, malmenati, violentati, percossi dalla mano armata dei potenti e dell’ordine costituito. Il volto di Cristo è il volto di ogni sofferente che non può e non deve lasciarci indifferenti. Facciamo nostre le indicazioni che ci offre Davide nel Salmo 22, versetto 24, che recita: “Poiché non ha disprezzato né sdegnato l’afflizione del sofferente, non gli ha nascosto il suo volto; ma quando ha gridato a lui, egli l’ha esaudito”.
Sono parole che dovrebbero affinare la nostra sensibilità verso chi soffre e produrre in noi tutta l’indignazione possibile verso chi provoca dolore, afflizione, sofferenza. E quando siamo noi ad essere sofferenti, quando il nostro volto è segnato dall’afflizione, invochiamo Dio con le parole del Salmo 84, scritto dai figli di Core, dove al versetto 9 possiamo leggere: “Vedi o Dio, nostro scudo, guarda il volto del tuo unto!” (Unto vuol dire Cristo).
Confidiamo nel Signore con le parole del Profeta Isaia, di nuovo al cap. 50, al versetto 7:
“Ma il Signore, Dio, mi ha soccorso; perciò non sono stato abbattuto; perciò ho reso la mia faccia dura come la pietra e so che non sarò deluso”. Abbiamo questa consapevolezza? Ricerchiamola!

SETTIMA STAZIONE: Gesù cade per la seconda volta.
Anche per questa stazione non avendo riferimenti evangelici, nel senso che nasce dalla immaginazione di qualche pio devoto, possiamo fare ricorso a qualche testo dell’Antico Testamento per descrivere cosa provasse Gesù durante il cammino verso il luogo dove sarebbe stato crocefisso; quali pensieri, quali parole masticava sotto i denti rivolgendosi al Padre ogni volta che lo sforzo e il disagio gli provocava un inciampo, una caduta. Di tutto ciò ne hanno scritto i Profeti centinaia di anni prima che si verificasse; per esempio il Profeta Geremia che nel Libro delle Lamentazioni scrive: ‹‹O Signore, vedi la mia afflizione, perché il nemico trionfa!›› (cap.1, verso 9b). “Osservate, guardate, se c’è dolore simile al dolore che mi tormenta…” (cap.1, verso 12b). I miei occhi si consumano in lacrime, le mie viscere si commuovono, il mio fegato si spande in terra…” (cap.2, verso 11°). “Io sono l’uomo che ha visto l’afflizione sotto la verga del suo furore.” (cap.3, verso 1). “Egli ha consumato la mia carne e la mia pelle, ha spezzato le mie ossa.” (cap.3, verso 4). “Io sono diventato lo scherno di tutto il mio popolo, la sua canzone di tutto il giorno. Egli mi ha saziato d’amarezza, mi ha abbeverato d’assenzio. Mi ha spezzato i denti con la ghiaia, mi ha affondato nella cenere.” (cap.3, versi 14-16).
Penso ce ne sia abbastanza per descrivere l’amarezza e la sofferenza di Cristo che cade sotto il peso della Croce; la stessa amarezza e la stessa sofferenza di tutti coloro che cadono sul lavoro, che inciampano nei ricatti della mafia o della politica, nella cattiveria umana che con la faccia di merda ti schernisce e ti dice: ‹‹ Te la sei voluta!›› E noi continuiamo a rimanere indifferenti!!!

OTTAVA STAZIONE: Gesù incontra le donne di Gerusalemme.
Narra il vangelo di Luca che Gesù durante il tragitto verso il Golgota incontra delle donne; leggiamo nel cap.23, versi 27 e 31; il racconto di questo incontro: “Lo seguiva una gran folla di popolo e di donne che facevano cordoglio e lamento per lui. Ma Gesù, voltatosi verso di loro, disse: ‹‹Figlie di Gerusalemme, non piangete per me, ma piangete per voi stesse e per i vostri figli [] Perché se fanno questo al legno verde, che cosa sarà fatto al secco?››.
Come si evince non viene nominata Maria, la madre di Gesù; nulla esclude che in mezzo a queste donne potesse esserci. Ad ogni modo immaginando Gesù che di fronte a questi lamenti funebri invita le donne a non piangere per lui ma per i propri figli, mi viene di pensare a quelle madri che si vedono recapitare  i figli morti nelle maledette guerre, o se preferite nelle missioni di pace, avvolti nelle bandiere come ultima presa in giro dei “caduti-per-la-patria”, quando invece si tratta di luridi sporchi affari. Penso alle madri di Plaza de Majo, dei desaparecidos che si sono visti portar via i figli senza mai più rivederli, senza neanche il conforto di una sepoltura. Penso alle madri dei bambini palestinesi massacrati, sbrindellati, restituiti a pezzi. Penso alle madri ebree che durante la Shoah venivano separate dai figli e condotte in campi di sterminio diversi. Penso a mia madre, alle nostre madri, che annichilite e genuflesse sono preoccupate e piangono per il nostro futuro. Infatti Gesù era consapevole, con la metafora del legno verde e del legno secco, che ci sarebbero state sempre lacrime nei loro occhi per la sorte dei figli; di ogni figlio, in ogni tempo: chi dobbiamo ringraziare?

NONA STAZIONE: Gesù cade per la terza volta.
È molto probabile che nelle strade accidentate di Gerusalemme Gesù sia caduto più volte lungo il cammino che lo portava alla morte per di più caricato di una croce di legno. proviamo anche questa volta a rifarci al Libro delle Lamentazioni di Geremia, e precisamente al cap.3, versi 19-26: “Ricordati della mia afflizione, della mia vita raminga, dell’assenzio e del veleno! Io me ne ricordo sempre, e ne sono intimamente prostrato. Ecco ciò che voglio richiamare alla mente, ciò che mi fa sperare: è una grazia del Signore che non siamo stati completamente distrutti; le sue compassioni infatti non sono esaurite; si rinnovano ogni mattina. Grande è la sua fedeltà! ‹‹Il Signore è la mia parte››, io dico, ‹‹perciò spererò in lui››. Il Signore è buono con quelli che sperano in lui, con chi lo cerca. È bene aspettare in silenzio la salvezza del Signore”. 
Sono illuminanti queste parole per comprendere in che cosa confidava Gesù Cristo di fronte alla follia che si stava per consumare: un uomo giusto, ingiustamente condannato, che andava a morire perché il suo popolo con i capi in testa (Erode, Pilato, Caifa e tutta la schiera dei mercanti del tempio), non volevano essere disturbati nella conduzione dei loro affari, non volevano essere insidiati nell’esercizio del loro dannato potere. Poteva Cristo sperare negli uomini? In un loro ravvedimento? Gesù nel suo intimo parlava col Padre! Troviamo un attimo per guardare Cristo che giace a terra sotto la Croce e non restiamo indifferenti, ma indignamoci contro ogni sopruso  e come scrive l’autore della Lettera agli Ebrei, cap.12, versi 2-3; raccogliamoci in meditazione: “fissando lo sguardo su Gesù, colui che crea la fede e la rende perfetta. Per la gioia che gli era posta dinanzi egli sopportò la croce, disprezzando l’infamia, e si è seduto alla destra del trono di Dio. Considerate perciò colui che ha sopportato una simile ostilità contro la sua persona da parte dei peccatori, affinché non vi stanchiate perdendovi d’animo”.
Non distogliamo lo sguardo da chi soffre!

DECIMA STAZIONE: Gesù è spogliato delle vesti.
“I soldati dunque, quando ebbero crocefisso Gesù, presero le sue vesti e ne fecero quattro parti, una parte per ciascun soldato. Presero anche la tunica, che era senza cuciture, tessuta per intero dall’alto in basso. Dissero dunque tra di loro: ‹‹Non stracciamola, ma tiriamo a sorte a chi tocchi››; affinché si adempisse la Scrittura che dice:‹‹Hanno spartito tra loro le mie vesti, e hanno tirato a sorte la mia tunica››. Questo fecero dunque i soldati.” (Vangelo di Giovanni Cap.19, versi 23-24).
La lettura appena fatta ci attesta l’autenticità evangelica di questa stazione; non a caso la spoliazione di Gesù è narrata in tutti e quattro i Vangeli. Che dire!?!?!?
“Ecco l’uomo”! Spogliato delle sue vesti, denudato, espropriato perfino della sua intimità; impossibilitato a reagire, insanguinato, sotto la frusta che ancora potrebbe tirare l’ultima goccia di sangue. L’uomo reso inerme dal terrore del potere, dalla minaccia del braccio armato che può schiantarti se solo provi a respirare; e quando la legge ha deciso: non c’è appello per l’indifeso; nemmeno la solidarietà degli amici. Ti tolgono la casa, ti allontanano dagli affetti, ti espropriano il cervello, si prendono perfino le vesti che hai addosso; forse per pudore ti lasciano le mutande. Questa fu la sorte del Figlio di Dio, questa è stata la sorte di ogni persona umile che non ha potuto difendersi, questa è la sorte di chi vuole un mondo diverso, giusto, pulito, pacifico. La sorte di chi disturba il manovratore. Ci sentiamo colpevoli o innocenti?

UNDICESIMA STAZIONE: Gesù è inchiodato sulla croce.
Il racconto della crocefissione ricorre anch’esso nei quattro Vangeli; mi soffermo su quello dell’evangelista Luca che al cap.23, versi 33-38, scrive: “Quando furono giunti al luogo detto ‹‹il Teschio››, vi crocifissero lui e i malfattori, uno a destra e l’altro a sinistra. Gesù diceva: ‹‹Padre, perdona loro, perché non sanno quello che fanno››. […] Il popolo stava a guardare. E anche i magistrati si beffavano di lui, dicendo: ‹‹Ha salvato altri, salvi se stesso, se è il Cristo, l’Eletto di Dio!›› Pure i soldati lo schernivano, accostandosi, presentandogli dell’aceto e dicendo: ‹‹Se tu sei il re dei Giudei, salva te stesso!›› Vi era anche questa iscrizione sopra il suo capo: QUESTO È IL RE DEI GIUDEI.”
Va da se che per essere crocefisso bisognava inchiodare le sue mani e i suoi piedi alla croce di legno che Gesù aveva faticosamente portato in spalle e sotto la quale era più volte caduto. La pietà devozionale di questa stazione si sofferma sulla crudeltà di dover piantare dei chiodi a crudo (non c’era anestesia al tempo), su delle fragili mani e su dei piedi stanchi già sanguinanti. Possiamo immaginare (non possiamo!) lo strazio, il dolore, il grido di Nostro Signore Gesù Cristo, ad ogni colpo di martello che conficcava i chiodi nella carne per unirla al legno. A questo bisogna aggiungere l’altra sofferenza: che tutti guardavano e anziché partecipare all’agonia di chi stava per morire, si prendevano il lusso di sbeffeggiare un innocente, uno che non aveva fatto male a nessuno, né si era macchiato di alcun crimine. E nel dolore atroce lui, il Nazareno, si preoccupa di chiedere perdono al Padre per conto dei criminali che lo stavano straziando. (Forse è da allora che l’umana pietà divenne pietà cristiana). Quella stessa pietà, oltre che manifestarla dinanzi ad una iconografica stazione della Via Crucis, dovremmo sentirla verso tutti i crocifissi della terra. Verso coloro a cui vengono inflitte torture, non solo durante le assurde guerre che non hanno mai giustificazione, né assoluzione; ma ci son coloro che basta essere in odore di sospetto e vengono torturati in modo crudele e indecente. Ci sono le donne che vengono violentate a mo’ di tortura da chiunque ritiene che sono una mercanzia che si può acquistare e disporne; ci sono donne che vengono torturate all’interno del focolare domestico da chi le pensa puttane, o addirittura schiave. Non possiamo chiudere gli occhi su queste realtà di sofferenze a volte indicibili. Mi viene in mente, ritornando a Gesù, un passo della Prima Lettera di Pietro cap.2, versi 23-24: “Oltraggiato, non rendeva gli oltraggi; soffrendo, non minacciava, ma si rimetteva a colui che giudica giustamente; egli ha portato i nostri peccati nel suo corpo, sul legno della croce, affinché, morti al peccato, vivessimo per la giustizia, e mediante le sue lividure siete stati guariti.” (La citazione non in corsivo è di Isaia cap.53, verso 5). Dove arriva la nostra pietà cristiana?

DODICESIMA STAZIONE: Gesù muore sulla Croce.
Leggiamo nel Vangelo di Marco, cap.15, versi 33-39: “Venuta l’ora sesta (mezzogiorno), si fecero tenebre su tutto il paese, fino all’ora nona (le tre del pomeriggio). All’ora nona, Gesù gridò a gran voce: ‹‹Eloí, Eloí lamà sabactàni?›› che, tradotto, vuol dire: ‹‹Dio mio, Dio mio perché mi hai abbandonato?›› Alcuni dei presenti, udito ciò, dicevano: ‹‹Chiama Elia!›› Uno di loro corse e, dopo aver inzuppato d’aceto una spugna, la pose in cima a una canna e gli diede da bere, dicendo: ‹‹Aspettate, vediamo se Elia viene a farlo scendere››. Gesù, emesso un gran grido, rese lo spirito. E la cortina del tempio si squarciò in due, da cima a fondo. E il centurione che era lì presente di fronte a Gesù, avendolo visto spirare in quel modo, disse: ‹‹Veramente, quest’uomo era Figlio di Dio!›› 
Siamo alla battuta finale: dopo il dolore, lo sberleffo, gli sputi, Gesù sperimenta l’abbandono di tutti, del suo popolo, dei suoi pochi amici (non c’era nessuno con lui sotto la Croce), finanche l’abbandono del Padre! Era necessario che Gesù di Nazareth sperimentasse fino in fondo la sua umanità nella carne e nei sentimenti. Dopo il tradimento di Giuda, il rinnegamento di Pietro, il voltafaccia di coloro che solo pochi giorni prima l’avevano osannato come il “Benedetto che viene nel nome del Signore”, adesso è solo, sofferente, afflitto, umiliato, sbeffeggiato, inascoltato; e il suo ultimo lamento è per Dio, per suo Padre che dal Getsemani (l’orto degli ulivi), lo ha abbandonato, lo ha lasciato in mano ai carnefici dopo che i sacerdoti (la casta dei preti di allora: i leviti), gli avevano aizzato il popolo contro e ne avevano decretato la fine, mediante crocefissione (la morte più infamante). Ora è là, inchiodato ad una Croce, ora possiamo guardarlo, sconfitto; con le sue strane idee che chissà… E un’eco giunge dalle valli ai monti: ‹‹Gerusalemme, Gerusalemme, che uccidi i profeti e lapidi quelli che ti sono mandati, quante volte ho voluto raccogliere i tuoi figli,  come la chioccia raccoglie i suoi pulcini sotto le ali; e voi non avete voluto! Ecco, la vostra casa sta per esservi lasciata deserta…›› (Matteo cap.23, versi 37-38).
Scriverà Pietro, citando il Salmo 118, 22; e Isaia 8, 14;  nella sua Prima Lettera, cap.2, versi 7-8:‹‹la pietra che i costruttori hanno rigettata è diventata la pietra angolare, pietra d’inciampo  e sasso di ostacolo››.
Gesù è lì, appeso alla Croce, in mezzo a due malfattori, reietto e abbandonato dopo essere
“stato condotto al macello come una pecora; e come un agnello che è muto davanti a colui che lo tosa, così egli non ha aperto la bocca. Nella sua umiliazione egli fu sottratto al giudizio. Chi potrà descrivere la sua generazione? Poiché la sua vita è stata tolta dalla terra”. (Isaia cap.53, versi 7-8).
Gesù in croce è diventato un’icona da esibire nel sottoscala più in basso come sulla vetta del monte più alto, passando per ogni edificio pubblico, per ogni aula di tribunale, nonché per ogni bandiera.
Oggi, Gesù non è lì, nei quadri, nelle immagini, nei film, nelle chiese, nelle croci appese al collo; Egli è in ogni volto sconvolto, in ogni ammalato, in ogni carcerato, in ogni affamato e assetato, in ogni immigrato, in ogni maltrattato, in ogni diverso, in ognuno: impariamo a riconoscerlo!

TREDICESIMA STAZIONE: Gesù è deposto dalla Croce.
Il vangelo di Giovanni narra al cap.19, versi 38-40“Dopo queste cose, Giuseppe d’Arimatea, che era discepolo di Gesù, ma in segreto per timore dei Giudei, chiese a Pilato di poter prendere il corpo di Gesù, e Pilato glielo permise. Egli dunque venne e prese il corpo di Gesù. Nicodemo che in precedenza era andato da Gesù di notte, venne anch’egli, portando una mistura di mirra e d’aloe di circa cento libbre. Essi dunque presero il corpo di Gesù e lo avvolsero in fasce con gli aromi, secondo il modo di seppellire in uso presso i Giudei”.
Giuseppe d’Arimatea insieme a Nicodemo furono coloro che staccarono il corpo, ormai senza vita, del Nazareno dal legno della Croce. Come dice la Scrittura lo cosparsero di aromi e lo avvolsero con delle fasce, pronto per essere seppellito. Per loro come per tutti, tutto finiva lì; nessuno osava pensare ad un seguito. Gesù di Nazareth aveva completato la sua avventura ingloriosamente ed ora era lì, morto come tutti, col volto viola e tumefatto, ad un passo dalla tomba dove sarebbe rimasto per sempre. L’umana pietà si commuove sempre di fronte a un morto e partecipa allo sconforto dei famigliari che hanno perso un congiunto. Da sempre la pietà per i morti si è palesata con la partecipazione alle esequie e al lutto. Ma la pietà cristiana si manifesta con la preghiera e l’affidamento dell’anima del defunto a Dio perché l’accolga nel Regno dei Cieli. Ieri come oggi il cristiano non può fare altro se non confidare in Dio perché usi misericordia a colui che sta per raggiungerlo. È questo il nostro atteggiamento dinanzi ad una persona appena deceduta?

QUATTORDICESIMA STAZIONE: Gesù è deposto nel sepolcro.
È ancora il Vangelo di Giovanni che ci racconta il seppellimento di Gesù; cap.19, versi 41-42:
“Nel luogo dov’egli era stato crocefisso c’era un giardino, e in quel giardino un sepolcro nuovo, dove nessuno era ancora stato deposto. Là dunque deposero Gesù a motivo della Preparazione dei Giudei, perché il sepolcro era vicino”.
Il Vangelo di Marco aggiunge (cap.15, verso 47): “E Maria Maddalena e Maria, madre di Iose, stavano a guardare il luogo dov’era stato messo”.
L’ultimo atto: seppellire i morti in un luogo apposito, lontano dalla città, sottoterra o in un manufatto di cemento magari abbellito con marmi sontuosi e le scritte più inutili. Ci si ricorderà di loro il 2 novembre con fiori e lumini e qualche preghiera a pagamento; forse una lacrima ci scivolerà sul viso e ci farà dire un “requiescant in pace”. Io e Aronne siamo stati nel sepolcro di Cristo e grande è stata la commozione e l’emozione! Il pensiero che lì in quella fessura c’è stato il corpo del Signore Gesù Cristo e che dopo tre giorni se n’è andato via; la domanda come sarà avvenuto il passaggio dalla morte alla vita in quell’oscuro spazio; il mistero di cui vuol rendere partecipe chi crede in Lui è un pensiero che inquieta e nello stesso tempo rasserena perché ci da una speranza, la speranza di un oltre migliore di questo universo, dove non c’è corruzione e imperfezione. Se il sepolcro di Gesù ci suscita sentimenti indescrivibili e rasserenanti, i sepolcri di chi ci ha lasciato ci inducano alla memoria, e nella memoria riannodiamoli alle nostre radici affinché rinforzino la comunità. E come Maria Maddalena e  Maria, madre di Iose, non perdiamo di vista il luogo dov’era stato messo Gesù. 
Auguri di Buona Pasqua e di Resurrezione!

                                                                                                [Stampa in PDF]