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Il pendolare

Scritto da Domenico Mattiaccia il 5 dicembre 2011
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Chissà come lo definirebbe Piero Angela, noto autore di documentari scientifici, quell’essere umano che per giorni, mesi o anni interi si sobbarca un viaggio da una città all’altra per lavorare o studiare. Magari lo etichetterebbe come specie rara, soprattutto da noi in Italia.

Da settembre ho scelto una laurea specialistica in una città ad un’ora di viaggio da dove vivo. La mia è stata una scelta, ma molti sono obbligati dal mercato a spostarsi. Immaginiamo un operaio che da tempo è in cassa integrazione, cosa non rara di questi tempi, e gli viene offerto un lavoro fuori città. Questo comporterebbe perdere ore nell’andare e tornare dal lavoro. Però se per mangiare serve lavorare, perché non farlo!?

La cosa strana che mi capita in questo periodo è confrontarmi con gente che vede molto strana la mia scelta: ma chi te lo fa fare? Ti conviene? Non sarebbe meglio trovarti un appoggio là per poi tornare a casa nei fine settimana? Queste sono le domande che mi sento dire, spesso associate ad un’aria un po’ stranita.

Allora, senza rispondere, controbatto domandandogli: ma se in altri stati ci sono persone che lavorano a molti chilometri di distanza da casa, perché dovrebbe essere strana la mia scelta?! E lì s’interrompe la conversazione. Si cambia argomento. Non ho mai risposte.

Infatti, non molti sanno che nel resto del mondo, fare il pendolare è una cosa molto comune: pensiamo solo a chi vive in periferia delle grandi metropoli e trova lavoro in centro o dalla parte opposta della città…quante ore viaggia?  Non cambia città, ma pur sempre impiega o spreca tempo per raggiungere la meta lavorativa.

Da studi fatti sui fattori di stress, lo spostamento per raggiungere il lavoro causa stress. Questo non lo dico io, ma dei risultati in base a studi specifici. Quindi avevano ragione gli altri a guardarmi con aria strana e a vedere errata o comunque stupida la mia scelta?

Beh, posso solo dire che basta vedere i lati positivi del viaggio:

Ogni mattina, il pendolare si alza e si reca in stazione. Ogni mattina vede le stesse persone, con aria assonnata, che come lui hanno scelto il viaggio per raggiungere la meta. Non sono amici. Spesso non ci si parla nemmeno, però vederle ti rassicura e quando non ci sono ti preoccupa. Saliti sul treno, ci si gode l’alba, disturbati dai problemi dei ragazzini delle superiori che salgono per poche fermate: c’è chi ripassa per il compito o l’interrogazione, c’è chi discute per problemi legati ad antipatie e simpatie. Diciamo che il chiacchiericcio può essere fastidioso, ma si può prendere come dolce musica per schiacciare un pisolino ed essere più freschi a lavoro. Poi si scende, si lavora tutto il giorno e di nuovo in stazione. Anche li le stesse facce del mattino, con la differenza della stanchezza impressa nei volti. Si riprende il treno, in compagnia del tramonto. A quell’ora non ci sono i ragazzini che già sono a casa da ore. A quell’ora ci sono solo persone stanche. Alcuni leggono, alcuni dormono. Arrivi poi a destinazione e li finalmente ti puoi togliere l’etichetta del pendolare, per tornare ad essere la persona di sempre…fino alla domanda, ma non ti pesa viaggiare tutti i giorni?!