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Riflessioni

Scritto da Antonella Antonelli il 1 ottobre 2015
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L’immaterialità degli oggetti

Il rapporto con gli oggetti, costituisce un terzo della nostra affettività.

Dopo quello con gli altri esseri umani e gli animali, c’è appunto, il rapporto con le cose.

Nella nostra società “postindustriale” questo rapporto sta diventando sempre più effimero, illusorio.

Le merci materiali infatti, si stanno dematerializzando.

Ci verrebbe da pensare che in effetti mai, come ora, è possibile avere, o meglio, accedere a tutto.

E’ possibile cercare qualsiasi “oggetto” sulla rete.

Ma chiediamoci cosa accade quando cerchiamo.

Non abbiamo quasi più la visione di noi stessi che ci affanniamo a cercare l’oggetto desiderato in un mercato, in un negozio, ma, proprio per evitare perdite di tempo e traffico e contrattempi, ci immaginiamo seduti comodamente con davanti il nostro pc e tutto il mondo dentro, e lì, è certo, se la cosa che cerchiamo, esiste,( materialmente intendo), la troveremo.

E non c’è niente di male, anzi, il progresso è anche questo…

Di fatto, è perfino immateriale la ricerca.

Il mercato al quale facciamo riferimento infatti, è virtuale, e solo dopo aver pagato il nostro oggetto, a distanza di qualche giorno, ne entreremo in possesso.

Non possiamo toccarlo, anche se sappiamo com’è fatto, conosciamo le sue misure, e magari abbiamo anche scelto il colore.

Questo passaggio, avvenuto peraltro senza denari contanti ma solo con una carta plastificata, ci semplifica la vita, ma non è che a furia di semplificare, ci priviamo di qualcosa?

Mi viene in mente che a volte, se per esempio cerco un paio di scarpe, o una gonna o qualsiasi altra stupidissima cosa che sono convinta mi serva, la vetrina virtuale che mi dà l’opportunità di scegliere, è già selezionata, predisposta, e magari non scelgo solo quel colore, ma il logo, la marca che in qualche modo ho già conosciuto attraverso bombardamenti mediatici a volte subliminali, a volte palesemente sfacciati, e allora, dov’è la mia libertà nello scegliere?

Se andassi in giro per la città troverei qualcosa di veramente originale fatto da qualcuno che non conosco, che “nessuno” conosce?

Non credo. Nella immensa, illusoria libertà di scelta, attraverso le infinite possibilità, finiamo per vestire tutti allo stesso modo, per avere tutti le stesse cose, per desiderare addirittura, le stesse, identiche cose.

Stiamo diventando come i negozi di souvenir, sono identici in tutto il mondo.

E come se non bastasse, ogni oggetto che compriamo, diventa subito superato, antiquato, vecchio.

Ma questo sarebbe ancora poco, se non esistessero perfino quei mostruosi oggetti monouso.

Ammassi di plastica e quant’altro, così indispensabili nella loro pochezza.

Lenti usa e getta, rasoi usa e getta, spazzolini usa e getta, e chissà quante altre diavolerie che non conosco e che sicuramente faranno la gioia di tanti ossessivi.

Come faremo però a ristabilire il rapporto con le cose, dove sono quelli oggetti che farebbero felice per lo meno un terzo della vita affettiva?

Qualcosa insomma, è consigliabile tenerla in fondo ad un cassetto, su un mobile, in una tasca…

Qualcosa che ci conforti, che ci convinca che non tutto si può consumare e gettare, qualcosa che passerà attraverso le nostre mani, anche sporca, anche rotta, che importa? E magari poi, passerà nelle mani di qualcuno che a noi tenga davvero, qualcosa che abbiamo cercato, voluto e che per noi è unica anche se ha gemelle dizigotiche sparse in tutto l’etere e che un giorno, forse, sarà anche in vendita su eBay.

In fondo, avrà sempre fatto con noi il suo percorso, ed è giusto così.

Gli oggetti cari, quelli che sentiamo tali, sono preziosi per la risonanza emotiva che hanno, non certo per il loro valore oggettivo, non dobbiamo privarcene.

Sarebbe bello convincerci che una cosa poi, andrebbe utilizzata fino allo sfinimento. E’ anche una forma di rispetto no? Perché sostituirla se ancora ha vita?

Non è che per caso ci hanno anche convinti che le nostre capacità non contano più nulla?

Non è che davvero oggetti più nuovi, (gli ultimi modelli), possono sostituire le nostre carenze, il nostro talento?

Ricordo le parole di un amico che aveva una vecchia, vecchissima Nikon che non ha mai voluto sostituire, ebbene, mi disse, credo circa dieci anni fa “ora, penseranno tutti di essere dei bravi fotografi con queste nuove diavolerie…”, ma si sbagliava, siamo andati oltre, la fotografia, di fatto, non esiste più, è così ordinato avere tutto nel “cell”, che orrore quelle vecchie foglie in bianco e nero con i poveri angoli piegati… preistoria ormai.

Forse riappropriarci dell’affettività degli oggetti, ci potrebbe aiutare a capire che un’anima possiamo dargliela noi…ma un’anima, per quanto io sia convinta che esista, non si vende sulla rete, e menomale.

P.S. Sono solo riflessioni, ma fatemi sapere cosa ne pensate.

 

 

8 Responses so far.

  1. Maria Teresa scrive:

    Sono riflessioni persuasive con cui concordo, tra l’altro io non compro in rete se non su IBS per motivi economici, anche se non manco di andare in una libreria ogni volta che posso. Ma il suo ragionare mi ha ricordato la storia di un vecchio televisore anni 70 che troneggiava nel mio salotto il cui telecomando non funzionava più e mi costringeva ad alzarmi per cambiare canale. Il mio figliolo, pensando di farmi cosa gradita, mi ha regalato l’ultimo modello ma il mio vecchio televisore è ancora lì anche se so che forse qualcuno/a lo butterà via dopo. Un cordiale saluto
    MTeresa Armentano

  2. Carla De Angelis scrive:

    Sono d’accordo su quello che scrivi, anche a volte penso che gli oggetti ci prendano di più di un terzo. Il peggio è che poi non ci lasciano nemmeno soddisfatti, perché la velocità del nuovo ci affascina, così si avvia un ciclo interminabile di acquisti per l’ultima novità che ci obbliga allo scarto del vecchio .
    “Forse riappropriarci dell’affettività degli oggetti, ci potrebbe aiutare a capire che un’anima possiamo dargliela noi…ma un’anima, per quanto io sia convinta che esista, non si vende sulla rete, e menomale.”
    Mi piace molto questa chiusa.
    Carla de Angelis

  3. Alessandro scrive:

    E’ una riflessione molto interessante. La materia che ci circonda sta via via scomparendo, sostituita dal mondo virtuale. Un processo iniziato con le “informazioni” (qualcuno già predica la fine del libro cartaceo… mah) ma che riguardo tutto ciò che ci circonda. Dopo l’alienazione della società industriale, dove nessun lavoratore produce l’oggetto ma solo una parte di esso, siamo arrivati ad un passo successivo: nessuno sa dove l’oggetto viene prodotto, come l’oggetto sia prodotto, e sempre più spesso non sappiamo neanche a cosa ci serva :) Grande Anto è sempre un piacere leggerti

  4. Antonella Antonelli scrive:

    Grazie Maria Teresa, questo tuo sentimento dimostra che gli oggetti hanno un legame profondo che va ben al di là del loro utilizzo.
    C’è poco da fare, siamo noi che “animiamo” e sarebbe bello non perdere questa nostra capacità, qualcuno potrebbe obiettare che è solo un atteggiamento infantile, ma c’è ancora chi è troppo legato al bambino che era e forse per questo… capisce, ma non conosce la solitudine.

    A presto
    Antonella

  5. Antonella Antonelli scrive:

    Grazie Carla,
    è vero, spesso rincorriamo anche noi affannati il nuovo, e purtroppo qualche volta non solo negli oggetti.
    Siamo in un tritacarne, è proprio per questo che gli “introvabili” veri, dovremmo cercarli nei nostri cassetti :una lettera per esempio, una cartolina, potrebbero diventare il feticcio di qualcosa di passato, ma che ancora manifesta la sua grande importanza, la sua “esistenza”, e sono più che certa che tu, conservi tante piccole cose preziose.
    Un abbraccio
    Antonella

  6. Antonella Antonelli scrive:

    Alessandro, è un piacere immenso anche per me leggerti, sapere che anche tu senti la mancanza di radici in ogni cosa che ci passa tra le mani mi conferma, se ce ne fosse bisogno, che non sragiono, ed è così vero quello che dici “sempre più spesso non sappiamo neanche a cosa ci serva “, ma ce l’hanno tutti…
    Abbiamo paura di “non essere” senza avere, che peccato… spero però in una guarigione futura, e questa volta i posteri, si divertiranno molto a guardare come correvamo dietro al niente.

    Un abbraccio
    Antonella

  7. pat58 scrive:

    “abbiamo paura di non essere senza avere”… complimenti per la sintesi! Il problema è tutto qua ed ha radici profonde, spesso un erroneo desiderio di omologazione… noto tuttavia una fine contraddizione tra il contenuto di questo articolo e quanto da Lei affermato in uno precedente : “….odio il romanticismo!”

    • Antonella Antonelli scrive:

      Grazie per il commento Pat,
      riguardo al Romanticismo, lo odio se me lo impongono come etichetta, si è romantici senza volerlo, con spontaneità, e come hai potuto sottolineare, a volte, lo sono anch’io.
      Complimenti, sei senz’altro un attento-a lettore-trice e senza dubbio…non omologabile.

      Antonella