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Parole: porte o muri. Solidarietà, Ossitocina e Poesia*

Scritto da Antonella Antonelli il 1 giugno 2015
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Credo che non dovrebbe esistere separazione, scissione tra il sé e gli altri.

E’ questo conflitto che ci condanna a costruirci muri, regni, stanze delle quali diventiamo prigionieri.

Quando però il conflitto si scioglie, attraverso la conoscenza, scopriamo stupiti che era solo un’illusione, che lo stare con gli altri ci fa sentire a casa nel mondo e tra la gente.

Del resto tutti abbiamo provato l’empatia, questo “sentirsi dentro” che fa parte dell’esperienza umana ed animale, è andare verso l’altro ma anche portare l’altro nel proprio mondo interiore, significa creare insomma, il noi solidale.

Io più io, infatti, non fa necessariamente noi, è la commistione indissolubile basata sulla solidarietà che lo fa, e la solidarietà è il vincolo che ci lega reciprocamente alla famiglia, alla comunità, al mondo.

E’ anche per questo che oggi utilizziamo la rete, perché ci consente di sentirci uniti seppure lontani.

E in questo contesto, come “portatore di versi”, intendo ovviamente sottolineare l’importanza della parola, ma prima, c’è anche altro ancora da considerare.

L’uomo, come sappiamo, è frutto di logos e pathos, e la spinta al suo agire viene dalle motivazioni, in particolar modo, da quelle intrinseche, e gli artisti lo sanno e lo sentono in maniera direi viscerale.

Non posso credere che “l’uomo sia una passione inutile” (J.P.Sartre), o per lo meno tale consapevolezza pessimistica non può far parte del nostro comune muoverci verso la solidarietà globale.

L’uomo è passione per la vita e questo suo ardore gli consente non solo di vivere e sopravvivere anche nelle situazioni di deprivazione e violenza estreme, ma dalla passione nascono anche l’ispirazione, la poesia, l’arte e quell’inquietudine che porta alla ricerca filosofica e scientifica, quella spinta incontrollabile che genera la fratellanza, l’amicizia, l’amore, l’azione.

Sono le motivazioni intrinseche, quelle che ci fanno impegnare in un’attività che troviamo stimolante e gratificante di per sé e per le quali proviamo soddisfazione nel sentirci sempre più competenti, sono proprio queste il petrolio dell’essere umano: producono energia, alimentano la soddisfazione personale e il senso della conquista, generano in noi una sorta di benefica dipendenza che si allarga come i cerchi concentrici nell’acqua di un lago e una catena di solidarietà fondata su tali basi, non può spezzarsi, perché chi ne fa parte, conosce l’appagamento che ne deriva e non sarà mai sazio. Proprio come non siamo mai sazi dell’amore.

Qualcuno potrebbe obiettare, che sto solo parlando di un’utopia, perfino scontata e forse un tantino retorica, ma non è così, la solidarietà non è solo una bella chimera, mi viene in mente Emergency, tanto per fare un esempio noto, (Emergency è un’associazione umanitaria italiana, fondata il 15 maggio 1994 a Milano da Gino Strada e dalla moglie Teresa Sarti, ONLUS e ONG), e non sono sogni neppure i valori morali, l’uguaglianza, la giustizia sociale e la generosità.

Esiste comunque, per i più scettici, una particella infinitesimale, una molecola viva, concreta, riconoscibile che può giustificare queste affermazioni, si chiama Ossiticina e può anche aiutarci a credere maggiormente nelle nostre potenzialità, la così detta “molecola morale” è un ormone prodotto dall’ipotalamo, che, direi non a caso, si trova al centro  del cranio, è l’ormone naturale preposto alla formazione dei legami, induce serenità, aumenta la disponibilità all’empatia, all’altruismo, attenua le reazioni di rabbia. L’ossitocina induce comportamenti umani empatici, non è casuale che prepari e faciliti l’attaccamento madre-bambino, ed aumenti, e questa è una cosa meravigliosa, la fiducia nel prossimo e nell’affidabilità delle persone.

Probabilmente è questo il carburante che ha spinto e sostenuto e sostiene ancora tanti uomini grandi, o semplici eroi del quotidiano a prodigarsi per gli altri, per la condivisione, a stare con agli altri e con se stessi anche nella solitudine.

E’ bene ribadire e Paul Zak ( docente alla Claremont Graduate University )è molto chiaro anche su questo punto, che i valori, gli alti valori di giustizia, condivisione, solidarietà sono assolutamente necessari per un sano sviluppo della vita, della personalità e della comunità.

Del resto si è scoperto che la povertà e l’ingiustizia sociale aumentano dove manca o è venuta meno, la capacità di essere solidali e credere nell’altro e nelle leggi morali.

Inoltre, a supportare le mie affermazioni, si aggiunge la dimostrazione che l’avarizia e intendo ovviamente qualsiasi manifestazione di chiusura alla generosità sia materiale che di sentimenti, mostra alcuni tratti caratteriali in comune alla psicopatia, e il tratto che ci interessa maggiormente è il completo disinteresse per il prossimo e la causa di tale mancanza, sembra essere proprio una disfunzione nel ruolo dell’ossicitocina a livello cerebrale.

E quanto ci costa? O meglio, quanto ci costerebbe insomma produrre empatia, solidarietà, affetto piuttosto che barricarci nei nostri castelli?

Bene! Il metodo più semplice per produrla, perché si produce, non si compra e meno male…. è abbracciare qualcuno, pare che il livello ottimale sia quantificabile in otto abbracci giornalieri, prima o dopo i pasti non importa, ma si può anche ridere, ballare, cantare, perfino pregare e meditare, o massaggiare o massaggiarsi, insomma, sono necessarie solo le coccole, quelle stesse che non a caso, ci hanno alimentato quando eravamo ancora neonati.

E magari oltre alle carezze, i gesti, e l’azione, ma perché no, anche le parole.

E torniamo allora alle parole, quelle però che sanno essere porte.

La nostra responsabilità, quella di educatori, di artisti è grande, perché non si può più recuperare la parola detta, né, tanto meno quella scritta, neppure con l’ossitocina.

Bisogna fare attenzione, come diceva Einstein, non si può cambiare il mondo se continuiamo a fare le stesse cose, aggiungerei…o dire le stesse cose. Ci vuole impegno legato al talento e finalità e tanto lavoro.

Noi, dobbiamo prima di tutto scegliere le parole giuste per creare messaggi che oltre a soddisfare le nostre motivazioni intrinseche e rigenerarci, forniscano nutrimento anche ai bisogni dell’altro. Bisogna saper ascoltare, sentire e rielaborare.

Il poeta ancora di più dovrebbe tornare oracolo, raccontare versi veri, supportati da parole giuste, non c’è più spazio per l’approssimazione e l’istinto, la cura deve essere ragionata, pathos e logos.

Dobbiamo contrapporre un linguaggio pacato, lento, riflessivo, pesante (in senso contenutistico ovviamente) al blaterare falso, strappato, utilitaristico di sovrapposizioni violente del linguaggio, quello sì vuoto e  stantio, dei media e del quotidiano.

Un protocollo potente, forse ancora confuso, ma che si cominci.

Abbiamo necessità di progetti che ci spingano ad operare per la giustizia sociale, la libertà, l’uguaglianza attraverso, appunto, la solidarietà, è questo il vincolo che unisce tutti gli uomini tra loro.

Sappiamo già quanto “le parole muri” accechino, confondano, spingano le masse a credere in dictat ed invettive violente e false ma che inevitabilmente, degenerano nella distruzione.

Allora utilizziamo “Le parole porte” e facciamo sì che il poeta sia custode dell’intimo, della motivazione, della spinta e che l’energia dell’arte sia coniugata al sostegno dell’altro, e al rispetto dei diritti umani e civili. Questo ci consentirà di agire e smetterla di stare a guardare il nostro mondo con distacco, come inutili statue di sale.

 

(*) Marshall B. Rosemberg, psicologo Americano, inizio anni 60