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Un concerto per non dimenticare

Scritto da Emanuela Medoro il 1 febbraio 2015
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SHOA, La memoria, la speranza, la vita. Cantata per soli, voci recitanti, cori e orchestra di Luciano Bellini, su testi di Maria Mencarelli, è stata presentata all’Auditorium del Parco, martedì 27 gennaio 2015, dal Conservatorio Statale di Musica “A. Casella” dell’Aquila.

Affollatissimo l’auditorium, sul palcoscenico, nello spazio del pubblico, lungo i corridoi e le gradinate di passaggio. Perché tanta gente nell’auditorium? Nel coro c’erano tanti bambini, dunque genitori, nonni, parenti ed amici, oltre al solito pubblico dei concerti. Tutti fortemente emozionati e partecipi dell’evento, attenti ai contenuti della narrazione delle voci recitanti e all’espressione musicale di essa. Applauso finale, lungo, intenso, sentito.

Difficile, quasi impossibile   spiegare i sentimenti e le emozioni di questa partecipazione. Ci provo.

Il regime fascista emanò nel 1938 le leggi razziali, che escludevano gli ebrei dalla vita pubblica, da commerci, scuole, uffici, tutto. Da quel momento l’Italia divenne ideologicamente complice ed alleata delle politiche razziali della Germania di Hitler.

Riduttivo, prossimo alla negazione di questo mostruoso evento della nostra storia, giustificare la SHOA come una semplice manifestazione di violenza, di quella violenza che sarebbe insita nella natura umana e che si manifesta  nella ferocia delle guerre. No, non è violenza pura e semplice, è uno stato totalitario, anzi sono due stati totalitari, che organizzano un sistema, che può definirsi industriale, con il fine di sopprimere milioni di persone. Sistemi fatti di ampi apparati burocratici civili ed eserciti militari, tutti ideologicamente sottomessi ad un potere totalitario e ligi al dovere dell’ubbidienza di distruggere vite umane, scientificamente, con le migliori tecnologie dell’epoca. Milioni di uomini, donne e bambini, inermi e disarmati, volati in cielo dal camino.

Questa mostruosità   fu perpetrata anche sul nostro territorio.  La Risiera di San Saba a Trieste, ancora spaventa anche a vederla soltanto dal di fuori. Un lungo corridoio d’ingresso dalle pareti altissime, lisce e nere che si restringono verso l’alto e verso il fondo, danno l’idea di un imbuto nero senza via d’uscita. In fondo all’imbuto un cortile con lo spazio per il forno, dove venivano bruciati i corpi, che erano stati uccisi nella camera della morte con metodi artigianali, manuali.

La lapide del portico di Ottavia, a Roma, poco più in là di Piazza Venezia, e vicinissima al Teatro Marcello, ricorda la deportazione nei campi di concentramento di più di mille ebrei di Roma, gente romana de Roma, come tanti altri. Un luogo sacro di Roma, da frequentare con rispetto e solidarietà.

Ebbene, la consapevolezza di tutto questo è stata una dura conquista, un processo lento e doloroso avvenuto nel dopoguerra, quando nell’ operoso orgoglio della ricostruzione si lasciava poco o nullo spazio alla comprensione di un passato da sconfitti, colpevoli di crimini mostruosi contro l’umanità. Quei crimini divennero un tabù, sempre più impenetrabile man mano che passava il tempo.

Questo percorso di presa di coscienza, filo conduttore dell’etica civile e democratica che ha guidato tanti di noi, è l’elemento fondante dell’applauso sentito e sincero che ha avuto il bel concerto di martedì 27 gennaio. La musica per orchestra, voci soliste e coro, fusi in suoni struggenti pieni di dolore, ma anche di momenti di allegria, è stata  composta mettendo insieme brani di autori di popoli diversi, testimoni ed interpreti di quelle vicende. L’arte, in questo caso nata negli orrori, ha comunicato al pubblico sentimenti forti di compassione e solidarietà non solo per le vittime innocenti della SHOA, ma anche per tutte le vittime dei genocidi della storia passata e presente.