Della sua sana droga che era il vino diceva “è il canto sulla terra che sale al cielo. Ha i suoi tenori e i soprano, contadini – agricoltori se volete – e contadine che lavorano le vigne e vivificano le uve con tutta la fatica, l’intelligenza e passione che vigna e vino esigono”. Luigi Veronelli se ne andava esattamente dieci anni fa per un male incurabile, ma le sue idee e scelte controcorrente su ciò che dovremmo bere e mangiare non sono state per niente superate del tempo. C’é chi le fa passare, a ragione, ancora come delle profezie. Scrittore, giornalista, filosofo, provocatore, “bon vivant”, gastronomo e, soprattutto, enologo (anzi anarchenologo come si dichiarava lui stesso), Luigi Veronelli era nato a Milano nel 1926, le sue tante pubblicazioni nel campo dell’enogastronomia sono pietre miliari che hanno segnano un nuovo approccio a come valorizzare la cultura della terra e a alimentarsi coi prodotti locali non industriali. “La sua bussola è stata la difesa della millenaria civiltà contadina, non per gusto della tradizione o per nostalgia, ma in quanto forma possibile di sensibilità planetaria, alternativa ad un certo consumo predatorio”. A metà degli anni settanta, insieme agli attori Ave Ninchi e Umberto Orsini, condusse in Rai A tavola alle 7, un programma di successo sulla qualità della cucina semplice, distante mille miglia dalla brulichio degli attuali siparietti di turismo gastronomico che irrompono a tutte ore nelle tv e che hanno persino trasformato gli chef in personaggi dello show business. In un’intervista un anno prima che morisse, Veronelli dichiarò senza peli sulla lingua: “Giudico le trasmissioni televisive sulla cucina - sia ministeriali, sia private – pessime, solo capaci di ripercorrere, in modo pedissequo e avvilente, percorsi già percorsi”. Per sette anni Veronelli suggerì agli italiani dal piccolo schermo come alimentarsi, ma per la sua innata schiettezza venne allontanato dalla dirigenti della Rai senza farci più ritorno, se non per delle fugaci comparsate. Era un pacifista Luigi Veronelli e tutta la sua vita l’ha spesa per la libertà, il rispetto della libertà dell’altro. In una lettere del 2003 in cui scriveva, tra l’altro, che “non è più possibile essere anticlericali” ed elogiava quel “Papa contadino di immensa bontà”, che era stato Giovanni XXIII, chiamava in causa direttamente un ragazzo e gli ricordava che “L’uomo è unico…Spero solo di farti intuire l’estrema bellezza della tua singola libertà. Quella sì capace di convincerti ad operare secondo etica e socialità, a favore degli altri prima ancora che per te stesso”. Il critical-Gino, come lo chiamavano i suoi amici, il padre nobile della nostra gastronomia dalla favella aulica si scagliava contro quell’Unione Europa miope che difende i grandi produttori e scalcia i piccoli. Le sue idee, i suoi articoli, i suoi libri li abbiamo ereditati come un insegnamento ai cui non smettere di ristorarsi, affinché i “Paesi di domani” si ripopolino di anime buone e valori contadini.