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Tracima trascende s’indigna

Scritto da Emanuela Medoro il 1 dicembre 2014
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E’ l’Italia che tracima, trascende, s’indigna. E protesta. E qualcuno, con una buona dose di cinismo, ne fa spettacolo. L’Italia della protesta è stata presentata da Gad Lerner nello spettacolo “Voci vicine”, passione in 4 quadri per giornalista narrante, video, ensemble ed elettronica, di Fabio Cifariello Ciardi, presentato in prima esecuzione assoluta all’Auditorium del Parco il 9 novembre 2014.  Protesta l’Italia. Il vero, il quotidiano italiano recente fatto di   disastri naturali, terremoti, inondazioni, crolli, impoverimento, disoccupazione e relative proteste, è diventato spettacolo, gli uomini e le donne sono diventate personaggi ed è nato un dramma collettivo che ha il suo palcoscenico sulle piazze d’Italia; le nostre secolari architetture, stupende scenografie naturali della protesta.

Protagonisti della passione in 4 quadri uomini e donne, con ruoli di pari rilevanza, accostati e mostrati in genere in quattro quadretti, diversi per luogo e tempo.  L’oggetto di osservazione dello spettacolo mi è sembrato il gesticolare che accompagna le parole.  Parole ripetute: nulla, nulla, nulla, soli, soli, soli, lavoro, lavoro, lavoro, pronunciate, gridate, urlate di fronte ad un microfono, sottolineate ed enfatizzate da volti tesi, voci altissime, braccia agitate, mani mobilissime ad esprimere rabbia individuale, minaccia in genere rivolta alle istituzioni, il cui primo rappresentante è il sindaco, “e l’ho pure votato due volte, quello” esclamava una donna. A questi gesti se ne intrecciano altri, di condivisione, complicità ed intesa con i partecipanti alle manifestazioni di piazza.

Emerge nello spettacolo, in modo particolare, il suono dei dialetti, del nord e del sud. Simili i contenuti, ma diversissimi nel suono e nelle manifestazioni del gesto. La musica ha accompagnato e sottolineato il colorito ed il ritmo dei suoni delle voci. Ricordo che uno dei pochi arrabbiati che ha avuto l’onore dello schermo intero, è il napoletano, che protesta guidando una macchina costosa, esprimendosi nel suo dialetto musicale ed articolato. Un personaggio che sembra uscito da un dramma di Eduardo.

Insomma, lo spettacolo è stato costruito per mostrare le forme della nostra estroversione naturale, gonfiata e caricata dalla presenza delle telecamere, che implacabili riprendono il tutto e lo diffondono   garantendo agli attori improvvisati, come nel cinema neorealista, sia pure per un attimo, una breve, fuggevole apparizione sullo schermo dell’elettrodomestico di casa (Ignorano che il padrone è la stessa persona contro cui stanno protestando).

Ricordo che sul web circola un video in cui si vede un giovanotto che arriva in Italia dal nord Europa ed esclama “Voglio imparare a parlare come gli italiani, con i gesti”. E segue un rap divertentissimo in cui un paio di giovani si muovono, rigidi ed impacciati, ad imitare i nostri gesti. Durante lo spettacolo mi è rivenuta in mente una trasmissione di Piero Angela sul DNA degli italiani, il più complesso d’Europa, con il risultato che oggi siamo un popolo eclettico ed estroverso. Sfoghiamo la rabbia gesticolando ed urlando, meglio che covarla in silenziosa solitudine e manifestarla tragicamente, sparando mitragliate a casaccio sulla folla e suicidarsi.

La reazione del pubblico aquilano, educato, composto ed abituato a spettacoli di ogni genere, si è espressa con un applauso cordiale ed anche prolungato, non intenso però, e non entusiasta come qualche volta accade, molti non hanno apprezzato la spettacolarizzazione della sofferenza.

Se lo spettacolo farà cassetta, significherà che lavoro e soldi possono nascere anche dalla rappresentazione teatrale della loro mancanza. Non è una novità.