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Chi è il maggior peccatore economico d’Europa?(*)

Scritto da Antonio Masullo il 1 settembre 2014
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Chi può ritenersi senza peccato e scagliare la prima pietra? Chi può ostinarsi a vedere solo la pagliuzza nell’occhio altrui e mai la trave nel proprio?

Questi detti biblici possono aiutarci a comprendere, forse meglio delle dotte argomentazioni di esperti e addetti ai lavori, le attuali tensioni fra le due Europe, quella del nord e l’altra dei paesi mediterranei in crisi economica da diversi anni e con forti problemi di bilancio pubblico.

La fiducia nella comunità europea è oggi ai minimi livelli; ormai un numero crescente di cittadini europei attribuisce proprio all’euro e all’Europa  il peggioramento della situazione economica e l’affermazione dei partiti euroscettici alle ultime elezioni europee lo dimostra.

Se le medicine somministrate al malato non solo non servono a guarirlo, ma, al contrario, lo portano più velocemente al decesso, siamo difronte ad una terapia irrazionale se non criminale! Le medicine in questione sono rappresentate dai vincoli alla politica di bilancio e dalle misure di austerità imposte dai paesi dell’Europa forte del nord (Germania, Belgio, Olanda; Finlandia) al nostro e ad altri paesi europei, i quali si trovano già da tempo nella tenaglia della recessione ( caduta della produzione e del reddito) e della deflazione (caduta dei prezzi). Si tratta è vero di misure previste dal famoso trattato di Maastricht, del 7 febbraio 1992 ( ulteriormente rafforzato nel 2012 con le sanzioni previste dal Fiscal Compact nel caso di non rispetto degli impegni) definito quando la situazione economica era molto più stabile e non si potevano immaginare gli sviluppi della crisi  finanziaria globale e le tensioni geopolitiche che invece si sono verificate.

Quest’austerità trova le sue radici nella teoria economica neoliberale che, a partire dagli anni 80, ha favorito lo sviluppo di una globalizzazione scriteriata, il dominio della finanza sull’economia reale e, dulcis in fundo, l’aumento dell’instabilità finanziaria globale.

Secondo il neoliberismo per assicurare un sano (sic!!…) sviluppo economico bisogna contenere al massimo la spesa pubblica, privatizzare il maggior numero di beni pubblici, comprimere il costo del lavoro e rendere i contratti di lavoro molto più flessibili. Di conseguenza la stabilità dello Stato e della    democrazia (quale?..) dipende  dall’economia : le leggi fondamentali sono quelle del mercato poi, in subordine, vengono i diritti della persona! Ma, fortunatamente, il numero di economisti, storici e studiosi che critica apertamente questa impostazione sta crescendo velocemente ovunque a livello internazionale…

Ancor oggi, però, esponenti del pensiero economico dominante, ben radicato nella burocrazia europea di Bruxelles e presso la Banca Centrale Europea, affermano per esempio che per incrementare la produttività del sistema  italiano  bisogna intervenire innanzitutto sui salari mediante il passaggio dai contratti nazionali a quelli aziendali o territoriali, tornando alle gabbie salariali che comporterebbero per i lavoratori del Sud paghe più basse giustificate dal minore costo della vita rispetto al Nord. Al confronto l’abolizione dell’art. 18 dello Statuto dei Lavoratori sembra una bazzecola!

A pensar male si fa peccato, ma sovente si indovina: a qualcuno fa certamente piacere mettere ulteriormente in ginocchio, mediante politiche economiche insensate, la seconda economia manifatturiera d’Europa!

Questo non significa che siamo esenti da colpe! Tutt’altro, ne abbiamo tantissime e gravi : la gestione allegra delle finanze pubbliche ha generato un enorme debito pubblico ( 2100 miliardi di euro ormai vicino al 135% del PIL), l’assenza di una politica economica ed industriale coerente con l’evoluzione della globalizzazione, la mancata realizzazione delle riforme per ammodernare la struttura dello stato e migliorare la pubblica amministrazione, la mancanza di una seria programmazione di investimenti nell’istruzione e nella cultura, per non parlare della cura del territorio e della valorizzazione dell’immenso patrimonio storico-artistico etc.

Ma ciò non toglie che l’austerità perseguita in questa fase di prolungata crisi economica stia  facendo precipitare la nostra economia in un circolo perverso senza vie d’uscita! Le medicine di cui si parlava, per l’appunto…..

Nel 2013 la Germania ha realizzato un avanzo di bilancia commerciale – l’eccesso delle esportazioni sulle importazioni di beni e servizi – del 7% del PIL. Un avanzo elevato e unico in Europa, paragonabile a quello di esportatori di materie prime, come i paesi arabi o la Russia, o di paesi emergenti come la Cina che sull’export manifatturiero hanno fondato il loro sviluppo.

La maggior quota dell’avanzo commerciale tedesco deriva attualmente dagli scambi con il resto del mondo e non con i paesi dell’Eurozona ( ma pochi anni fa era così…) :ciò conferma che la Germania ha un’economia focalizzata sulla domanda estera e non accetta di modificare questa impostazione per “aiutare” i partner europei oggi in difficoltà mediante l’aumento della domanda interna con una politica salariale più generosa, in linea con gli aumenti di produttività realizzati.

E’ vero che l’economia italiana ha registrato nell’ultimo ventennio un andamento della produttività assolutamente insoddisfacente e oggi ne paga le conseguenze. Tuttavia l’inversione di rotta non può avvenire tramite salari più bassi, ma mediante un massiccio piano di investimenti nelle infrastrutture, nelle nuove tecnologie e nella ricerca.

Passiamo ora ad un altro argomento :la politica monetaria europea.

Non a tutti forse è noto che il compito principale della BCE ( la banca centrale europea) è quello di garantire la stabilità dei prezzi, cioè fare in modo che l’inflazione sia il più possibile vicina al 2% nel medio periodo.

Gli ultimi dati però parlano di un’inflazione media nell’area euro di appena lo 0,4% e quasi di deflazione in alcuni paese ( Italia, Spagna, Portogallo e Grecia).

La deflazione non incoraggia i consumi, anzi! Il peso reale dei debiti aumenta; gli interessi restano uguali mentre i ricavi per pagarli scendono. Per questo motivo il fiscal compact, ovvero l’impegno che abbiamo preso di ridurre gradualmente il nostro debito di anno in anno, diventa più difficile se non impossibile da rispettare.

Il fatto che la BCE possa aver sbagliato non rappresenta di per sé un vero problema, anche le altre banche centrali si sono sbagliate e di molto. Il vero problema è perseverare!

Draghi, il presidente italiano della BCE,  al quale tutti i cittadini europei devono molto, ha fatto già tanto nonostante non abbia le mani libere come  altri banchieri centrali perché la nostra è una banca centrale un po’ particolare.

Difatti se negli ultimi anni non ci fosse stato Draghi alla guida della politica monetaria europea, ma, per esempio, un “falco” tedesco l’euro si sarebbe già dissolto.

I maggiori azionisti della BCE sono però tedeschi convinti che creare troppa moneta (quello di cui abbiamo bisogno per uscire dalla deflazione) possa provocare un’elevata inflazione in futuro e i tedeschi si sa’ sono ossessionati dall’inflazione!

Negli ultimi anni sia il rappresentante tedesco nell’esecutivo della BCE sia il presidente della Bundesbank hanno sistematicamente cercato di ostacolare tutte le misure straordinarie intraprese da Draghi per arginare la crisi economica.

Ciò è avvenuto per le iniezioni di liquidità del 2007 volte ad attenuare gli effetti della crisi finanziaria globale scatenatasi con i famosi mutui “subprime” e dopo il fallimento della Lehman Brothers e , nel biennio 2010-2011, per gli acquisti di titoli di stato di Grecia, Portogallo,  Irlanda, Italia e Spagna.

Misure che hanno contribuito a raffreddare le ondate speculative sui mercati finanziari e smentito clamorosamente le posizioni degli esponenti tedeschi.

Anche nel 2012 la dichiarazione di sostegno illimitato ai paesi che avessero accettato un programma di riforme fu osteggiata dai soliti noti; la dichiarazione non costò un euro alla BCE, contribuì a calmare i mercati salvando il nostro paese, e quindi l’euro, dal default che avrebbe potuto verificarsi a causa della pesante speculazione al ribasso sui nostri titoli pubblici.

E’ indubbio che, al di là di queste meritorie iniziative di Draghi, la BCE avrebbe dovuto adottare la medesima politica di espansione monetaria della FED ( la banca centrale USA che gode di pieni poteri…); in tal modo ci saremmo evitati il disastroso calo degli investimenti produttivi e l’enorme aumento della disoccupazione.

Ma una politica del genere è tuttora impraticabile in Europa, stante l’attuale statuto della  banca centrale europea imposto e difeso a denti stretti dai custodi dell’ortodossia monetaria tedesca.

Malgrado tali premesse, combattere la deflazione – che col tempo può peggiorare ancora di più la nostra disastrata situazione economica -  è un preciso dovere della BCE e Draghi lo sa bene; come sa bene che  si troverà ancora una volta a dover fare i conti, a breve, con l’ostruzionismo tedesco e dei paesi satelliti per mettere in atto misure straordinarie che sicuramente ha già approntato.

E’ possibile, a questo punto, dare una risposta all’inquietante domanda posta nel titolo?

(*) definizione coniata dall’economista tedesco Heiner Flassbeck