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A proposito della docu-fiction su Papa Celestino V

Scritto da Emanuela Medoro il 1 agosto 2014
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 Nolite Timere, l’insegnamento di Papa Celestino V del giovane regista Giuseppe Tandoi è una docu-fiction, cioè un film costruito mescolando documenti e fiction. Con la parola fiction in genere si intende una letteratura che descrive eventi e persone immaginarie, o qualcosa che è inventato e non reale. Difficile dunque entrare nel merito della materia narrata nel film, una storia di otto secoli fa, oggetto di diverse letture ed ipotesi da parte di medievisti e ricercatori. Tuttavia cercherò di descrivere questa opera in modo fedele e corretto.

 Il film è centrato sugli aspetti salienti della figura umana dell’eremita del Morrone, e sulla straordinaria dimensione morale del Papa, passato alla storia più per il “Gran Rifiuto” che per il suo magistero nell’ambito della Chiesa. La ricerca inizia con alcune domande sulla vera natura dell’uomo che osò rinunciare all’abito papale in pieno medioevo, sulla sua presunta “viltà”, sulle sue vere capacità quale fondatore di congregazioni religiose e del primo giubileo, la Perdonanza dell’Aquila. 

La fonte prima della narrazione è la documentatissima biografia del santo scritta da Don Lelio Marini nel 1630, in qualità di Abate Generale dei Celestini nell’Abazia di Santo Spirito presso Sulmona.

L’opera Vita et miracoli di San Pietro del Morrone già Celestino Papa V, si compone di 4 libri per un totale di 550 pagine ed è ritenuta la più completa e dettagliata biografia del santo. Riporta gli atti del processo della prima canonizzazione, quando Pietro del Morrone divenne S. Pietro Eremita. Successivamente, nel 1668, durante il papato di Clemente IX S. Pietro Eremita fu canonizzato anche come Papa e divenne S. Pietro Celestino.

La biografia di Don Lelio Marini fu pubblicata in un secolo che vide, nell’ambito di una ricca fioritura di storiografia ecclesiastica, anche altre pubblicazioni sulla vita e le opere di San Pietro Celestino. Per renderci conto più chiaramente dell’epoca in cui fiorì questa letteratura celestiniana è opportuno ricordare che il Seicento si aprì con il rogo di Campo de Fiori, a Roma, dove fu arso vivo Giordano Bruno. E’ bene ricordare anche che nel 1563 fu chiuso il Concilio di Trento che aveva regolato la riforma della chiesa cattolica e la reazione alle dottrine del Calvinismo e del Luteranesimo. Dunque la documentazione da cui è tratta l’opera di Giuseppe Tandoi, fu scritta quattro secoli dopo la morte di Papa Celestino V, in piena epoca post-tridentina. In quel periodo di tempo si era frantumata l’unità della chiesa, era fiorito il rinascimento delle arti e della cultura, nuove scoperte scientifiche e nuovi mondi erano diventati protagonisti della storia.

I fili narrativi dell’opera Nolite Timere sono centrati sui temi salienti della vita del Santo del Morrone: il suo rapporto con il divino, la presenza nelle comunità, la crescita della sua fama, le guarigioni miracolose per sua intercessione, la creazione dell’ordine religioso ispirato al suo insegnamento, la capacità di profezia, di leggere nelle pagine del tempo futuro. Tutto ruota intorno alle testimonianze del primo processo di canonizzazione, culminato nel 1313 sotto Clemente V con la santificazione. Esse indicano gli insegnamenti fondamentali del magistero celestiniano: l’onestà, l’accettazione e la fiducia nella volontà di Dio come chiavi che aprono la vera porta del perdono, quella interiore.         

La descrizione dell’infanzia del santo eremita entra subito nella dimensione di un misticismo arduo da comprendere ai tempi nostri. Il fanciullo è descritto come precocemente destinato ad uno speciale rapporto con il divino. Non solo leggeva i testi sacri, ma le sacre illustrazioni interagivano con lui in una sorta di segreto ed intimo colloquio con i santi e gli angeli. Ripetutamente appaiono nei punti chiave della sua vita costanti presenze angeliche e divine ad illuminare eventi straordinari: la scelta di una rigorosissima vita da eremita, in solitudine fra le aspre rocce ed i monti boscosi della Maiella nella ricerca di Dio attraverso la conoscenza di se stesso in condizioni di vita difficilissime per la sopravvivenza.  In prosieguo di tempo il divino irromperà sempre nella sua vita, la voce divina e apparizioni celesti accompagneranno la creazione e diffusione di numerose congregazioni ispirate dai suoi insegnamenti.

Aspetto significativo di questa scelta di vita, le guarigioni miracolose che contribuivano a creare un solido collegamento, sia mistico che terreno, fra il santo eremita ed il popolo dei fedeli, che cresceva e si estendeva molto al di là dei suoi monti.  Il santo ridà la vista al cieco, dopo averlo severamente rimproverato per i cedimenti alle tentazioni della carne ed alle vanità terrene.  La vista degli occhi torna dopo la necessaria riconciliazione con Dio, la purificazione dell’anima ed il pentimento per i peccati che ottenebravano la mente ed il cuore dell’ammalato. Ridona la salute di una gamba e la forza di camminare ad un ragazzo che, sebbene gravemente sofferente, chiede con insistenza di recarsi alla grotta del santo eremita per ricevere la sua santa e salvifica benedizione. Il miracolo della guarigione questa volta si compie dopo il pentimento del padre e la sua accettazione della volontà divina, necessari poiché era stato poco fiducioso nelle virtù taumaturgiche del santo eremita e scettico circa le sue capacità di intercedere presso l’onnipotente.  

Il rapporto che l’eremita ha con la natura dell’ambiente che lo circonda è un’altra caratteristica della santità, come appare dalle immagini del film. Ignoro se tutto ciò sia presente nel testo scritto dall’Abate Marini o se e quanto appartenga alla fiction, ovvero all’invenzione creativa del regista, mirata a comunicare idee e suscitare emozioni. E’ evidente, nello scorrere delle immagini, un lento e prolungato indugiare della macchina da presa su panorami di vallate, catene di monti, borghi, gruppi di casette di pietra, fiori coloratissimi, prati. Una caratteristica che ricorda il film di Franco Zeffirelli Fratello Sole, Sorella Luna, sulla vita di San Francesco, in cui la santità ed il dialogo con le creature della natura era comunicato con prolungati primi piani di fiori multicolori e prati estesissimi.

Analoga all’indugiare sulla natura, è l’insistenza della macchina da presa sulle architetture e le pitture degli eremi della Maiella. Pietre e rocce, sentieri impervi, cicli pittorici espressivi ed eleganti nella loro semplicità, segnano la diffusione delle congregazioni religiose ispirate al suo insegnamento. Andando avanti nel tempo, le architetture diventano più importanti, colonnati, fregi, raffinate decorazioni, pitture, fino a giungere alla elezione al soglio pontificio, rappresentata con ritratti di cardinali, nobili, e preziosi palazzi storici.  

Per quanto riguarda le cose di questo mondo, da notare l’attenzione alla larga diffusione della fama di santità di quest’uomo, e del diffondersi delle congregazioni di monaci che fiorivano in suo nome nelle zone dove essa giungeva.  E’ per questa fama di santità che Pietro del Morrone giunse al soglio pontificio nel 1294. Lui acconsentì con rassegnazione alla volontà divina, sentì suo compito portare luce e virtù nella Chiesa di Cristo, benedetta da Dio ma corrotta per mano degli uomini, afflitta dalla presenza di opposte fazioni in lotta per il potere politico. Durante il suo breve papato manifestò una grande saggezza con un gesto allora rivoluzionario, la concessione gratuita della indulgenza plenaria a tutti gli uomini. Istituendo il primo giubileo Papa Celestino V mirava ad un profondo cambiamento della Chiesa.  Però in quel momento stesso, manifestò anche la certezza della breve durata del papato, come se vedesse in anticipo la cella di Fumone in cui sarebbe stato rinchiuso dal suo successore Bonifacio VIII. 

Da notare il modo come è rappresentata la donna, demone del male nel primo periodo di vita solitaria, quando il diavolo tentatore appare sotto le spoglie di donne bellissime, in seguito creatura angelica che guida il santo verso le beatitudini celesti. Appare anche nella narrazione una madre terrena, anziana, in pena per la salute del figlio e timidamente silenziosa nel vederlo guarito.

Insieme a paesaggi infiniti e ad architetture secolari, contribuisce alla buona riuscita della fiction la musica del Maestro Manlio Fabrizi, una musica sacra, a tratti dolce e penetrante, che proviene da una tradizione millenaria e sottolinea la successione delle scene intensificando nello spettatore le emozioni provenienti dalle parole e dalle immagini. Eccellente l’attore interprete del ruolo del protagonista, Lino Capolicchio, che dona al Santo del Morrone il suo volto capace di un’ampia gamma di espressioni, necessaria per un personaggio così complesso e difficile. Un bel film, che merita d’essere visto per la capacità di tessitura tra storia, luoghi, arte e narrazione cinematografica. Un’opera che sottolinea il valore di questo giovane talento della settima arte, che ha scelto L’Aquila come sua città d’elezione, nonostante il dramma che l’ha colpita. Farà strada, molta strada, come dimostrano già i riconoscimenti ai suoi primi tre film “La città invisibile”, “Giusta” ed ora “Nolite timere”.

A conclusione di queste note di lettura del film di Giuseppe Tandoi, riporto il titolo dell’opera: Nolite Timere, completandolo con il messaggio di amore e di pace di San Pietro Celestino: “Non temete… e affrontate ogni cosa con gioia, fiducia e amore”. È un messaggio all’umanità dolente che ieri raggiungeva il santo eremita alla ricerca di un miracolo o almeno di una risposta alle difficoltà della vita. Messaggio necessario ancora oggi.

Giuseppe Tandoi è nato a Corato (Bari) nel 1982 ed ha scelto L’Aquila per i suoi studi universitari.
2001- 2007: ha studiato presso l’Accademia dell’Immagine.
2008: ha frequentato a Roma un Master in Gestione d’Impresa Cinematografica presso M.A.G.I.C.A.
2009: ha fondato all’Aquila la società di produzione cinematografica indipendente “Esprit Film” con cui ha prodotto e diretto la sua opera prima “La città invisibile”.
2012: ha frequentato il “Master in distribuzione del prodotto cinematografico” organizzato da A. S. for Cinema, Roma.
Dopo il terremoto del 6 aprile 2009, per contribuire alla ripresa dell’Aquila, ha organizzato dei laboratori di cortometraggio per i ragazzi delle tendopoli, attività che continua tuttora nella Sede dell’EspritLab all’Aquila.