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Da leggere e vedere in questi giorni

Scritto da Carlo Di Stanislao il 1 luglio 2014
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Leonardo Martinelli ha pubblicato da Longanesi,  “Quasi un romanzo : l’economia raccontata a chi non la capisce”,  dove concetti quali lo spread, il credit crunch o i derivati vengono decifrati facendo ricorso a romanzi e film, dai classici di fine Ottocento, come “Il denaro” di Èmile Zola, ai lungometraggi degli ultimi anni, compreso “L’industriale” di Giuliano Montaldo, passando per opere più insolite, come un romanzo di Mishima  e “Le avventure di Pinocchio”.

Cultura letteraria e cinefila e, naturalmente, competenza in campo economico, per spiegare mecanismi complessi, con un percorso che, talvolta,  diventa inverso, sicché è l’arte a spiegare l’economia, con questa che però  sostenere lo scrittore o il regista di turno nel tentativo di decifrare i sentimenti umani.

Come la radiografia dell’amore ricorrendo ai meccanismi della Borsa, osata dal  giapponese Yukio Mishima, in “Dopo il banchetto” del 1960, dove l’andamento delle azioni diventa il metro per valutare la condizione sentimentale di un’ex geisha, l’appassionata Kazu.

Lettura colta, ricca, avvincente, il saggio di Martinelli, in cui l’Italia  è paragonata a “Il maestro di Vigevano”, romanzo di Mastronardi e film, del 1963, di Elio Petri, ritratto di piccoli imprenditori  con i loro vizi e le loro virtù, animati da passione e intraprendenza, ma anche grettezza culturale e  tendenza a non pagare le tasse. 

Con in più “Uova d’oro”, film sempre del 1963 di Bigas Luna (che, oltre alla passione per un certo porno soft, nutriva pure quella per l’economia), che racconta un caso esemplare di speculazione immobiliare nella Spagna del boom, individuando già i limiti di quel modello, che molti anni dopo porteranno il Paese al tracollo. U

Insomma un libro che scorre d’un fiato nelle sue 273 pagine di chiarimenti e citazioni, meglio di quanto non faccia “Jersey Boys”, trasposizione per il grande schermo del celebre musical vincitore di quattro premi Tony, diretto da Clint Eastwoo, che torna dietro la macchina da presa a tre anni di distanza da “J.Edgar”, uscito fuori tempo per partecvipare a Cannes.

Intendiamoci: Eastwood dirige da par suo, aiutato dalla eccellente fotografia del fidato Tom Stern nel costruisce una narrazione solida, che però non prende alcun rischio e che pertanto finisce per comporre una pellicola che fa bene il suo dovere, alternando i punti di vista dei quattro membri del gruppo che confessano le proprie sensazioni agli spettatori,  ma procede piuttosto noiosamente.

Ancora meno all’altezza è il cast, a partire da un macchinoso John Lloyd Young nella parte del cantante Frankie Valli.

Molto più interessante è “Synecdoche, New York”, esordio alla regia di Charlie Kaufman, sceneggiatore di “Essere John Malkovich” di Spike Jonze e di “Se mi lasci ti cancello” di Michel Gondry, presentato al Festival di Cannes del 2008 e che ha trovato finalmente una distribuzione nelle nostre sale, dopo la prematura scomparsa del protagonista Philip Seymour Hoffman, avvenuta lo scorso febbraio.

L’attore vi interpreta Cade, un regista teatrale che sta attraversando un momento di grande confusione mentale, sempre più solo e insoddisfatto, che decide di riunire un gruppo di attori chiamati a mettere in scena la sua stessa vita.

Contorto, macchinoso, suggestivo, geniale, “Synecdoche, New York”, è uno dei lungometraggi più originali degli ultimi anni, che mescola realtà e finzione, pensieri interiori e rappresentazione teatrali.

Insulso invece e da dimenticare “Tutte contro lui”, con protagonista Cameron Diaz,  che negli ultimi tempi non ne azzecca una, pellicola per pur talentuoso Nick Cassavetes scritta dall’esordiente (e si vede) Melissa Stack, prodotto incapace di divertire e intrattenere come vorrebbe, che provoca più sbadigli che sorrisi anche a causa di una regia più adatta a una sitcom televisiva che a un lungometraggio per il grande schermo, con unica nota positiva la prova, nella parte di Amber, della modella Kate Upton, decisamente brava oltre che bella.