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Grand Hotel con sfarzo e nostalgia

Scritto da Carlo Di Stanislao il 1 maggio 2014
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Secondogenito dell’industriale ebreo Moritz Zweig  e della moglie Ida, nata Brettauer, anconetana, appartenente  ad una famiglia originaria di Hohenems, dov’erano proprietari di una banca, Stefan Zweig è stato uno scrittore, giornalista, drammaturgo e poeta austriaco, naturalizzato britannico, che, all’apice della sua carriera letteraria, tra gli anni venti e gli anni trenta del secolo scorso, è stato uno degli scrittori più famosi del mondo, tradotto in 106 lingue, mediatore fra le nazioni ed  animato da sentimenti pacifisti ed umanitari, autore di celebri novelle e di alcune memorabili biografiec dedicate a Mesmer, Freud, Richard Strauss, Maria Stuarda e Maria Antonietta, oltre al bellissimo  Castellio gegen Calvin oder Ein Gewissen gegen die Gewalt, in cui il poco conosciuto umanista Sebastian Castellio rappresenta un’immagine ideale dell’autore stesso, mentre il riformatore Giovanni Calvino ha chiari tratti di Adolf Hitler, libro pubblicato nel 1936 e ben accolto soprattutto da autori antifascisti come Lion Feuchtwanger e molto criticato in particolare in Svizzera.

A lui Wen Anderson dedica il suo ultimo film: “The Grand Bucarest Hotel”, ambientato in un immaginario staterello alpino, che racconta la storia di un raffinatissimo Grand Hotel durante gli anni Trenta, e poi fino al 1968 e lo fa con intelligenza e leggerezza, ripercorrendo, al contempo,  le vicende dell’Europa d’allora, con il suo doloroso passaggio attraverso i totalitarismi.

La commedia, venata di ironia elegante con punte, qua e là, di sarcasmo, è stata definita da Maurizio Porro un capolavoro fatto di un incrocio ideale non solo di storia e geografia, ma anche di cultura, colore e grafica, con mutazioni di formato nello schermo e senso favolistico, ma sempre con la finzione superstar, che brucia a fiamma altissima l’diea che ha del cinema Anderson, certamente uno dei più interessanti autori americani di oggi, con le sue storie sempre fulcro di periodi e sentimenti, sogni ed incubi.

Il film ha aperto l’ultimo Festival di Berlino e dimostra una volta di più, che Anderson è il più europeo dedi registi USA, fautore di un cinema di modellini, che, anche quando veri e con dimensioni di uno a uno, sembrano sempre “in scala”, con spazi e personaggi come figurine sottoposti alle regole e all’immaginario ricchissimo, e devoto, di questo americano transfuga verso le rotte europee.

Scritto dallo stesso regista, il film è magmificamente interpretato da Saoirse Ronan, Ralph Fiennes, Edward Norton, Willem Dafoe, tutti bravissimi nel farne una acuta riflessione sull’arte di narrarte, che trasferisce in immagini e dialoghi, la raffinatezza della autobiografia di Zweig, che si sofferma  più sugli eventi sociali e culturali dell’epoca che sui ricordi personali della sua vita privata, segnala senza indulgenze i difetti della società della Belle epoque (povertà di gran parte della popolazione europea, stato di minorità delle donne, ipocrisia sessuale e diffusione della prostituzione, ecc.), ma anche il crollo della mitologia del progresso indefinito che animava la fine di secolo e che mostrò la corda nel carnaio della grande guerra (durante la quale descrive i contatti tentati con ambienti culturali lungo i due lati del campo di battaglia, allo scopo di mantenere una koiné che prescindesse dalla guerra).

Nato nel 1969, consideratio il miglior autore di cinema del 2001 dalla  Academy Award for Best Original Screenplay per il trattamento di The Royal Tenenbaums, Wes Anderson è di origine texana, molto legato al cinema di Win Wenders, ma che, soprattutto in questo suo ultimo film, cita con maestria ed eleganza molti grandi del cinema hollywoodiano: Vogliamo Vivere! di Lubi­tsch, Grand Hotel di Goul­ding, Scri­vimi Fermo Posta di Laz­slo,  Bufera Mor­tale di Bor­zage e Le Vie della For­tuna, scritto da Pre­ston Stur­ges per William Wyler.

Così ha costruito un film nostalgico ed utopico, ma anche un film tragico nella sua constatazione del cambiamento.

Fra le altre cose, Vanty Fair nota lo sforzo dei sarti per la realizzazione dei vestiti “überchic”,  è il caso di dirlo, di alcuni caratteri.

D’altra parte è noto che Anderson  flirta da sempre con  le grandi maison e sceglie spesso guardaroba eleganti per i suoi personaggi, spaziando da Louis Vuitton a Prada, griffe per cui ha realizzato anche dei corti, a Fendi che creano per i caratteri delle vere e proprie divise, che li definiscono e caratterizzano.

er Grand Budapest Hotel quella di Madame D (Tilda Switon): una cappa in velluto di seta dipinta a mano e bordata di visone nero realizzata da Fendi in collaborazione con la costumista premio Oscar Milena Canonero così come il maxi cappotto in stile militare di astrakan grigio dellispettore Henckel (Edward Norton).  Il trench in pelle di Jopling (Willem Dafoe), invece, è targato Prada come anche il set di 21 valigie di Madam D e Monsieur Gustave (Ralph Fiennes), ispirandosi non solo ai grandi film richiamati, ma anche fotografi come Man Ray e George Hurrell e pittori come Kees Van Dongen, Tamara de Lempicka, George Grosz e Gustav Klimt.