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La rivalutazione delle quote della Banca d’Italia

Scritto da Antonio Masullo il 1 marzo 2014
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Su questa legge approvata dalla Camera a fine gennaio si sono scatenati i populismi di destra, di sinistra e soprattutto i parlamentari del M5S che hanno inscenato una colorita contestazione.

La maggior parte dei cittadini non ha compreso certo i contenuti squisitamente tecnici del provvedimento ( roba da addetti ai lavori…), ma ha subito l’informazione dei talk show ( il cui scopo principale è quello di fare audience….) e pertanto la confusione regna ancora sovrana.

Le dichiarazioni che ci è capitato di ascoltare più frequentemente sono state: è un regalo alle banche; ora è possibile che la Banca d’Italia venga privatizzata e poi controllata in futuro da gruppi esteri; è stato realizzato un trasferimento di danaro dai contribuenti alle banche; è semplicemente una porcata!

Prima di analizzare la legge bisognerebbe fare due premesse.

L’economia  italiana è  “bancocentrica” e questo è un dato di fatto incontrovertibile. Infatti le banche ne rappresentano l’asse portante e ciò deriva dalla natura del nostro sistema industriale  composto in massima parte da piccole e medie imprese,  per lo più sottocapitalizzate e molto dipendenti dal credito bancario.

Questa caratteristica, che ci contraddistingue rispetto alle altre economie sviluppate, comporta che  quando l’economia si trova in recessione, come purtroppo accade da noi da oltre un lustro, le ripercussioni negative sui bilanci bancari e sulla stessa attività della banche diventano molto pesanti.

L’incremento esplosivo dei prestiti “incagliati” condiziona attualmente le banche italiane e le costringe obtorto collo a ridimensionare il loro mestiere principale che è quello di prestare danaro e in questo circolo vizioso si aggrava ancora di più la situazione economica del paese.

I finanziamenti da parte della Banca Centrale Europea (BCE) aiutano, ma non risolvono il problema; inoltre la BCE inizierà a breve una minuziosa verifica dei bilanci delle principali banche europee per avviare la vigilanza bancaria europea finalizzata a prevenire i fallimenti bancari e rafforzare la stabilità del sistema euro.

Le nostre banche, soprattutto quelle di maggiori dimensioni, hanno bisogno di essere  ricapitalizzate sia per superare i difficili test della BCE  e sia per sostenere l’attività di erogazione dei prestiti alle imprese ed alle famiglie, ma gli azionisti sono poco propensi ( o in alcuni casi anche volendo non se lo possono permettere) a partecipare ad aumenti di capitale nel settore del credito risultato negli ultimi anni poco redditizio. Pertanto, piaccia o no, qualcosa bisognava pure inventarsela per favorire un processo di rafforzamento patrimoniale delle nostre banche in considerazione della loro strategicità per l’intero sistema economico!

La seconda premessa riguarda l’eliminazione della seconda rata IMU sulla prima casa, cavallo di battaglia di Berlusconi e “conditio sine qua non” per acconsentire alla nascita del governo Letta (peraltro oggi già sostituito da quello Renzi…).

Anche i più disinteressati alle vicende politiche nostrane hanno potuto rendersi conto del penoso  arrampicamento sugli specchi di Letta e Saccomanni (ex ministro dell’economia)  per trovare le risorse utili al finanziamento della populistica richiesta di abolizione dell’IMU e scongiurare ( solo per qualche mese, come la storia ha dimostrato…) la caduta anticipata del loro governo.

Fatte queste doverose premesse possiamo tornare alla vexata quaestio della rivalutazioni delle quote della Banca d’Italia, problema del quale, peraltro, si parla da anni.

Prima della nuova legge il capitale nominale della Banca d’Italia era di soli 156mila euro, versati nel 1936 da alcuni istituti di credito che divennero così formalmente proprietari della nostra banca centrale; a tal riguardo c’è da precisare che anche in altri paesi sviluppati le banche centrali sono state fondate da istituti bancari.

Negli anni le banche detentrici delle quote, originariamente a controllo pubblico, sono divenute tutte private e oggi due di esse (Unicredit e San Paolo) detengono insieme più del 50% delle quote; le altre quote sono suddivise fra una sessantina di banche, alcune assicurazioni, l’INPS e l’INAIL).

Ciononostante la Banca d’Italia resta un istituto di diritto pubblico controllato esclusivamente dal Ministro dell’Economia e dal Parlamento; i soci nominano solo i rappresentanti che vigilano sulla gestione amministrativa della banca centrale, ma non hanno voce in capitolo sulle sue funzioni istituzionali.

La Banca d’Italia realizza utili gestendo il monopolio della creazione di moneta ( il cosiddetto signoraggio); questi utili vengono prevalentemente accantonati a riserva e la parte rimanente viene versata al Tesoro ( dai 350 ai 400 milioni di euro annui negli ultimi anni). Ai detentori delle quote può essere corrisposto un  dividendo fino al 10% del capitale nominale (15.600 euro!) e fino ad un massimo del 4% delle riserve ( negli ultimi anni dai 60 ai 70 milioni). Insomma parliamo di un ammontare complessivo che suddiviso fra i 62 partecipanti ha un impatto marginale sui rispettivi conti economici.

Con la nuova legge il valore delle quote viene elevato a 7,5 miliardi, ammontare che rappresenta il nuovo capitale sociale della Banca d’Italia. La composizione del patrimonio netto della banca centrale, pari a 23 miliardi circa, viene di fatto modificata in quanto la componente capitale sociale sale da 156mila euro a 7,5 miliardi, mentre la parte restante è costituita da riserve accumulate nel tempo.

In tal modo si realizza un trasferimento di valore ( non di danaro) dal Tesoro alle banche le quali contabilizzano subito una plusvalenza che rafforza i rispettivi patrimoni e allo stesso tempo impone alle stesse il pagamento di oltre un miliardo di imposte che, guarda caso, va a compensare il mancato introito IMU. Sarebbe il caso di affermare : due piccioni con una fava!

La nuova legge prevede inoltre che ciascun azionista non potrà superare il limite del 3% del capitale sociale ( per evitare il rischio di scalate) e coloro che sono al di sopra dovranno liberarsi delle quote in eccesso.

La Banca d’Italia ha la facoltà di riacquistare temporaneamente le quote per facilitare il loro collocamento presso nuovi investitori; la legge non considera il rischio che le quote restino invendute nel portafoglio della banca centrale perché non si trovano compratori e questo è molto singolare…

Comunque è solo in occasione di questi possibili acquisti da parte della Banca d’Italia che la plusvalenza, derivante dalla rivalutazione decretata dalla legge, diventerà danaro contante per i venditori e ciò avverrà ovviamente a carico delle risorse pubbliche!

Infine, ciliegina sulla torta, l’importo massimo dei dividendi è stato innalzato al 6% del nuovo valore rivalutato (450 milioni circa),  ma si tratta di un importo massimo non quello che la Banca d’Italia è obbligata a corrispondere annualmente; prima era il 4% delle riserve ( oltre 800 milioni), ma per consuetudine, come abbiamo visto, i dividendi annuali sono stati sempre fra i 60 e i 70 milioni e non è detto che tale consuetudine ( al risparmio…) non debba protrarsi.

Il patrimonio netto della Banca d’Italia si accresciuto nei decenni grazie agli utili derivanti dalle sue attività istituzionali mentre gli azionisti pur non avendo alcun ruolo e merito ( come i soci di una normale società di capitali) hanno ricevuto i dividendi, seppur modesti…  Come mai questa regalia è stata sempre tollerata senza particolari proteste?

Ora al di là delle supposizioni circa l’effettiva politica dei dividendi che la Banca Centrale adotterà in futuro, resta il fatto che aver stabilito una remunerazione ( seppur massima) pari al 6% per un investimento senza rischio, come le quote di Banca d’Italia, è un altro aspetto veramente singolare ( ..e sono due…)!.

Ma forse sta proprio in questo dettaglio la risposta a chi paventa il rischio che le quote vendute da Unicredit, San Paolo & Co. non trovino nuovi compratori……a un investimento redditizio “risk free” è possibile che si dica di no?

Per concludere il vantaggio per le banche c’è, ma era l’unico modo che il governo aveva per dare un supporto seppur indiretto, senza gravare subito sul bilancio pubblico, alla capitalizzazione delle banche in vista degli stress test della BCE e, contemporaneamente, per racimolare quel miliardo utile a compensare il mancato introito dell’IMU. In Gran Bretagna, solo per citare l’esempio più clamoroso,  per salvare la banca RBS il governo ha dovuto sborsare negli ultimi anni oltre 70 miliardi di euro…

Certamente la legge poteva esser fatta diversamente; la quadra, come si dice, non c’è  perché è sui suoi effetti futuri che esiste un’alea. Però se i dividendi continueranno ad essere in linea con la consuetudine e i passaggi di proprietà delle quote non richiederanno alcun impegno finanziario da parte della Banca d’Italia allora i critici avranno avuto torto a contestare tanto energicamente.

Volendo restare nel settore bancario vi sarebbero anche altri argomenti sui quali concentrarsi; criticità relative alle politiche creditizie delle banche e alla vigilanza della banca centrale, il ruolo delle Fondazioni bancarie e dei cosiddetti “salotti buoni”, l’efficienza del sistema bancario (tassi e commissioni)  e le ricadute sull’intero sistema economico, sono temi discussi prevalentemente a livello “accademico” senza particolare “attenzione” da parte delle forze politiche.

Quanto è costato negli anni ai risparmiatori italiani l’insieme delle salate commissioni (decine di miliardi) pretese dalle banche,  anche in presenza di magre performance, sui prodotti del risparmio gestito come i fondi comuni, le sicav, le gestioni patrimoniali, le polizze vita, etc.? Come è possibile che i confronti con gli altri paesi europei non abbiano mai destato la dovuta attenzione da parte del governo, della classe politica e dell’opinione pubblica??? ..eppure potrebbero essere svelate cose che voi umani non potete neanche immaginare…