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Egitto: il crepuscolo di Obama

Scritto da Fabio Ghia il 1 settembre 2013
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E’ dall’inizio delle rivoluzioni arabe, gennaio 2011, che molti interrogativi sulla politica estera statunitense sono rimasti senza risposta. Perché il completo ritiro degli USA dall’area del Mediterraneo; il loro appoggio incondizionato alle forze islamiste del dopo rivoluzioni arabe; il sostegno finanziario al Comitato Nazionale Siriano, nonostante la presenza di oltre quindicimila Jihadisti salafiti; il completo abbandono di personaggi quale Hosni Mubarak, Ben Alì, lo stesso Gheddafi; la chiara volontà ad appoggiare forze “radicali” per l’eliminazione fisica di personaggi politici (Saddam, Gheddafi e Assad)? I dubbi e le perplessità sono via via aumentati, oltre che per i fatti del Mediterraneo, anche per i risultati ottenuti in Iraq, che mensilmente conta più di un centinaio di vittime del “terrorismo”; in Afghanistan, dove le forze della coalizione non fanno altro che “rintanarsi” sempre più nelle proprie basi onde evitare di essere fatti fuori dai Talebani; per finire con le silenziose dimissioni date dalla Clinton (cui si devono aggiungere anche quelle misteriose del Capo della CIA, Gen. Petreus!) da Segretario di Stato, nel mese di dicembre scorso, con causa principale (mai ufficializzata) la drammatica uccisione dell’Ambasciatore USA in Libia, a Bengasi.

Tutti fatti eclatanti che sono passati sotto silenzio, in particolare per gli alleati europei e la relativa stampa nazionale. Grazie all’improvviso, quanto violento, cambiamento sopraggiunto in Egitto, con l’incarcerazione di Morsi e la condanna del nuovo regime su quanto perpetrato da parte dei Fratelli musulmani, molte sfaccettature del complicato puzzle stanno emergendo mettendo in luce un cambiamento dell’approccio sin qui seguito dagli USA nello scenario Mediterraneo. Cambiamento, preceduto solo di qualche giorno, dalla sostituzione dell’Emiro del Qatar, Hamad bin Khalifa, e del suo Primo Ministro, Hamad bin Jassim.

Facendo un passo indietro al maggio 2013, sia il Washington Post che il New York Times, hanno riportato, nel merito dell’uccisione dell’Ambasciatore USA in Libia, che “la Casa Bianca ha deliberatamente manipolato la versione dei fatti approntata dalla CIA, presentando l’attacco contro l’ambasciata statunitense a Bengasi come l’azione spontanea di alcune “schegge impazzite”, offese da un video-parodia del profeta Maometto prodotto negli Stati Uniti, e non come un attacco terroristico pianificato da al-Qaeda, per l’anniversario dell’attacco alle Torri Gemelle”. Il rifiuto di qualificare l’aggressione di Bengasi come “attacco terroristico”, da parte del portavoce della Casa Bianca Victoria Nuland, induce a pensare che l’ordine fosse pervenuto direttamente da Obama.

Sempre contro la politica estera di Obama, inoltre, secondo l’attendibile rivista statunitense Foreign Policy, il 26 giugno è stato presentato un disegno di legge (Dep. Ted Yoho), per vietare a qualsiasi agenzia o istituzione statunitense l’assegnazione di fondi per fornire assistenza militare alle forze della cosiddetta opposizione in Siria. La richiesta con cui è stato avanzato il progetto di Legge entra nel particolare dei rapporti tra ”al-Qaeda” e Qatar negli ultimi due anni, denunciando il sostegno finanziario all’organizzazione terroristica, in particolare per il reclutamento di più di 15.000 Jihadisti (tunisini, libici e egiziani), da inviare in Siria a sostegno delle forze di opposizione al presidente Al Assad. Dal rapporto emerge chiaramente che Barack Obama sapeva che il Qatar aveva finanziato anche i Fratelli musulmani, Al Nhadha in Tunisia, e altri gruppi terroristici, ma, fermamente convinto del “nuovo Ordine Mondiale” da lui proposto attraverso la strategia del “Stay Behind”, ha preferito lasciare mano libera a l’intero scacchiere islamista, purché asservissero agli interessi strategici americani. Se di questa collaborazione tra il Qatar e “il terrorismo islamico” non si era avuta evidenza, è emersa eclatante sia in Libia che in Siria.

A conferma del sopraggiunto cambio di strategia in Qatar, è l’espulsione del leader di Hamas, Khalid Meshaal, e di molti altri affiliati ai radicali Salafiti, voluta dal neo Sceicco Tamim, così come la chiusura della rappresentanza “diplomatica” dei Talebani a Doha, l’espulsione di Yusif Qaradawi, un capo religioso della Fratellanza musulmana, e l’apparente neutralità assunta nei confronti dell’Egitto. Il tutto, sembra essere stato fortemente suggerito e voluto dalla potente Arabia Saudita, che già dal giugno scorso, dopo il secondo assassinio politico perpetrato in Tunisia a cura dei Salafiti (se non ordinato da al Nhadha – partito di Governo), era intervenuto pesantemente contro gli USA per bloccare i finanziamenti del Qatar alle forze estremiste.

Di questo cambio di orientamento ne ha giovato prontamente il generale Abdelfatah al-Sissi, in Egitto, che il 3 luglio ha deposto Muhammad Morsi, grazie anche al sostegno manifestato dall’attuale maggioranza moderata. Come noto, a prescindere dalle iniziali negative reazioni, la Casa Bianca va sempre più orientandosi su un compromesso: prendere atto del cambiamento in Egitto, ma continuare a chiedere la liberazione di Morsi e l’astenersi dal perseguitare i Fratelli musulmani. Lo stallo della situazione in Egitto, tra la scarcerazione di Mubarak, il brutale assassinio di 34 poliziotti attuato dai Jihadisti, il possibile annuncio di nuove elezioni democratiche da tenere entro l’anno, non induce certo per una felice e rapida soluzione.

Inoltre, quello che assorda ancor di più è l’ostinato silenzio, imposto da Obama, sulla situazione in Siria, in Iraq (Shiita), in Afghanistan (Sunnita), in Tunisia e in Libia. Nazioni dove l’appoggio iniziale degli USA ai partiti islamisti resta inconcludente. Per Obama e la sua nuova visione di un Ordine Mondiale all’insegna di una completa apertura all’Islam e ai fratelli musulmani (discorso del Cairo febbraio 2009), è iniziato un triste crepuscolo. La validità della politica di Obama in campo internazionale è, dunque, fortemente messa in dubbio anche in casa, dove il Washington Times ha scritto che “coloro che abbiamo sostenuto in Egitto, Tunisia e Libia sono peggiori rispetto ai loro predecessori. Quelli che sosteniamo in Siria non solo uccidono i loro avversari, ma li squartano e ne mangiano il cuore di fronte a persone e telecamere”. Così come il New York Times ha avuto il coraggio di chiamare “idiota” il Presidente, perché insieme a Anne Patterson, ambasciatrice degli Stati Uniti in Egitto, hanno da sempre lavorato a sostegno degli islamisti che hanno istigato l’opinione pubblica egiziana contro gli USA.

Se tutto questo sta ad indicare la reale dimensione delle catastrofiche scelte di politica di sicurezza internazionale fatte da Obama (non ultimo gli allarmi diramati dagli stessi Usa per probabili attacchi terroristici a livello globale), che cosa ne è stato dell’Europa? Per ora, possiamo solo dire che il Ministro degli Esteri Emma Bonino appare l’unica persona che, con una certa esperienza, sta prendendo le distanze dalla politica USA (proposta di partecipazione dell’Iran alla Conferenza sulla Siria, Ginevra 2 e indifferenza politica per la situazione in Egitto, se non per la difesa dei diritti umani). A monte di ciò, esiste solo la Francia con il ritiro dell’intero contingente in Afghanistan (novembre 2012) e ri-schieramento in Mali a protezione della comunità e delle locali radici culturali cristiane. Un’ulteriore dimostrazione che serve un’impennata di orgoglio europeo, con un unico coordinamento ed una unitaria voce anche in politica estera.