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Perché le banche prestano sempre meno…

Scritto da Antonio Masullo il 1 luglio 2013
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Da tempo sentiamo parlare di prestiti e mutui sempre più costosi e difficili da ottenere, ovvero di “credit crunch”, un’espressione anglosassone che descrive proprio questa situazione: le banche non fanno più, o almeno non più come una volta, il loro mestiere principale che è quello di finanziare l’economia!

La stampa e la televisione hanno contribuito a consolidare un’opinione pubblica ostile ai banchieri, avidi e opportunisti, pronti ad offrire l’ombrello a chi è già al riparo  e a negarlo a chi è sotto la pioggia. Ma la realtà non può essere ridotta ad una semplicistica divisione fra colpevoli ( i banchieri) e vittime innocenti ( gli imprenditori).

Innanzitutto dobbiamo partire da una constatazione : il nostro sistema produttivo è generalmente sottocapitalizzato e la nostra economia è bancocentrica.

Cosa significa? Semplice : che gli imprenditori italiani fanno largo ricorso al credito bancario per le necessità finanziarie delle loro imprese ( cioè investono meno capitali privati rispetto ai concorrenti stranieri) e in tal modo le banche  sono divenute ( più che altrove…) il baricentro dell’intero sistema economico.

Nelle altre economie sviluppate le banche sono meno determinanti perché sono affiancate da altri operatori finanziari e non hanno, come da noi, il quasi monopolio del mercato dei prestiti alle imprese.

Tanto premesso non possiamo dimenticare che siamo al quinto anno di recessione ( vuol dire che  la nostra economia si contrae da un lustro..) e il famigerato “credit crunch” di cui sopra si autoalimenta in una spirale perversa.

Nel solo mese di aprile i prestiti alle imprese sono diminuiti di 60 miliardi rispetto all’anno scorso; una cifra enorme causata sia dalle imprese che non domandano nuovi prestiti a causa della crisi e sia dalle banche le quali non solo hanno chiuso i rubinetti del credito, ma,  addirittura, stanno riducendo i prestiti già in essere.

Ma non è solo una questione di scarsa quantità, anche il prezzo dei prestiti, ovvero i tassi richiesti dalle banche salgono in Italia mentre a livello internazionale si  assiste ad un fenomeno opposto.

I circa 300 punti di spread che gravano attualmente sui nostri BTP, sebbene lontani dai picchi del novembre 2011 (oltre 500 ), incidono pesantemente sull’attività delle  banche italiane e rendono il credito per le nostre imprese ben più costoso rispetto ai concorrenti del nord Europa, Germania in testa.

La crisi finanziaria internazionale (deflagrata nel 2008 negli USA con lo scandalo dei mutui sub-prime) ha causato, fra l’altro, il quasi totale inaridimento del mercato interbancario dei depositi dal quale le banche italiane erano molto dipendenti (essendo la raccolta dai depositanti non sufficiente per l’attività creditizia).

Quindi con la crisi finanziaria internazionale e quella (in parte collegata) dei nostri titoli di stato, le banche italiane si sono trovate a corto di nuova liquidità e quella che sono riuscite a raccogliere sui mercati internazionali l’hanno dovuta pagare a caro prezzo, a causa della peggiorata situazione del nostro debito pubblico. L’intervento della Banca Centrale Europea teso a calmierare la situazione è stato certamente importante, ma non ha risolto la carenza di liquidità che si è venuta a creare.

Quindi la liquidità è diventata una risorsa scarsa e sempre più cara per le nostre banche e di conseguenza la concessione di nuovi prestiti all’economia si è considerevolmente contratta.

I banchieri respingono le critiche invocando la crescita dell’economia senza la quale non solo  la domanda di credito ristagna ma anche  le sofferenze ( i prestiti incagliati a causa delle difficoltà dei debitori…) aumentano con effetti pesantemente negativi sui bilanci e ciò limita la capacità delle stesse banche di erogare prestiti.

Le banche italiane sono sottocapitalizzate. I prestiti rappresentano l’attività più rischiosa per le banche (quella che assorbe più capitale); ci sarebbe bisogno di nuovo capitale, ma le fondazioni bancarie, da cui dipende una fetta importante del nostro sistema creditizio, non hanno oggi risorse da destinare alle banche che controllano e impediscono alle stesse di effettuare aumenti di capitale per evitare di perderne il controllo (…l’altra spirale perversa made in Italy..).

Inoltre è molto sviluppato in Italia il capitalismo di relazione ( il così detto salotto buono dell’economia..) in virtù del quale i banchieri si sono lanciati in grandi e spericolate operazioni, quasi mai giustificate da una logica imprenditoriale, semplicemente per sostenere gli amici e gli amici degli amici;  in tal modo è stata creata una fitta rete di interessi banca-politica-grandi imprese che tanti danni ha fatto alla libera concorrenza, drenando preziose risorse finanziarie all’attività creditizia in favore delle medie e piccole imprese.

Le imprese dall’altra parte, in genere sottocapitalizzate, invocano misure di rilancio dell’economia e un atteggiamento più benevolo da parte dei banchieri; ma in realtà stiamo pagando anche le conseguenze del gap culturale di buona parte della nostra imprenditoria che non ha investito e innovato e ha preferito adagiarsi sul supporto della  banche, destinando gli utili ad altre attività ( spesso immobiliari) o meramente finanziarie (…anche all’estero).

Nel mezzo di questa contrapposizione banche-imprese si colloca il governo che non ha risorse da mettere sul piatto per finanziare investimenti produttivi che rilancino la crescita e riducano la disoccupazione. Risorse che non possono derivare da un aumento dell’indebitamento (bloccato dai diktat dell’Europa), ma solo da un serio ridimensionamento della spesa pubblica improduttiva e da una lotta senza quartiere all’evasione fiscale.

Quasi un cul de sac!

In un sistema  come il nostro dominato dalla media e piccola impresa non è facile uscire dal “bancocentrismo”, ma qualcosa si può fare e va fatta!

La “ debancarizzazione”, cioè l’aumento della raccolta di finanziamenti da parte delle imprese direttamente sul mercato finanziario bypassando il sistema bancario; lo sviluppo di istituzioni finanziare specializzate supportate da garanzia statale ( come in Germania!) per la concessione di mutui alle imprese; misure fiscali che favoriscano realmente l’aggregazione delle piccole imprese perché piccolo al giorno d’oggi non è più bello come una volta…

Ma è lecito dubitare sui tempi di reazione dell’attuale governo e sulle sue possibilità riformatrici. I problemi reali dell’efficienza del nostro sistema economico-finanziario non sono purtroppo alla portata di un governo “ di necessità”  costretto a dibattersi sin dalla sua nascita sui dilemmi:  IMU si IMU no, amento IVA si aumento IVA no….. e la cui sopravvivenza dipende dalle vicende processuali di un leader politico impegnato a brandire proposte populistiche, come benzina sul fuoco…