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(S)COSTUME – Cosa produce la noncuranza -

Scritto da Francesco M.T.Tarantino il 1 marzo 2012
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Tristi, spiacevoli, drammatici eventi hanno scosso la tranquillità delle coscienze quietamente dormienti. È stato scosso il torpore in cui il paesello versava con l’assenso di padri, di madri, fratelli, sorelle, nipoti e quant’altre categorie umane si vogliano citare: nessuno si senta assolto!

Al di là della tristezza e del senso di vuoto che lasciano questi accadimenti credo sia necessaria una riflessione collettiva che sproni la nostra coscienza a interrogarsi se è stato fatto (da parte di tutti), tutto ciò che andava fatto affinché tali avvenimenti non accadessero.

¿Cosa spinge un giovane ad uscire dalla norma e avventurarsi in un mondo diverso, fatto di sottocultura, di facili guadagni, di falsi miti, di (non)valori, quali per esempio, il machismo, l’arroganza, i soldi, le belle macchine, gli stracci firmati, la violenza, le donne-oggetto, l’atteggiamento mafioso, le pistole… il sentirsi padronedelmondo?

¿E che cos’è che lo spinge a rifugiarsi nell’alcool, nelle droghe, nell’ecstasy, in un mondo altro, fatto di musica assordante e ripetitiva che lo rincoglionisce?

¿Perché si lascia trasportare in una dimensione irreale rifuggendo la realtà e affidandosi a ciò che non conosce e per di più incontrollabile?

Sono tante le domande che ci si pongono alle quali non sappiamo dare risposte esaurienti e sufficienti, ma nessuno ci esime dal cercarle e lì dove proprio non riusciamo da soli a trovarle, diventa necessario cercarle insieme agli altri. Ecco perché necessita una riflessione collettiva sulla vita del pio borgo, a costo di rivoltarlo come un calzino.

Non è possibile che in una comunità di duemila anime possa accadere qualcosa che ci sconvolge (chi non è rimasto sconvolto vuol dire che sapeva, e se sapeva è ancora più colpevole); non si può rimanere indifferente dinanzi alla tragedia; perché di questo si tratta!

In questi giorni di lutto per la dipartita di Lucio Dalla, il sociologo De Masi ha sottolineato una virtù propria di Lucio, il quale cercava di trasferirla a chiunque: il valore dell’introspezione; vorrei proporre a tutti di praticarla, questa introspezione, per approcciare in modo corretto ad una risposta sulla qualità della vita di questo posto che sta andando alla deriva.

Certo, l’introspezione ci porrà ulteriori domande ma, di sicuro, ci porterà verso una liberazione dal nostro essere chiusi nei nostri egoismi e non saper guardare oltre il nostro naso.

¿A che serve star bene da soli?

Urge un cambiamento di prospettiva: guardare l’altro come parte di me, quanto meno come prolungamento di me! Il suo star bene come conseguenza del mio star bene: non posso star bene se l’altro non sta bene.

Se non si vuole usare la parola amore, usiamo almeno quella di solidarietà (non dovrebbe essere difficile dal momento che i più si dicono cattolici).

La solidarietà non è altro che la condivisione delle cose, dalle responsabilità alle necessità; il legame che si instaura tra persone, anche diverse, per il raggiungimento di uno scopo comune.

La solidarietà è la comunanza dei rapporti di collaborazione e di assistenza.

È l’unica cosa che può deviare il corso negativo che sta attraversando il paese da un po’ di anni (non è importante qui ricercare di chi sono le colpe); se nessuno si sente assolto riconosce che, in qualche misura, anch’egli è colpevole.

L’ammissione di responsabilità è il primo passo per risalire la china.

Necessita una rifondazione dei valori! E non c’è bisogno di andare lontano; si possono trovare in ciò in cui si crede: solidarietà, condivisione, assistenza, responsabilità, sincerità, legalità, volersi bene, sono valori comuni a tutti, al cristiano e al comunista, al laico e al credente, al cattolico e al diversamente credente.

La democrazia è un valore riconosciuto da tutti; le regole del vivere civile vanno bene a tutti, quindi ognuno è tenuto a rispettarle e a farle rispettare.

Che misera cosa occuparsi dei cazzi propri ed esibire cravatte (possibilmente più di una al giorno), e godere di piccole truffe (legalizzate) e stare in piazza e vestirsi con aria di sufficienza e cinicamente discettare delle disgrazie altrui e fare la faccia di circostanza quando passa l’interessato o un suo parente.

Pensarsi migliore, immune da certi guai, sentirsi superiore; come diceva Cristo: ‹‹questa è la loro ricompensa››!

È stupefacente vedere la piazza piena di discutenti di aria fritta, infervorarsi per una partita di pallone o di qualche altra cazzata e nello stesso tempo vedere il cinema, il teatro, un convegno, una conferenza, disertati: quando uno pensa di non avere bisogno di niente e di nessuno! (sic).

Proseguendo in tale direzione non andremo da nessuna parte. O si inverte la rotta o si va a morire!

Covare il sentimento di autosufficienza è deleterio; prima o poi ci si risveglierà in un mare di solitudine e non basterà attaccarsi ai propri orpelli, alle proprie sicumere, agli orticelli…

Non basteranno santi, madonne e padrepii, né altarini, giaculatorie e avemarie; non basterà il vestito nuovo e il clarinetto, la santa istituzione della sacra-famiglia svuotata della sua essenza.

Come recita il titolo di questo scritto, la drammaticità della situazione del nostro amato paesello è il prodotto della noncuranza, ossia il non esserci presi cura di ciò che ci circonda, il non aver saputo occuparci dell’altro, non aver saputo guardare l’altro negli occhi.

Non ci siamo curati della vita degli altri, delle loro esigenze, delle loro necessità, dei loro bisogni, delle loro idee…

Abbiamo permesso con il nostro menefreghismo che ognuno andasse a farsi fottere e non ce ne siamo preoccupati; eppure tutti insieme allegramente ogni domenica andiamo a messa a recitare: ‹‹Confesso a Dio onnipotente e a voi, fratelli, che ho molto peccato in pensieri, parole, opere ed omissioni››. Che ipocrisia!!!

Ci accusiamo di tali peccati e non ci interroghiamo che significa peccare di pensiero (la concupiscenza e il desiderio di ciò che non è lecito); peccare di parola (la maldicenza, lo sparlare, il pettegolezzo); peccare in opere (l’imbroglio, il facile guadagno, le piccole truffe, la frode); peccare di omissioni (non aver fatto del bene ogni volta che ce ne è stata data l’occasione, non esserci curati degli altri).

E nonostante diciamo: ‹‹Per mia colpa, mia colpa, mia grandissima colpa››, finita la messa ognuno torna a far bottega.

¿Intrisi di tanta ipocrisia, incuranti del giudizio di Dio e degli uomini, quale esempio diamo alle nuove generazioni? Che cosa possiamo insegnargli? Quali valori? Quali modelli? E con quale faccia? Chi ha il coraggio di chieder loro perdono per averli ignorati? Per non averli curati, dandogli ascolto e assistenza? Per non essere stati presenti donandogli affetto e sostegno? Per non averli saputi neanche indirizzare? Per averli lasciati soli!?!?!?  Questa è la noncuranza!

Prima che sia troppo tardi riprendiamoci il nostro e l’altrui destino; occupiamoci tutti insieme del bene comune, dei beni comuni; spogliamoci dei nostri egoismi e proviamo a guardare in faccia il nostro vicino, salutiamo con riverenza chiunque incontriamo e non soltanto chi ha il titolo o il don, o il politico di turno dalle facili promesse abbacinato dal potere.

Riprendiamoci uno scatto di orgoglio, la dignità, e diciamo basta: non svendiamoci!

Prendiamoci cura l’uno dell’altro, facciamo tesoro di ciò che ci hanno insegnato i nostri padri, di ciò che abbiamo imparato a scuola, al catechismo, all’università, ovunque abbiamo sentito respirare la vita.

Facciamo rinascere in noi il desiderio di spiccare il volo, la voglia di libertà, la ricerca della verità.

Cristo diceva: ‹‹La verità vi farà liberi››.

Verità e libertà sono inscindibili, e come cantava Giorgio Gaber:

‹‹La libertà non è star sopra un albero, non è neanche il volo di un moscone; la libertà non è uno spazio libero, libertà è PARTECIPAZIONE››.

Questo è il mio augurio al pio borgo: partecipare a tutto ciò che accade, ad ogni scelta, ad ogni attività con la speranza che la politica possa essere intesa come servizio e non come separazione di opposte fazioni.

Che la politica abbia un’etica in modo tale che queste due parole messe assieme possano generare una POLI(E)TICA necessaria per riprendere un cammino di speranza e di rinascita in un paese che sta morendo.

 

*Noncuranza:  Mancanza di attenzione, di cura, di rispetto nei confronti di qualcuno o di qualcosa. Atteggiamento di ostentata indifferenza o disinvoltura. Sinonimi: indifferenza, sprezzo, trascuratezza.
Dal  Dizionario della Lingua Italiana, Sabatini Coletti, Rizzoli Larousse, Milano 2004

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