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Accettare la paura per non temerla

Scritto da Laura Strabioli il 1 dicembre 2015
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“Il pauroso non sa cosa significhi essere soli, dietro la sua poltrona ha sempre un nemico
F. NIETZSCHE.

Giulia è una giovane donna di circa 30 anni, vive con la madre ed una delle due sorelle, la minore. Perde il padre appena adolescente, il suo tempo si ferma. Riuscirà a conseguire la patente ma non guiderà mai l’automobile rimanendo “paralizzata” non appena si siederà alla guida del veicolo. Il suo terrore è quello di poter fare del male a se stessa ed agli altri perdendo il controllo della vettura.  Suo padre aveva promesso che le avrebbe insegnato a portare la macchina sedendole accanto e, non appena maggiorenne, le avrebbe donato la sua automobile.

Martina è una donna di circa 40 anni, sposata da 15 con il suo fidanzato di sempre, una figlia di 11 anni. E’ un’infermiera, lavora in un grande ospedale di Roma, in un reparto difficile dove incontra pazienti molto sofferenti. Originaria della Sicilia, si trasferisce a vivere e lavorare a Milano quando compie 18 anni. A 13 anni trova sua madre riversa nel bagno con le vene tagliate e da allora avrà un’unica urgenza quotidiana, controllare, sorvegliare e bloccare la mamma che di tanto in tanto minaccia di gettarsi dalla finestra. Da circa 6 mesi soffre di attacchi di panico, violentissimi che la costringono ad allontanarsi dai luoghi più diversi, un centro commerciale, un ristorante, il supermercato, per raggiungere la sua automobile, unico luogo in cui si sente sicura, calma e tranquilla. L’unica condizione in cui sente di avere il pieno e totale controllo di se stessa.

Due storie assolutamente ed apparentemente molto diverse tra loro ma con un unico denominatore comune: la paura. Casi del genere sono pane quotidiano di tutti gli psicoterapeuti, ed anzi, ognuno di noi, trovandosi a dover trattare storie di fobie, disturbi ossessivi, ansia ed attacchi di panico, è quasi rassicurato dall’argomento poiché, per quanto i sintomi che i pazienti presentano sono tra i più vari, il meccanismo ed il trattamento potrebbe essere applicato per tutti nello stesso modo. Ogni paziente però, soffre terribilmente a modo suo, convinto che solo lui prova il terrore panico all’idea di dover prendere un ascensore, salire su un aereo, percorrere una galleria in autostrada o semplicemente entrare un cinema o un supermercato. Che dire dei manager che perdono tutta la loro sicurezza, la loro competenza e le loro capacità solo alla proposta di parlare in pubblico … e si potrebbe continuare all’infinito l’elenco delle possibili situazioni che generano nella mente di ognuno di noi la paura.

Ebbene si, perché questa, la paura, è una delle sei “emozioni primarie”, insieme alla gioia, alla tristezza, alla rabbia, al disgusto ed alla sorpresa, che gli psicologi hanno individuato come regolatori della vita di relazione dell’individuo come anche funzionali alla sopravvivenza della specie.  I ricercatori hanno classificato le emozioni catalogando queste sei fondamentali come quelle indipendenti dai diversi stimoli ambientali ed ugualmente rintracciabili in tutte culture umane.

Ma cos’è la paura e a cosa serve?

La paura è quello che potreste provare se vi dicessero che l’aereo sul quale state volando ha dei problemi! Quando provo l’emozione paura, sento una forte sensazione sgradevole ed un conseguente desiderio di evitare le situazioni che mi provocano questa emozione. Quando sono spaventato assumo un’espressione specifica, che si riconosce rapidamente in tutte le culture: sopracciglia e fronte aggrottate, occhi sbarrati, bocca semiaperta. Dal punto di vista psicofisiologico avverto una serie di modificazioni somatiche come ad esempio un aumento della tensione muscolare, ed una accelerazione del battito cardiaco, l’elevazione della pressione arteriosa, un impellente bisogno di svuotare gli sfinteri; tutto questo per rendermi pronto ad affrontare la situazione che ho valutato ed interpretato come pericolosa mettendo in atto comportamenti di lotta o fuga. La funzione della paura è dunque quella di tutelare e proteggere sia me stesso sia il mio gruppo; provare paura assicura la sopravvivenza della specie e dell’individuo.

Le paure possono essere sia innate, sia apprese.

Molte paure, innate, sono funzionali, come dicevamo, alla sopravvivenza della specie, come la paura dell’altezza, la paura del buio, la paura dell’abbandono della figura di attaccamento. Alternativamente la paura può essere appresa e quindi conseguente all’associazione fra l’emozione paura e una situazione o una persona od un oggetto in precedenza neutri e divenuti pericolosi nell’attualità. Ecco allora che la paura negli esseri umani, viene attivata non più dalla presenza di uno stimolo preciso ma diviene un modo di interpretare la realtà, una prospettiva in cui vedere le cose, una sorta di pregiudizio. Gli eventi, le situazioni, gli oggetti o le persone vengono percepiti attraverso questo filtro che amplifica il pericolo ingigantendo gli indizi che lo confermano o al contrario, sminuendo altre informazioni che lo disconfermano. La paura negli esseri umani si è evoluta al punto che, il suo compito principale, la protezione dal dolore fisico ha lasciato il posto alla protezione del dolore mentale. Il pericolo può presentarsi certamente all’esterno, ma quello che più terrorizza le persone abita all’interno della loro mente. La paura assume, allora, molte forme; minacce previste, amplificate, create. Minacce interne ed esterne, reali o immaginate, intuite o inventate. Le nostre emozioni oscillano tra un mondo vero ed un mondo fittizio creato dalla nostra mente. Il confine non è cosi netto e rintracciabile. Il nostro cervello è il risultato della somma delle esperienze che facciamo del mondo e nel mondo. La realtà esterna è mediata dalle nostre conoscenze su di essa e le nostre conoscenze organizzate nella memoria costituiscono il filtro attraverso il quale un evento può essere valutato come pericoloso per qualcuno, irrilevante ed innocuo per qualcun altro. Abbiamo citato all’inizio la storia di Giulia e Martina proprio per sottolineare come per l’una, l’automobile è una condizione di malessere e di disagio, al contrario, per l’altra un’esperienza di benessere e tranquillità. Le paure, generate dalla nostra mente, non sono solo dei semplici “mostri” che non possono farci del male, che non esistono e che non hanno alcun riflesso esterno. Il nostro terrore nasce da una valutazione soggettiva del pericolo probabilmente agli occhi degli altri stravolto, parziale e distorto ma per noi assolutamente reale.” I mostri” non fanno paura perché ci terrorizzano ma è il terrore che alberga nella nostra mente che crea i nostri fantasmi, i nostri persecutori, la nostra paura. Non serve spiegare alle persone che le loro paure sono infondate, che ciò che li paralizza, sia questo un ragno, un luogo pubblico, “le mani sporche”, sono il frutto delle loro fantasie distorte e che il pericolo non esiste. Occorre piuttosto capire la paura, darle un senso ed un valore, un significato che è specifico ed assolutamente valido per quella persona. Il sintomo, per quanto grave ed invalidante è sempre una comunicazione, un modo di quel soggetto di esprimere una sofferenza ed un disagio. Sta al terapeuta, decodificarlo, comprenderlo e svelarlo anche al soggetto stesso. Solo quando avremo compreso con quale “mostro” abbiamo a che fare potremo eliminarlo.

Le paure si evolvono al variare dell’età, poiché si modifica la capacità di valutazione del pericolo ed aumenta la possibilità di previsione e di spiegazione riguardo ad esso. Per i bambini, ad esempio, il confine tra minacce interne e minacce esterne è piuttosto sfumato. La separazione tra realtà e fantasia è impercettibile … la conoscenza della realtà è minima e questo lascia spazio al pensiero magico. Per un bambino i pericoli sono suddivisi in categorie generali e grossolane … tutti i luoghi bui ad esempio, sono uguali; attraversare il corridoio per raggiungere la propria cameretta può essere difficile e pericoloso quanto entrare in una casa abbandonata e sconosciuta. Questa condizione di generalizzare l’interpretazione degli stimoli fa si che anche quelli innocui possono indurre il soggetto ad entrare in allarme; solo crescendo acquisiamo la capacità di distinguere le situazioni e di approntare reazioni diversificate a seconda delle necessità. Accade sovente, però, che si creino dei collegamenti causa-effetto tra due eventi soltanto in virtù della vicinanza tra di essi; nei bambini ciò è dovuto all’immaturità del ragionamento corticale, negli adulti a ciò che è stato molto ben spiegato dagli psicologi comportamentisti, ovvero dal condizionamento.  Il condizionamento alla paura entra in funzione quando stimoli inizialmente irrilevanti vengono trasformati, per associazione e vicinanza a stimoli pericolosi, in segnali di allarme, in oggetti od eventi potenzialmente pericolosi. Questo accade al livello neuronale, per cui uno stimolo, che viene valutato come stimolo scatenante produce una immediata attivazione di allarme nel sistema della paura.  La paura dei ragni, dei luoghi chiusi, del buio sono possibili esempi di paure apprese, risultato di esperienze che variano da soggetto a soggetto; sono queste delle paure definite, per la loro frequenza e diffusione, “paure predisposte” ovvero riguardano oggetti o situazioni particolarmente importanti per la sopravvivenza dell’individuo e della specie. La paura di rimanere soli, delle altezze, dell’acqua profonda, dei serpenti e degli estranei, hanno radici profonde nel nostro patrimonio evolutivo. Al di là di un’ipotesi genetica contrapposta ad una teoria che riconduce le paure ad un apprendimento dato dall’esperienza, è innegabile che alcune paure sono comuni nella storia degli uomini.  Pur non avendo lo stesso valore e lo stesso peso nelle diverse culture e nelle diverse epoche storiche, cosi come nelle differenti storie individuali, molte minacce sono patrimonio condiviso di tutti gli individui. Nel corso del tempo, la percezione del pericolo è cambiata radicalmente. Ciò che nei secoli passati veniva esorcizzato con le pratiche magiche, oggi viene dominato dalla ragione. Ma la mente non sempre è in grado di proteggersi dal dolore e dalla sofferenza che patisce quando entra in contatto con pericoli che sfuggono all’umana comprensione … nuove malattie mortali, conflitti nucleari, attentati terroristici e fobie sociali. Quando viene minacciata la sopravvivenza e la qualità della vita, entriamo in contatto con la nostra vulnerabilità, ci sentiamo indifesi e spaventati, disorientati e confusi. L’uomo ha naturalmente paura del dolore e della sofferenza, sia questa fisica o mentale; la non comprensione di ciò che ci danneggia e di ciò che ci fa soffrire genera in noi una condizione di prostrazione insopportabile. La possibilità di scegliere, di esercitare un controllo sulle nostre reazioni, la condivisione con gli altri dei nostri timori, ci tranquillizza ed allevia la sofferenza impedendoci di soccombere all’angoscia delle paure più atroci che mai potremmo sperimentare: la paura di non –essere e la paura della morte.

Possiamo allora trovarci d’accordo nel sottolineare ancora una volta che la paura e l’ansia sono reazioni sane ed utili quando compaiono in risposta a stimoli dannosi o potenzialmente pericolosi. Accade talvolta però, che la paura e l’ansia divengono dissociate da queste condizioni di pericolo e compaiono nella nostra vita quotidiana compromettendone inevitabilmente la qualità. Quando questa viene ostacolata da un vissuto costante e continuo di sofferenza, inadeguatezza, inibizione e disagio, siamo di fronte alla patologie della paura. Solo per fare un esempio, citiamo Giulia che ogni giorno si sottopone ad estenuanti viaggi con i mezzi pubblici per evitare il suo “oggetto fobico”, l’automobile. La fobia (phobos, dal greco, panico) è la paura eccessiva e sproporzionata rispetto ad uno stimolo ritenuto neutro in relazione alla minaccia rappresentata. La maggior parte delle altre persone reagirebbe con indifferenza e con livelli di ansia pressoché nulli a tale sollecitazione, ma il soggetto fobico, al contrario, non riesce a confrontarsi con esso, e neppure a pensare di farlo. La sua paura non è controllabile razionalmente. Le sue reazioni psicofisiologiche sono immediate e automatiche; a nulla valgono gli appelli alla volontà e all’autocontrollo. Il soggetto è solamente in grado di evitare l’esposizione allo stimolo fobico, entra in uno stato tale di ansia che la sua mente viene privata di ogni logica. La fuga è l’unico comportamento che gli è possibile agire. Per generalizzazione, il soggetto fobico, inizierà allora ad evitare tutte le situazioni che possono metterlo in ansia e la sua vita comincerà ad organizzarsi in funzione di fortissime limitazioni con le quali il soggetto faticosamente convive. Questa è solo una delle patologie della paura, ma ovviamente, il panorama è piuttosto vasto: attacchi di panico, disturbo post traumatico da stress, ansia generalizzata, disturbi ossessivi. Queste alcune tra le patologie della paura; i farmaci certamente utili in alcuni casi. Consentono di ridurre l’ansia ma non risolvono il problema e creano dipendenza. La psicoterapia è in grado di affrontare il problema con successo. Interviene con efficacia sul sistema della paura che si è irrigidito. Opera ristrutturando in maniera flessibile la mente del soggetto, “disinserisce il tasto di allarme” che si attiva quando la persona entra in contatto con ciò che ritiene pericoloso restituendole il pieno controllo della sua mente e delle reazioni emozionali da questa prodotte.