www.faronotizie.it - Anno XIV - n. 159 - Luglio

La comunicazione perduta

Scritto da Maria Teresa Armentano il 1 novembre 2015
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Viviamo in un mondo tecnologicamente avanzato in cui pensiamo alla malattia come  a un qualcosa che appartiene agli altri  e che possiamo sconfiggere con l’assunzione di pillole colorate, senza dolore e senza  segni evidenti. Incontro persone con gli occhi vuoti che guardano il nulla e che affidano se stessi a un farmaco che come la bacchetta magica dovrebbe risolvere i problemi dell’esistenza e l’impossibilità di entrare in relazione con se stessi e con gli altri. La depressione e il cancro , parole impronunciabili  sostituite eufemisticamente da lunga malattia, sono per un verso o per l’altro simboli della nostra società malata, una società che vive contro la natura sradicando continuamente l’uomo dalle proprie radici, che considera la memoria  superflua, che non conosce la lentezza e, traviata dal desiderio infinito di inutili oggetti, respinge anche l’idea di fermarsi a contemplare la bellezza. La tristezza  opprimente che ci fa vivere nel passato in cui ci sono solo nostalgie e rimpianti accompagnate da esperienze di colpe immotivate , quella patologica per intenderci, è frutto  di questa società malata  che ci isola,ma esiste una tristezza per così dire “positiva” che fa parte della nostra vita e  spinge a confrontarsi con le luci e le ombre della fragilità della nostra esistenza   e non ci nega la possibilità di  creare relazioni.

Dimenticando Seneca forse per non averlo mai letto se non per studio superficiale, non riascoltiamo le parole delle Lettere a Lucilio in cui il filosofo sostiene che la schiavitù è quella di chi  soggiace alle proprie passione e che la vera libertà è solo quella interiore. Le malattie  del corpo e dell’anima dominano l’uomo e la condizione di schiavo nella società  romana poteva appartenere ai potenti colpiti da una sorte avversa, così come la malattia può colpire tutti  oltre la ricchezza e il potere. La condizione di malato ci costringe a guardare dentro di noi, e alla consapevolezza delle nostre debolezze, finalmente a strappare la maschera  mostrata altrui.

Le malattie del corpo nascono da quid che spesso non conosciamo, da scherzi genetici che sottolineano la complessità del nostro organismo ma la malattia dell’anima quella che ci conduce all’indifferenza di fronte ai mali del mondo o  a non saper entrare in relazione con gli altri, quella appartiene alla visione distorta del  modo di essere in questa società che induce ad afferrare  senza limiti ciò che più  è utile a soddisfare bisogni non essenziali.

Dall’esperienza di vita resa difficile tante volte dalla malattia e dalla limitata autonomia,  apprendiamo che la prima di tutte le libertà è la salute del corpo ma che una persona davvero libera è chi sa “parlare” con gli altri. Se l’esperienza ti porta a stare accanto a chi soffre e vive  nei limiti di una stanza che diventa il suo mondo, non si è mai capaci di trovare parole se non si è in grado di rivivere le emozioni dell’altro dentro di noi. Il silenzio, i gesti, le espressioni del viso e gli sguardi cambiano il significato delle parole e  possono nella vita quotidiana come nella malattia creare una frattura insanabile  o aprire  il varco che consente la speranza. Nascondiamo le lacrime ma esse come dice S. Agostino nelle Confessioni possono essere   come un   giaciglio su cui il cuore trova riposo. Oggi si preferisce l’ incanto digitale dei social networK e si aborre la solitudine  e il silenzio ma si dimentica che” senza” ci allontaniamo dalla nostra identità, dalla nostra interiorità e quindi dalla capacità di creare relazioni.  Arduo per un docente trovare le parole razionali o emozionali o il silenzio giusto connesso al linguaggio del volto e degli sguardi  quando un giovane  si lancia dal balcone della tua scuola in un volo che atterrisce e risuona nelle coscienze come un grido disperato inascoltato. Allora si può solo sperare che  le parole delle Operette morali di Leopardi  nel Dialogo di Plotino e Porfirio giungano al cuore degli alunni che ascoltano muti e perplessi con occhi lucidi e colmi di inutili domande.

E’ difficile parlare agli adolescenti  perché il loro linguaggio, drasticamente condizionato dalla comunicazione digitale, si impoverisce ogni giorno sommerso da informazioni che si dissolvono destituite di profondità che non lasciano tracce  ma lo è altrettanto a chi per età avanzata  vive condizioni di quotidianità lontana dalla realtà sociale, nell’isolamento delle case di cura  in cui è tristemente relegato dai propri cari perché –asseriscono- meglio accudito… Si può solo tentare la sfida di parlarsi con gesti , sorrisi e piccole attenzioni che possono aiutare ad accettare i limiti del proprio essere.  Alla comunicazione non  possiamo sottrarci  in ogni momento della vita e in ogni condizione di lavoro. In un mondo così digitalizzato che ci trasforma in alter ego di uno schermo, è possibile la comunicazione verbale e non verbale, direi anzi che è attuale, tanto più se la nostra vita è sfiorata dal dolore. Il sorriso è la dimora del divino, da questo può nascere il linguaggio umano e l’intesa tra gli uomini (H.Broch). Un invito a non far scorrere la vita lungo i binari della comunicazione televisiva e digitale  nella fretta che non consente la riflessione sul senso dell’esistenza.

 

One Response so far.

  1. Antonella Antonelli says:

    “Si può solo tentare la sfida di parlarsi con gesti , sorrisi e piccole attenzioni che possono aiutare ad accettare i limiti del proprio essere”…
    Mi verrebbe di rispondere abbracciandoti Maria Teresa,
    è il gesto più spontaneo e sincero che potrei compiere, anche il più lento, perché l’abbraccio è millesimato, ci si avvicina prima, poi, dopo un attimo di esitazione, ci si stringe, insieme, altrimenti non vale e si mescolano le emozioni senza paura della lentezza e della contaminazione, questo “poco” possiamo fare, ma è del poco che ci è concesso e donato che si compongono i sorrisi del mondo…
    e allora facciamolo e, davvero, ci sono attimi eroici che ripagano l’esistenza intera in salute e in malattia, perché tanto, per lo meno in questo, siamo pressoché tutti uguali.

    Antonella