www.faronotizie.it - Anno XV - n. 167 - Marzo

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Violenza sembra essere il termine più utilizzato per “etichettare” la manifestazione che lo scorso 15 ottobre ha “inondato” Roma divenendo un vero e proprio fenomeno sociale in grado di dar vita ad una miriade di commenti ed analisi da parte del mondo della stampa.

L’argomento su cui si è focalizzata l’attenzione di media e giornali riguarda infatti i manifestanti violenti. Molti sono stati gli interrogativi: hanno agito bene, hanno fatto male.  Se ne sono sentite di tutti i colori.

Di certo la violenza non contribuisce ad edificare e a rafforzare un sistema democratico, ma è pur vero che negli ultimi anni il governo ha dato giudizi fin troppo riduttivi a proposito delle manifestazioni pacifiche: strumentalizzate, inutili, ridicole e minoritarie. Il potere ha fin troppo ridicolizzato la pace contribuendo, a mio avviso, ad alimentare sentimenti di rancore e violenza. Con questo non intendo sostenere la validità del ricorso alla violenza, ma credo sia opportuno comprendere i fenomeni sociali, le ragioni del loro verificarsi e i messaggio che essi veicolano.

C’è chi ha parlato di bamboccioni viziati, di giovani incapaci di esprimere le ragioni della loro partecipazione al corteo ed inconsapevoli degli obiettivi della loro indignazione, astenendosi dal produrre un’analisi seria della crisi delle istituzioni e della politica, della crisi del capitalismo, della rovina delle banche e dall’interrogarsi sulle modalità di funzionamento dei movimenti, sulla loro effettiva validità per far sì che non passino sotto silenzio o non sortiscano gli effetti preventivati.

Sono convinta che il corteo composto da trecentomila persone riunitesi sotto la comune bandiera dell’”indignazione” volesse esprimere con un’unica voce sentimenti differenti: c’è chi era contro la gestione della crisi da parte della finanza, chi era contro questo governo, chi era contro la casta, chi proponeva un’alternativa di governo di sinistra, chi voleva provocare disordini, chi voleva presentarsi come nuovo soggetto politico credibile, chi voleva lo scontro con la polizia, chi voleva far parte di una manifestazione civile.

Se il sentimento del 15 ottobre doveva essere una enorme comune indignazione, i sentimenti del giorno successivo non sono stati per niente comuni. All’indignazione che doveva far da collante si sono sostituite la delusione, la rabbia, ma anche la soddisfazione, la rivendicazione per come è andata. E c’è stata poi la sensazione di incredulità per essere stati presi in giro, per non aver compreso il significato autentico del corteo.

Credo che alla base di ciò che si è verificato ci sia stato un grave difetto nella comunicazione di sentimenti e modi di intendere nonostante la “comune indignazione” dei manifestanti violenti  e di quelli non violenti, costretti, giorno dopo giorno, a fare i conti con una crisi che non offre prospettive future ai giovani e con un parlamento che non li vede rappresentati.

È stato proprio questo difetto “comunicativo” a determinare la reciproca strumentalizzazione delle reazioni delle due categorie di manifestanti. Chi voleva alzare il livello dello scontro si è fatto scudo di un corteo che non intendeva minimamente ricorrere ad atti di vandalismo per affermare le proprie ragioni. Chi voleva una manifestazione pacifica non ha fatto i conti con la necessità di prendere una posizione, di schierarsi e di assumersi una responsabilità quando si parla di “indignazione”.

Quello che è mancato durante la manifestazione è stata una coordinazione che, esigendo maturità e responsabilità, avrebbe determinato la crescita del movimento e la capacità di elaborare risposte alle questioni che riguardano il governo e la rappresentanza politica.