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Un luogo, una piazza: dolce far niente

Scritto da Raffaella Santulli il 1 novembre 2014
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In tutti i secoli si è fatto dell’ozio un raffinato momento di espressione culturale.

Musica, danza, canto, pittura, lettura, ricamo, giochi di società hanno scandito gli interminabili giorni di delicate fanciulle, oppure hanno movimentato i salotti mondani bramosi di diversivi entusiasmanti.

Nell’antica Roma era un momento di rigenerazione spirituale, soprattutto se accompagnato da passatempi rilassanti o, meglio, da stimoli intellettuali che preparavano la mente a compiti ricchi di significato.

Quanti eloquenti interpreti  hanno fissato con il loro leggero pennello attimi fuggenti vibranti di intensità!

Si distingueva -quell’ozio –  da altre condizioni dello spirito; ora no.

Di più: si mischia all’inerzia, si confonde con l’indolenza, diventa totale assenza di atttività. Vedere ogni cosa lontana ed estranea a sé.

Figuri annoiati, assopiti, quasi storditi come se sotto il braccio, ognuno di loro, stringesse il proprio narghilè che emana gli effluvi dell’oppio.

Non artisti in un momento di completo abbandono.

Non ufficiali dell’esercito reduci da un duello, colti dalla stanchezza dopo nobili imprese.

Non quel genere di ozio che può portare benessere, ma, un abituale sconcertante abbandono spirituale dominato da una penosa  immobilità.

Uno stato d’animo di vaga malinconia esistenziale alimentato dall’indugio, rassegnato o, piuttosto, compiaciuto?

Solo Baudelaire, forse, potrebbe dare una risposta adeguata.