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Piccoli martiri

Scritto da Giuseppe Sola il 1 aprile 2014
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Furono le prime luci dell’alba a svegliarmi quel martedì mattino del 25 agosto 1942.  A tredici anni sei poco più di un bambino, i ricordi però, sono chiari, nitidi, indelebili. Mi chiamo Luigi e ho dovuto crescere in fretta per colpa della guerra, sento ancora i passi di mia madre e di mio padre sul pavimento sopra la mia testa, perché con i miei fratelli dormivamo su un soppalco ricavato sopra uno stanzone adibito a magazzino, granaio e deposito attrezzi per il lavoro dei campi, sotto la cucina. La mia famiglia lavorava la terra, la nostra ma anche quella degli altri. Potevo ritenermi fortunato per quegli anni che si pativa la fame, avevamo sempre qualcosa da mangiare. La guerra si diceva era mondiale e nessuno sapeva quando sarebbe finita. Nemmeno don Ettore Maradei, che durante la messa del giorno dell’Assunta aveva detto che dovevamo pregare per farla finire al più presto. Io mi accorgevo che c’èrano sempre meno persone nei campi e nella piazza e quando chiedevo a mio fratello che era tre anni più grande di me, perché c’èra poca gente, mi rispondeva che erano al fronte e che se non fosse finita sarebbe dovuto partire anche lui. Io non volevo che mi lasciasse, perché con lui mi sentivo al sicuro. Era forte, e non aveva mai paura. Anche la mia sorellina e il mio fratellino gli volevano bene.  Il sabato prima, avevamo partecipato alla solita esercitazione in piazza con le marce e i canti inneggiando al Duce, un signore vestito di nero terminò dicendo, che con il Duce saremmo tutti cresciuti più forti. I giorni, li passavo a lavorare nei campi o a fare lavori che mio padre ci ordinava la sera prima, quando consumavamo un po’ di polenta o una minestra di patate e fagioli. La scuola era un ricordo lontano, di qualche anno passato alle elementari. Con i miei fratelli sapevamo leggere e scrivere e questo bastava. Gli italiani erano alleati dei tedeschi e facevamo la guerra agli inglesi per conquistare un pezzo di deserto in Egitto. Tanti ragazzi italiani erano morti su quel fronte. Papà mi disse che il Brasile, dove c’èrano tanti nostri paesani, aveva dichiarato guerra all’Italia e alla Germania, gli Stati Uniti d’America erano già in guerra contro di noi. In quell’anno gli alleati avevano bombardato anche l’Italia meridionale sganciando ordigni esplosivi.

Quella mattina dovevo andare a recuperare un po’ di compostaggio, nel vallone del Crocefisso. Si trattava di scarti di rifiuti alimentari, segatura, fogliame ecc. che diventava un ottimo concime naturale. Il vallone si trovava prima della stazione ferroviaria. Mi piaceva scendere fino alla stazione perché potevo camminare in equilibrio sui binari, immaginavo sempre che un giorno avrei potuto prendere un treno e andare lontano, magari in America dove tanti italiani si erano trasferiti per lavorare. Ma il più delle volte trovavo sola la piccola littorina con la scritta MCL, aspettavo sempre che partisse e si infilasse in quella lunga galleria dove anche mio padre aveva lavorato per costruirla. Diceva sempre che l’aveva fatta costruire il Duce ed io non riuscivo a capire come avessero fatto a fare un tunnel così lungo senza che venisse giù. Ma all’adunata avevano detto che il Duce poteva fare tutto, io ci credevo e mi chiedevo se alla fine mi avrebbe fatto tornare a scuola. Mi sarebbe piaciuto tornare a scuola. Lungo la strada che dalla piazza portava alla stazione, incontrai Leonardo di qualche anno più piccolo di me, mi chiese se potevamo fare insieme quel pezzo di strada. Anche lui si dedicava alla raccolta del concime. Mi faceva sempre piacere parlare e lavorare insieme  a un ragazzino allegro e simpatico come Leonardo, era sempre attento e curioso a quel poco che ci circondava. Arrivati al vallone Crocefisso, prendemmo i nostri attrezzi e cominciammo a zappare quel compostaggio naturale e a riempire i nostri cesti. Vendendolo avremmo ricavato qualche soldino utile alle nostre famiglie. Ogni tanto alzavo gli occhi al cielo a guardare quel cielo blu, bellissimo come quella giornata piena di sole.Non erano nemmeno le undici quando mi sentii chiamare dalla mia cuginetta Annunziata che stava tornando dalla stazione. Aveva accompagnato una sua amica a prendere la littorina per Castrovillari. Sedendosi sul muretto sopra di noi, mi disse che mi avrebbe aspettato per tornare a casa insieme. Abitavamo vicini, si poteva dire che con i miei cugini figli di due sorelle eravamo un’unica famiglia. Quando eravamo piccoli e mia madre era nei campi, ci allattava mia zia e viceversa. C’era un grande affetto, un grande bene che dividevamo si può dire sotto lo stesso tetto. Gli dissi di aver finito, ma di aspettare solo un momento perché avevo trovato qualcosa. Scavando era venuto fuori un cilindretto a punta. Pensai subito a una penna stilografica, anche se un poco più grande di quelle che avevo visto a scuola. Leonardo, incuriosito si avvicinò, la guardò e mi disse “chissà se scrive”. Così, provai a svitare quello che doveva essere l’astuccio, quando, con fragore mi esplose fra le mani. L’ultima cosa che vidi fu il terrore negli occhi di Leonardo e Annunziata che volava verso un albero. Io volevo chiamare la mia mamma, ma non mi uscì nemmeno una parola di bocca. Poi il buio più assoluto e un tunnel, o meglio a me sembrò l’uscita da una galleria come quella della stazione della ferrovia, ma, dove s’intravedevano dei colori bellissimi che mi aspettavano.

 

Luigi Sola era mio zio ed era un bellissimo bambino nato a Mormanno il 12 marzo 1929. Con Leonardo Corbelli di anni dieci saltarono in aria per il ritrovamento di un ordigno bellico nel vallone Crocefisso del comune di Mormanno. La cuginetta Annunziata di anni undici sopravvisse nonostante fu colpita da una pioggia di schegge. Il ricordo di quel terribile giorno non la abbandonò mai. Non furono i soli purtroppo a morire in quegli anni di guerra, mine e altri ordigni disseminati su terre di nessuna importanza strategica dal punto di vista militare continuarono a uccidere e a rendere invalidi tantissimi civili ma soprattutto bambini. Nei vari teatri di scontri armati nel mondo, l’orrore di quella guerra, purtroppo, non ha cambiato il modo di operare da parte degli eserciti regolari e non. Chi interra una mina ha la presunzione di sapere che colpirà il suo nemico, ma non ne avrà mai la certezza. Le mine e i vari piccoli ordigni bellici sono armi tecnologicamente elementari, studiati per ferire, mutilare o uccidere indiscriminatamente chiunque ne causi la detonazione. Una volta interrata rimane attiva per decenni.  Questi giocattoli metallici dell’infinita cattiveria e infamia umana, prediligono i bambini perché sono puri, innocenti, ingenui, perché rappresentano il futuro di terre che vanno cancellate.

Nella quasi totalità dei Paesi liberi e democratici, il dramma che si consuma ai danni di questi piccoli martiri non è nemmeno citato da chi ha grandi responsabilità. I grandi produttori di armi e insospettabili uomini d’affari condizionano tutt’oggi i vertici dei grandi paesi industrializzati nell’affrontare questo grande problema umano.