www.faronotizie.it - Anno XV - n. 167 - Marzo

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 Sì, sto parlando proprio di “Tir”, il noioso film-documentario diretto Alberto Fasulo che ha vinto l’ottava (e bella) edizione del Festival del Film di Roma 2013.

Purtroppo, ancora una volta, dopo quello di Venezia, uno dei maggiori festival internazionali ha avuto il coraggio di premiare un “documentario” che avrebbe ben meritato di essere catalogato ai margini della cinematografia.

Però in questo caso, quando scrivo di “coraggio” lo faccio a maggior ragione, in quanto a differenza del “Sacro GRA” in questa pellicola non c’è la minima traccia dell’idea di cinema o di regia; ma soprattutto risulta mancare quella creatività e quell’intento culturale/informativo/sociale, che dovrebbe essere lo scopo primario di ogni film-documentario nel diffondere la conoscenza su un qualcosa.

La “pellicola” (qui le virgolette sono d’obbligo) è praticamente caratterizzata da lunghe ed interminabili inquadrature fisse in primo piano verso il protagonista-camionista, settate dal posto del passeggero con una macchina da presa, il cui prodotto finale risulta estremamente soporifero, privo di ritmo e di una lentezza esasperante.

Fin dall’inizio si invita il pubblico alla noia più assoluta, complice pure la storia e i dialoghi di una superficialità sconcertante, che fa tanto il verso a quei “film” fintamente “impegnati” e praticamente incomprensibili, che siamo abituati a vedere da diversi anni in onda su raitre a Fuori orario.

Alla fine del film, da spettatore, viene da chiedersi chi è Branko Zavrsan; perchè è stato scelto lui? cosa ha da dare o comunicare più degli altri a noi? A prescindere dalle risposte, in ogni caso questo qualcosa in tutto il film non ci viene trasmesso.

In altre parole, il “documentario” non ci mostra un ritratto ben definito del protagonista; e forse l’intento di Fasulo è proprio quello prefissato di non scavarlo in profondità, ma di farlo restare solo in superficie.

Il camionista Branko Zavrsan ci appare unicamente come un “caso umano” osservato con un certo voyeurismo quasi perverso ed esasperante.

Quello che traspare è solo il disinteresse del “regista” alle sorti di noi sventurato pubblico pagante. E’ un “documentario” che va contro la nostra volontà di capire o di comprendere un qualcosa che ci possa far tornare a casa più arricchiti di prima.

Ma tutto ciò non mi sorprende: sto pur sempre parlando del tipico film che piace alla critica impegnata dei Festival e molto meno al pubblico delle sale.

Però, in effetti, parlare di tutto senza avere nulla da dire è un’arte che sanno fare in pochi film; e da questo punto di vista, forse, bisogna riconoscere che il premio è stra-meritato.

Quindi, emozioni pochissime e sbadigli assicurati.

Chi vorrà comunque andarlo a vedere, poi non mi venga a dire che non era stato da me avvisato.

Comunque, a voi sventurati, un ulteriore consiglio mi sento di darvelo: escludete almeno l’ultimo spettacolo, altrimenti l’assopimento è assicurato!