www.faronotizie.it - Anno XV - n. 167 - Marzo

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L’ultima ruota del carro di Giovanni Veronesi, con Elio Germano, Ricky Memphis e Alessandra Mastronardi.

Un film può essere un buon film senza trattare dei massimi livelli filosofici dell’esistenza, come invece vorrebbe una certa critica radical chic; e L’Ultima ruota del carro di Giovanni Veronesi, che ha aperto l’ottava edizione del Festival di Roma, era fra quelli che avrebbe avuto tutte le carte in regola per essere una buona pellicola, anzi un’ottima pellicola.

Vi si narra, infatti, la storia (vera) di un “uomo qualunque”, Ernesto Fioretti – lavorante come autista nel cinema, figlio di un tappezziere romano – passando al setaccio alcuni degli anni più significati della storia italiana, attraverso eventi sia tragici, sia belli, che hanno colpito l’Italia negli ultimi quaranta anni: dall’uccisione di Aldo Moro, ai Mondiali vinti dall’Italia nel 1982, dai rampanti (e fatui) anni Ottanta, a Tangentopoli, passando per la “discesa in campo” di Berlusconi, fino ai giorni nostri.

Ernesto, con il sostegno della sua compagna di vita Angela, prima bambino, poi ragazzo, poi uomo e infine anziano, è visto adattarsi suo malgrado a questi grandi cambiamenti del Paese, partecipando alle iniziative intraprese dall’amico Giacinto, senza però mai perdere di vista i valori veri della vita.

Il risultato finale è cinematograficamente apprezzabile. Le due ore di programmazione scorrono rapidamente, senza annoiare lo spettatore; ma gli eventi che sono stati affrontati – e che avrebbero potuto costituire una solida base di riflessione – sono alla fine stati trattati come dei piccoli intermezzi tra loro, senza un minimo di approfondimento; nella sostanza banalizzando ogni cosa, perdendo così di vista la possibilità di poter spiegare al pubblico cosa sia stato il nostro Paese in questi ultimi decenni.

Anche la stessa trama appare in certi tratti incompleta o lasciata in sospeso: basti pensare al rapporto difficile di Ernesto con il padre, che ad un certo punto si interrompe con l’uscita improvvisa dalla scena del genitore, del quale non sapremo più nulla.

La riuscita del film, alla fin fine, la si deve solo alla bravura del variegato cast – composto, tra gli altri, da Elio Germano, Alessandra Mastronardi, Ricky Memphis, Sergio Rubini, Alessandro Haber, Ubaldo Pantani, Massimo Wertmuller – che non alla sceneggiatura scarsa e un po’ sempliciotta, che non evita neppure di inciampare nel mieloso stereotipo tipico di certa filmografia nazionale tutta incentrata sul mito dell’italiano medio dall’indole bonaria e diverso dagli altri.

Quello che è prevalso all’occhio di uno spettatore più attento è la visione edulcorata e troppo buonista di come sono raccontate le vicissitudini di questa famiglia, perfino nei suoi momenti più drammatici, come durante i litigi oppure nelle difficoltà economiche.

Dubito fortemente della possibilità che persone sui 50 anni si riconosceranno o si immedesimeranno nei protagonisti; soprattutto nel finale, per quel trucco e quella pelle disegnata che ha tolto ogni traccia di espressività sui volti pesantemente invecchiati dei protagonisti.

Resta comunque nel complesso un giudizio non negativo; e se alla fine possiamo dire che L’Ultima ruota del Carro è un film bello da vedere e che intrattiene, facendo ridere in più di un’occasione e a tratti addirittura commuovere, questo lo dobbiamo unicamente all’interpretazione di Elio Germano, perfettamente calzante nel ruolo del “goffo” Ernesto,  e a quella di Ricky Memphis, nei panni di Giacinto, che addirittura in certe occasioni sembra risultare il vero protagonista della scena, con il suo personaggio sempliciotto, un po’ spaccone e anche un po’ simpaticamente truffaldino.

Merita, però, una menzione particolare anche l’interpretazione magistrale di Alessandro Haber, nel suo ruolo di artista di fama internazionale e fuori dall’ordinario. La sua performance finale, ripresa nel film con una videocamera da Elio Germano, è indubbiamente una delle scene più commoventi e toccanti del cinema italiano degli ultimi anni.